|
Intervista a Antonello Tomanelli, avvocato
del foro di Bologna curatore del sito di informazione
giuridica
Difesa dell’informazione
Il 22 aprile è
stato l’anniversario del ritorno in televisione di Enzo
Biagi con Rotocalco televisivo. Il giornalista
era stato allontanato dalla Rai nel 2002 in seguito all’editto
bulgaro di Berlusconi. Si può dire che subì
una censura?
Sicuramente. Sa,
quando la censura, vietata dalla Costituzione, è
rivolta a qualcosa che tecnicamente proviene da un organo
pubblico, si tende a nascondere, a giustificare l’intervento
sulla base di altri motivi. I motivi che sono stati addotti
nel caso di Biagi, e, di recente, nel caso di
Luttazzi, sono molto contraddittori.
È contraddittorio
sopprimere un programma con alto share , questa è una
spia di censura. Nel caso di Enzo Biagi, non ricordo
esattamente, mi sembra che con
Il fatto
registrasse un ascolto di circa sei milioni di
telespettatori. Le scuse che furono addotte è che bisognava
sostituirlo con un programma di circa venti minuti che
potesse tenere testa a Striscia la notizia. E invece
fu sostituito da Max e Tux, che durava sei o sette
minuti. Questa è un’altra spia volta a rivelare la presenza
di censura. Poi , altra spia è il famoso
editto bulgaro,
attraverso il quale Berlusconi lasciò intendere che
avrebbe voluto allontanare Biagi dalla televisione.
Tutti questi
elementi uniti purtroppo non possono essere addotti come
prove, la vera prova sarebbe l’ammissione
esplicita di aver censurato Biagi perché scomodo,
cosa che non potrebbe mai succedere. Ma attraverso questi
elementi emerge che quella persona fu allontanata per quello
che diceva.
Stessa cosa è
successa di recente con Luttazzi su La 7, che
fece una battuta di cattivo gusto su Ferrara.
La trasmissione andava in onda il sabato, fu replicata di
giovedì e misteriosamente di venerdì La 7 emanò il
comunicato secondo il quale, per tutelare la dignità di
Ferrara, avevano ritenuto opportuno sopprimere
Decameron.
La spia di censura
è nel fatto che, se avessero veramente voluto tutelare la
dignità di Ferrara, l’avrebbero soppressa prima e non
avrebbero trasmesso la replica il giovedì.
Questo significa
che tra giovedì e venerdì ci fu l’intervento di qualcuno.
Questa è un’altra dimostrazione dell’esistenza di censura.
Perché, a suo
avviso, Daniele Luttazzi è un comico così scomodo?
Perché
non si limita a far ridere, dice la verità, così come la
diceva anche Sabina Guzzanti. Il problema
della cosiddetta satira verità , di cui parlo anche
sul mio sito, è che è piacevole , si propone di far ridere
ma anche di fare emergere delle situazioni che spesso sono
tenute nascoste. Luttazzi era uno di quelli. Mi
ricordo che in una puntata di Decameron, che passò
sotto silenzio, diede la notizia, nella sua maniera
ironica, che il presidente della commissione di vigilanza,
Gandolfi, era indagato a Napoli per
associazione di stampo camorristico, notizia di cui non si
venne a sapere e che invece fu comunicata solo da lui.
Fa molto comodo la
satira un po’ stupidotta, che ricalca le battute di
strada. La satira di Luttazzi e della Guzzanti
è una satira che fa pensare, che spesso assume la forma
della critica pesante al Potere, e ciò da molto fastidio.
Quando ci
fu la scomparsa di Biagi, secondo lei i telegiornali,
rievocandone la carriera, riportarono la verità in merito
alla vicenda dell’Editto bulgaro di Berlusconi?
In merito ho,
infatti, scritto un articolo sul mio sito. Ricordo che
Mediaset non ne parlò, il Tg1, facendo la cronistoria di
tutta la sua carriera, che partiva dal 1950, disse che Biagi
abbandonò la Rai nel 2002 per una controversia col
Presidente del Consiglio Berlusconi. Siamo di fronte
ad una violazione deontologica del dovere giornalistico di
verità perché non si può dire che aveva abbandonato la RAI
quando in realtà era stato cacciato e perché si doveva
approfondire e non comunicare in una sola riga un evento di
tale portata. Poi, di controversia non si trattò, fu
un mobbing perpetuato ai danni di Biagi.La
controversia vede due parti contrapposte su un piano di
parità. Non fu così. Biagi fu letteralmente
schiacciato. Quello è un modo di fare giornalismo che non
rispetta il dovere deontologico di verità, il dovere più
importante per un giornalista.
A suo avviso,
anche l’allontanamento di Michele Santoro fu
ingiusto?
La figura di
Santoro è quella più controversa. Persino molte persone
che hanno difeso Biagi e Luttazzi, si tirarono
un po’ indietro nel caso di Santoro.
Per me Santoro
fa dell’ottimo giornalismo, è , ormai, uno dei pochissimi
che fa domande e che interrompe i politici quando dicono
delle falsità.
Il problema
principale, nel giornalismo, dal mio punto di vista di
giurista, è il fatto che sia concepito oramai in modo
passivo, volto esclusivamente a stimolare e
favorire la comunicazione politica e non l’informazione.
Lasciando perdere
Porta a Porta, che solleva questioni pesanti, cito
una trasmissione corretta come Ballarò. Floris
è un conduttore corretto che favorisce la comunicazione
politica, mette a proprio agio i politici, rispetta le
regole, ma dà delle informazioni come se dovesse rispettare
la par condicio che non c’entra nulla con
l’informazione. Quando Floris pone delle domande, fa
sì che si instauri una comunicazione diretta tra politico e
telespettatore. Nell’informazione, invece, è il giornalista
che deve indirizzare il pubblico verso la verità. Se un
giornalista chiede qualcosa ad un politico, è facile che
quest’ultimo dica una falsità. Il giornalista vero, legato
ai fatti e alla verità, dovrebbe interromperlo. Questo è ciò
che fa Marco Travaglio e che faceva Enzo
Biagi.
Purtroppo, se lei
dà un’occhiata alle leggi che si sono succedute negli ultimi
sette o otto anni, che hanno regolato la normativa emanata
dall’ Autority, dalla commissione di vigilanza,
noterà che c’è una tendenza a rendere passivo il
giornalista, che, nei programmi di informazione politica,
non ha un ruolo attivo, deve lasciar parlare il politico e,
se osa interromperlo perché ciò che sta sentendo non gli
sembra vero, è tacciato di faziosità.
Tenendo
presente il caso
Raiset, visto che Berlusconi ha vinto le
elezioni, come immagina il futuro della Rai dei prossimi
cinque anni?
Non credo che sarà
molto diversa da quello che è stata fino ad ora. Mi sembra
che a maggio o a giugno ci dovrebbe essere il rinnovo dei
vertici aziendali, ma c’è sempre la stessa gente. Quando si
sente uno come Del Noce che si permette di
dire in maniera candida: “su Rai uno non si fa satira
politica", io credo che il futuro dei prossimi anni sarà
nero.
Antonella
Fontanella
antofonta@gmail.com
23 aprile 2008
|