Il compositore
Nicola Straffelini mi riceve nel suo studio a Riva del
Garda. È un mercoledì mattina; dopo esserci accomodati
su un comodo divano ed aver controllato
l’apparecchiatura per la registrazione la nostra
intervista può cominciare.
D’ombra è stato scritto nel
1989; qual è stato l’input che ha fatto in modo
che Lei scrivesse per chitarra e che rapporto aveva con
questo strumento?
L’input è
venuto dal chitarrista Renato Samuelli, che conoscevo e
che mi aveva chiesto di scrivere un pezzo. Non avevo mai
scritto per chitarra prima. Per quanto riguarda il
rapporto con lo strumento, ho dei ricordi familiari: sia
mio padre che mio nonno suonavano la chitarra, da
accompagnamento del canto popolare, di canzoni d’autore
(come Modugno) e di arie d’opera.
Lo
considerava uno strumento secondario, “inferiore”?
No!
Come sai benissimo, la chitarra è uno strumento che
difficilmente viene inserito in gruppi da camera, ci
sono poche formazioni con la chitarra e quindi per un
compositore ci sono meno occasioni di avvicinarsi ad
esso.
Ma, come
faccio spesso, prima di scrivere un pezzo per uno
strumento che non ho mai affrontato, mi sono
documentato, ho ascoltato, ho preso partiture, per
cercare di capire.
Questa
è una domanda difficile: quali sono le difficoltà nello
scrivere per chitarra?
Sì,
è una domanda complicata… Per me, perché chiaramente se
un compositore è chitarrista non ha di queste
difficoltà- è difficile immaginare direttamente se una
cosa funziona o meno; con gli altri strumenti a me
capita che tutto sommato riesco a visualizzare le
posizioni, le difficoltà che potrebbero incontrare gli
strumenti per eseguire un passaggio. Con la chitarra
devo prendere lo strumento in mano e provare le
posizioni, perché altrimenti non riesco a capire se una
cosa è facile, difficile, fattibile o infattibile; solo
spostando una nota di un ottava o di un semitono per far
in modo che una cosa facile divenga complicata o
impossibile. In D’ombra come negli altri brani
per chitarra ho provato tutti i punti critici, diciamo
che non li so suonare dall’inizio alla fine, ma le
posizioni le ho provate tutte. Anche le posizioni
cromatiche rappresentano una difficoltà: il pianoforte,
gli archi, l’arpa hanno un’impostazione diatonica, come
la maggior parte degli strumenti –anche quelli a fiato-,
la chitarra no. Da un certo punto di vista è anche meno
vincolante, però è più complicato perché l’impostazione
della nostra scrittura musicale è diatonica; le note
sono dodici ma i nomi sono sette.
Queste
particolarità della scrittura chitarristica Le hanno
creato problemi? Sono delle “limitazioni” all’idea
compositiva originaria?
Non
parlerei di limitazioni (anche se in parte lo sono) ma
di caratteristiche. Scrivendo per chitarra io incontro
sempre delle sorprese, anche in positivo, perché magari
dei passaggi che ho pensato in un modo escono
diversamente ma comunque suonano bene. In D’ombra
non ho avuto spiacevoli sorprese, il risultato finale
era quello che avevo immaginato, anche perché con Renato
abbiamo lavorato assieme.
In D’ombra
c’è una ricerca (o meglio caratterizzazione) timbrica;
crede che dal punto di vista timbrico la chitarra abbia
maggiori possibilità rispetto agli altri strumenti?
Sì,
non tutti gli strumenti hanno le caratteristiche e le
possibilità della chitarra. Per esempio i diversi modi
d’attacco, che chiaramente anche gli archi hanno ma non
il pianoforte, se non pizzicando direttamente le corde.
La chitarra ha delle possibilità più immediate che
secondo me vale la pena sfruttare; in quel caso, come
dicevi tu, c’è un legame diretto tra l’idea
formale-musicale e il timbro che la realizza.
Nel
Novecento molti compositori importanti hanno scritto per
questo strumento; pensa che sia stata fatta una ricerca
esauriente o che questo strumento abbia ancora molto da
dire?
È
stato fatto molto, sono stati scritti tanti pezzi anche
importanti, belli, forse però non sono state sfruttate
tutte le potenzialità. Sto pensando per esempio alla
possibilità dell’amplificazione, che potrebbe e dovrebbe
avere maggior seguito, perchè tanti effetti –destinati
ora solo a chi suona e agli spettatori della prima fila-
potrebbero essere invece utilizzati tranquillamente in
sale ampie e anche in gruppi strumentali.
Pensa
anche alla chitarra elettrica?
Non
solo, anche perché in genere preferisco gli strumenti
acustici, che secondo me hanno maggiori possibilità. Sto
pensando ad esempio a compositori come Crumb, che
usa l’amplificazione sul pianoforte per sfruttare gli
effetti “nella cordiera” che altrimenti si perderebbero.
Per esempio, gli accordi suonati sulla chitarra con il
polpastrello –in D’ombra ce ne sono molti-
avrebbero bisogno di essere amplificati.
Tra
D’ombra e Aux Abysses sono passati circa
dieci anni. In questo caso lo strumento non svolge una
funzione solistica ma cameristica, come mai ed in che
modo ha usato la chitarra?
Mi
è stato commissionato questo brano per un gruppo
cameristico con chitarra per un concerto a Trento,
serviva un brano originale che comprendesse tutti gli
strumenti. Questo pezzo è ricco di effetti, la chitarra
ha un impatto timbrico-armonico, non è tanto
contrappuntistico, ma ha delle zone di arpeggi che
creano una certa sonorità.
Pensa
che in un organico cameristico abbastanza numeroso come
questo (settimino) la chitarra soffra o non si esprima
al meglio?
Secondo
me no, si tratta sempre di vedere come viene usata: è
chiaro che se si pretende che in un fortissimo la
chitarra emerga sugli altri strumenti -in quel caso
pianoforte, percussioni, fiati, archi- bisogna darle
degli elementi che le permettano di farsi sentire; si
tratta solo di bilanciare, non credo che esistano
organici di per sé difficili o facili; nella
composizione bisogna essere consapevoli delle
possibilità e dei limiti fonici degli strumenti. Trovo
da questo punto di vista Aux Abysses un pezzo
riuscito, nel quale la chitarra è bilanciata con gli
altri strumenti e si sente sempre.
La necessaria
reinterpretazione, non sempre facile, della chitarra per
le varie formazioni strumentali potrebbe essere la causa
del suo limitato repertorio cameristico?
Sì,
in realtà non è mai facile scrivere musica da camera e
spesso si assiste a pezzi di musica da camera che in
realtà sono brani solistici arrangiati per tre o quattro
strumenti: ogni strumento da solo richiede un tipo di
scrittura, all’interno di un ensemble un altro. La
chitarra, a differenza di altri strumenti, fa più fatica
ad emergere; bisogna essere più attenti.
Aux
Abysses si rifà ad un testo
poetico…
È
ispirato ad un racconto di Céline intitolato Scandalo
negli abissi, e racconta la storia di una sirena.
In
che modo il racconto ha ispirato e influenzato la
composizione?
Céline
è uno dei miei autori preferiti, il testo mi piaceva
e mi dava vari stimoli. Non è proprio musica a
programma, tuttavia ci sono degli elementi nettamente
ispirati al testo. Per esempio nel finale ho usato l’ocean-drum
che permette di rendere l’effetto delle onde e
circa a metà il violoncello suona una melodia che
dovrebbe imitare il canto della sirena.
Molto
spesso le sue composizioni hanno riferimenti
extramusicali, la letteratura in particolare; in varie
occasioni la sua musica è stata scritta per “esibizioni”
comprendenti anche la recitazione e le arti visive. Sta
cambiando la forma classica del concerto ed il rapporto
arte-pubblico?
Io
credo che il concerto nel senso tradizionale sia morto,
nel senso che il concerto come noi lo intendiamo è una
creatura dell’Ottocento: in quel periodo c’erano i
grandi virtuosi, segnatamente pianisti, il pianoforte
in scena rappresentava –come dice un mio amico- un
altare al quale il pianista officiava il rito di fronte
al pubblico. Questi “sacerdoti” ci sono stati fino a
poco tempo fa: i grandi interpreti che erano figli o
nipoti in qualche modo di interpreti ottocenteschi; oggi
non ci sono più queste grandi personalità:
Horowitz, Segovia, ecc… Per carità, anche
adesso ci sono interpreti straordinariamente bravi, che
però non hanno più quel fascino, quel carisma e seguito
del pubblico.
A quell’epoca
questi personaggi erano anche dei musicisti completi:
sto pensando che Richter sapeva suonare a memoria al
pianoforte tutte le opere di Wagner, Cortot un
giorno dirigeva il Parsifal ed il giorno dopo
suonava Chopin; queste figure erano legate strettamente
ad un repertorio romantico e tardoromantico. Il fenomeno
degli ultimi anni è invece quello di avere una quantità
di esecutori perfetti dal punto di vista tecnico che
però dal punto di vista musicale spesso non dicono
nulla.
Quindi
pensa che le cause di questi cambiamenti, nel rapporto
musica-pubblico, siano da attribuire più agli esecutori
che alla musica in sé?
Nel
Novecento ovviamente si è sentito il distacco tra il
pubblico e la musica contemporanea, questo è successo
per volontà delle due parti, perché c’è stato un periodo
in cui ai compositori non importava il rapporto con il
pubblico. Questo pensiero è in parte condivisibile,
perché il pubblico è un ente astratto, non si può
immaginare esattamente cosa desidera, se non dal punto
di vista commerciale, nel qual caso ci sono altre
strategie. Tornando al concerto, quella forma di
spettacolo che prevede che un musicista salga su un
palco e suoni solo dei pezzi secondo me è sorpassata.
E
questo Le dispiace?
È
così, che ci vogliamo fare, dispiace fino ad un certo
punto: meglio quindi quando si presentano delle
possibilità di affiancare le varie arti alla musica
(l’opera ne è l’esempio più eclatante). Nel mio catalogo
compaiono spesso pezzi di questo genere anche perché la
mi ha dato dei vincoli precisi: musica da affiancare a
determinati testi o situazioni. Le commissioni mi
arrivano più spesso da enti non naturalmente portati
verso la musica, per esempio università o assessorati
alla cultura, piuttosto che da società di concerti. Un
altro aspetto molto importante è che i peggiori nemici
della musica contemporanea sono gli addetti ai lavori,
cioè i Conservatori e le società di concerti: la maggior
parte dei musicisti che studiano o che sono in carriera
pensano che la musica contemporanea sia difficile,
incomprensibile. Il pubblico normale di solito non ha
questi pregiudizi, in generale ne hanno molti di più gli
esecutori; la musica contemporanea non viene suonata e
presentata nei concerti anche perché i musicisti hanno
paura che il pubblico non apprezzi, cosa in parte vera
perché il pubblico spesso è formato da musicisti. I
Conservatori e le società di concerti non puntano e non
rischiano –secondo me anche comprensibilmente- sulla
musica contemporanea perché sono mondi chiusi al loro
interno; i Conservatori fanno attività per se stessi,
sono autoreferenziali, è giusto che non facciano questo
tipo di musica perché tanto a loro non interessa. Anche
le società di concerti ormai sono molto chiuse, basta
guardare all’età media dei partecipanti assidui ai
concerti delle società ufficiali e si capisce che il
ricambio è difficile. La musica contemporanea deve
puntare ad un pubblico interessato e colto che però non
sia necessariamente formato da addetti ai lavori,
altrimenti è rischioso.
E
gli esecutori, cosa possono-devono fare?
Qualche
anno fa Riccardo Muti in un’intervista – all’epoca era
ancora direttore della Scala- ha detto che la musica
contemporanea bisogna eseguirla tutta e che poi saranno
i posteri a decidere tra quella buona e quella cattiva;
qualcuno penserà che questo sia giusto, e invece secondo
me è sbagliato: il direttore del più importante teatro
del mondo dovrebbe essere in grado di capire il valore
di una composizione. E così gli esecutori dovrebbero
investire su alcuni pezzi, magari rischiando di
sbagliare: sono soprattutto loro che dovrebbero decidere
il repertorio, non solo il pubblico. La scelta si fa a
vari livelli: non è possibile far ascoltare pubblico
tanta musica brutta e pretendere che questo riconosca
poi la poca musica interessante. Ci vuole una selezione
a priori.