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Redazione

 

La «lenta asfissia»
di Tommaso Martini

La storia dell'editto bulgaro e della lenta messa al bando di Enzo Biagi, dopo 42 anni di lavoro in RAI.

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Il ritorno in televisione di Enzo Biagi

La tv di Enzo Biagi
La «lenta asfissia»
Ma quale editto bulgaro?
Intervista a Antonello Tomanelli
Reporter stanco di guerra
Mitragliare l'informazione

 

 

 

 

 

 

 

 

8 marzo 2001
Il Fatto
Intervista a Indro Montanelli

 

 

 

10 maggio 2001
Il Fatto
Intervista a Roberto Benigni

 

 

 

«Non sono un uomo per tutte le stagioni»
Enzo Biagi

Il 26 settembre 2002 viene recapitata a casa Biagi una raccomandata con ricevuta di ritorno da parte della direzione generale della Rai. Dopo 41 anni di lavoro in Rai, il contratto di Biagi viene disdetto. Ricorderà Biagi: «La disdetta che mi ha dato il dottor Saccà me l’ha data con ricevuta di ritorno, che è la cosa che mi offende di più. Io sono stato licenziato con ricevuta di ritorno». È la conclusione di una vicenda iniziata molto prima, nelle settimane e nei mesi precedenti alle politiche del 2001. Una storia grottesca, fatta di menzogne, false promesse, code di paglia, interessi economici e politici e una gran dose di servilismo nei confronti del nuovo padrone. Una vicenda che la dice lunga sul nostro Paese, sulla crisi di valori ed economica della RAI e su cosa voglia veramente dire l’espressione berlusconiana “uso criminoso della televisione”.

Sabina Guzzanti intervista Enzo Biagi

 Il 28 marzo 2001 è ospite de Il Fatto Indro Montanelli, i due giornalisti rappresentanti di “una vecchia generazione di cronisti”, come si definì lo stesso Biagi[1], parlano delle eminenti elezioni. Montanelli era in quei giorni oggetto di minacce di morte per le dure posizioni anti-berlusconiane espresse nei mesi precedenti su alcuni importanti quotidiani e su Telemotecarlo. «L’Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto»[2] dichiarava Montanelli a “La Repubblica”, due giorni prima dell’apparizione televisiva. E al Fatto rincarerà la dose tanto che il direttore di Rai1 Maurizio Beretta permetterà la trasmissione dell’intervista soltanto dopo aver censurato due risposte di Montanelli (Leggi l’intervista completa di Biagi a Montanelli). È commovente l’appassionato appello di un signore ormai novantaduenne, che morirà lì a quattro mesi. Non si può non leggervi una preoccupazione onesta e sincera, disinteressata ma riflessa sul mondo che resterà dopo di lui, una presa di posizione forte quindi, ma assolutamente non faziosa.

Questo è il primo antefatto a cui segue di poco la più famosa intervista a Roberto Benigni, dell’’8 maggio (Leggi l'intervista di Biagi a Benigni). Questa intervista viene additata come la causa principale dell’inserimento di Biagi nella lista di prescrizione stilata da Silvio Berlusconi a Sofia circa un anno più tardi. Nei giorni seguenti suscita una valanga di attacchi e di critiche, attaccata per una violazione della par condicio così evidente a pochi giorni dal voto. Nell’intemperie della campagna elettorale, si era già tentato di impedire al Fatto di andare in onda. Il direttore della prima rete aveva cercato di convincere il dirigente responsabile del programma, Loris Mazzetti,a chiudere in anticipo di qualche settimana il Fatto. Ma la redazione aveva deciso di andare avanti e, accorpato al Tg1 e quindi riconosciuto come testata giornalistica, Il fatto poté affrontare la campagna elettorale che vedeva contrapporsi Rutelli e Berlusconi. È interessante che si parli di violazione della par condicio in quest’occasione, dopo che l’8 maggio, solo due giorni prima, Berlusconi aveva inscenato il teatrino del Contratto con gli italiani nel salotti di Vespa.

Alle elezioni del 13 maggio la coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi ottiene la maggioranza. Afferma Mazzetti nel recente “Il libro nero della RAI”: «dopo la vittoria del centrodestra nel 2001, la RAI, nel giro di un anno, è stata conquistata, che dico, di più, colonizzata dai partiti della maggioranza» (Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR 2007, p. 94).  E si inizia con la nomina di Agostino Saccà alla direzione di Rai1. Negli stessi mesi si dovrebbe decidere il nuovo contratto per Enzo Biagi che, anche se nell’azienda da 40 anni, ha un contratto biennale con rinnovo automatico. Con Saccà si inabissa il nuovo contratto e così nella nuova stagione Il Fatto torna in onda ma il contratto di Biagi è scaduto, rimane in Rai per un proroga del vecchio. Ma le intenzioni della nuova dirigenza sono sempre più evidenti. E si comincia a parlare di uno spostamento della trasmissione in altri orari.

All’inizio del 2002 davanti alla Commissione di Vigilanza RAI, Saccà espone quella che sarà utilizzata, anche nei mesi successivi all’editto bulgaro, come la vera ragione della messa in discussione del Fatto nei palinsesti RAI. Saccà parla della concorrenza di Striscia la notizia che richiede alla RAI di contrapporvi una trasmissione più forte de Il Fatto. E per legittimare la sua posizione Saccà utilizza una serie di dati e percentuali che vengono immediatamente smentite dallo stesso Biagi. E proprio quella sera il programma tocca un vertice di 27,92% di share.

Ma gli attacchi a Biagi sono sempre più forti, fra tutti quello di Giuliano Ferrara che su Panorama tuona: «Caro Biagi, non faccia il martire».

Ai primi di febbraio Berlusconi propone un assaggio di quello che sarà l’editto bulgaro in occasione del vertice dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Caceres, in Spagna. La stampa italiana si concentrerà soprattutto sulle “corna” che il Ministro degli esteri ad interim farà nella foto di gruppo. Ma il momento della nomina del nuovo Consiglio d’amministrazione RAI era vicino e Berlusconi vuole dire la sua. Parla dell’«uso scandaloso» (a breve diventerà criminoso) della televisione durante gli anni del centrosinistra. E nomina Biagi, Santoro, Travaglio per accusarli di aver utilizzato «tutta quella falsa satira che invece era un'azione volta a demolire l'immagine del leader di centrodestra», quindi «Quali che siano i consiglieri che sceglieranno Pera e Casini, non si ripeterà mai un attentato alla democrazia come quello messo in atto dalla Rai del centrosinistra» (La Repubblica, 9 febbraio 2002). Assicura i cronisti che non intende influenzare i Presidenti di Camera e Senato nella scelta di nuovi vertici vicini al governo. Ma il 5 marzo viene nominato il nuovo Cda che promuove immediatamente Saccà a Direttore generale (risale a poco tempo prima l’outing di Saccà sul “Corriere della Sera”, dove aveva dichiarato che lui e tutta la famiglia votano FI), nomina Fabrizio del Noce (ex deputato di FI) Direttore di Rai1. Presidente Antonio Baldessarre, in quota Alleanza Nazionale ma riconosciuto da tutti, in primis da Biagi e Mazzetti, come una figura di garanzia. Salvo poi rivelarsi “la grande delusione”(Loris Mazzetti, Il libro nero della Rai, p. 109).  Il 17 aprile il nuovo Presidente visita Biagi nella sua casa milanese. Un incontro amichevole in cui Baldessarre rassicura Biagi per il suo futuro in Rai.

Ma siamo alla vigilia di quel 18 aprile 2002 che è passato alla storia come la giornata dell’editto bulgaro.  Silvio Berlusconi, in una conferenza stampa a Sofia, in Bulgaria, dichiara:

 

«L'uso che Biagi, come si chiama quell'altro...? Santoro, ma l'altro... Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga».

 

La sera stessa Biagi risponde al premier nel corso della sua trasmissione, in un editoriale dal titolo Libertà e pluralismo:

 

« […] Signor presidente Berlusconi dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso, mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia, perfino, in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un'occhiata, nella Costituzione […]». Leggi tutto l’editoriale Libertà e pluralismo

Di lì a poco più di un mese, la stagione Rai e l’ottava edizione de Il Fatto termineranno. È periodo di programmazione dei palinsesti per l’autunno. E cominciano i lunghi mesi di silenzio. Il 22 maggio, la settimana precedente all’ultima puntata de Il Fatto, Enzo Biagi scrive ai giornali, denunciando di non esser mai stato contattato dalla Rai per progettare la nuova stagione: «La sensazione è che si vogliono fare dei favori politici, non c’è altra spiegazione». Si riaccende la polemica, Ferrara è di nuovo all’attacco e a ruota Baldessarre e Saccà.

Alla conclusione dell’ottava stagione i bilanci del Fatto sono ottimi. Il programma di Biagi si presenta nuovamente come uno dei più forti nel palinsesto RAI, come negli otto anni precedenti di messa in onda: per 111 giornate Il Fatto è stato il programma più seguito della Rai, con 168 puntate totali. Biagi si accomiata da tutti quei milioni di fedeli telespettatori nello stile e la sobrietà che gli sono sempre stati propri: «Ci congediamo da voi con l'augurio di giorni sereni per voi e per il nostro Paese». Nelle settimane seguenti è Enzo Biagi a dover chiamare la direzione del canale, ricevendo sempre risposte evasive.

E si arriva alla fine di giugno. In pompa magna a Cannes vengono presentati i nuovi palinsesti Rai. Di Biagi non c’è traccia. Nella fascia oraria occupata dal Fatto sono previste le comiche di Max & Tux. Davanti allo scalpore che questa assenza suscita in tutto il modo (scriverà a Berlusconi anche il rappresentante dell’Ocse per la libertà dei media), Saccà millanta trattative e nuove proposte per Enzo Biagi.

Il 21 luglio, dopo mesi di silenzi, Biagi e Mazzetti vengono ricevuti da Del Noce. Il Direttore spiega la scelta di eliminare il Fatto è stata dettata da strategie aziendali per far fronte alla concorrenza Mediaset. Un varietà  di 30 minuti è considerata la migliore soluzione contro Striscia la notizia.  L’offerta di Del Noce a Biagi è quella di venti speciali in seconda serata (e cinque in prima serata) sull’attualità internazionale e la cronaca, a partire dai primi mesi del 2003.  L’accordo verrà formalizzato, nonostante le promesse, solo due mesi e mezzo dopo, in concomitanza con la raccomandata di licenziamento.

Intanto va in onda Max & Tux  il programma per il quale uno dei migliori programmi Rai (innanzitutto in termini di share e ricavi pubblicitari) era stato sacrificato. E subito viene dimostrata la malafede della dirigenza Rai. Il programma non dura trenta minuti, ma meno di cinque, meno de Il Fatto. E anche gli ascolti sono, come prevedibile, deludenti. Dopo il boom della prima puntata (27% di share, comunque inferiore ai record del Fatto), ma ben presto lo share si assesta sul 18%, più di tre punti percentuali in meno  del programma di Enzo Biagi. Il Direttore Del Noce arriva ad attaccare per il flop di  Max & Tux Enzo Biagi stesso: « Max & Tux sono vittime della solidarietà a Biagi che ha provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo programma». Ai giornali vengono dati in pasto dati falsati sul rapporto tra i due programmi. Per ben tre volte il Ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri dichiara che il nuovo programma superava costantemente gli ascolti de Il Fatto, aggiungendo: «Questo è triste per Biagi, perché francamente  Max & Tux non sono un granché». 

A fianco a queste azioni di depistaggio le cose si fanno sempre più difficili anche per il millantato programma promesso a Biagi per il nuovo anno. Del Noce vuole pretende di vagliare ed approvare la scaletta delle singole puntate, l’unica serata disponibile per Biagi sarà il venerdì, tradizionalmente serata sfavorita negli ascolti e viene vietato a Biagi di occuparsi della politica italiana. Biagi quindi il 19 aprile 2002 intervistato da “Repubblica” dichiara: «Sono in Rai da 41 anni e, sinceramente, non mi sento di restare a qualsiasi condizione […]Ma non sono disponibile a morire per strangolamento, per una lenta asfissia. E' da settembre che non vedo né sento nessuno. Un progetto, soprattutto se nuovo, ha bisogno di lavoro, di scambi di idee, di prime iniziative. Invece, intorno a me, c'è solo silenzio e indifferenza: e allora andassero a quel paese» (Leggi tutto: Http://www.repubblica.it/online/politica/telescontro/biagi/biagi.html ).

Ultima offerta dalla RAI a Biagi arriva dal direttore del Tg3 Antonio di Bella che propone un programma molto simile al Fatto, nella stessa fascia oraria dopo i Tg regionali della sera. La dirigenza RAI cerca di opporsi affermando che al canale non saranno destinati nuovi fondi per il programma e che quindi non potrà permettersi Biagi. Ma Biagi scrive a Saccà di essere disponibile a lavorare al «compenso che tocca all’ultimo giornalista assunto (senza raccomandazioni)», da versare ad un insistito per anziani.  Saccà allora rilancia la proposta delle puntate in seconda serata, ma con il chiaro intento di confondere le acque, sbugiardare Biagi e allungare i tempi. L’ultima offerta di Rai 3, dopo l’intervento diretto di Saccà, è di condurre il programma prima dei telegiornali ma Biagi non può accettare, perché «A casa mia prima si danno le notizie, poi i commenti».

Ma la lettera di licenziamento è già pronta e il 26 settembre viene consegnata a Biagi, a quattro giorni della data in cui, per contratto, si prevedeva il rinnovo automatico, dopo 41 anni di carriera.

E anche nelle settimane seguenti Saccà continua a rilasciare dichiarazioni volte a screditare Biagi e riversare le colpe sul giornalista, lasciando però intendere che sono ancora aperte trattative ma Biagi è sordo a qualsiasi proposta. Enzo Biagi decide di porre fine a questo indegno trattamento, affidando al proprio avvocato un comunicato il 13 dicembre. Biagi afferma di rinunciare alle proposte di Saccà per “ragioni personali”.

Le porte della Rai si sbarreranno davanti a Biagi per gli  anni successivi. Non sarà nemmeno invitato alle celebrazioni per i cinquant’anni della televisione, lui che ne aveva passati e scritti quarantadue. In quest’occasione una giuria di critici e giornalisti votarono Il Fatto come miglior programma del secolo, causando molto imbarazzo nel presentatore Pippo Baudo e nel nuovo direttore Cattaneo. Biagi apprenderà la notizia dagli amici dopo la sua pubblicazione sui giornali: «Sono un vecchio cronista, se non mi avessero cacciato avrei continuato a raccontare l’Italia. Una notizia al giorno, per cinque minuti. Per questo non mi hanno voluto. Li spaventa la realtà».

Tommaso Martini tommasomartii@sindromedistedhal.com

22 aprile 2008


 

[1] Lettera di Enzo Biagi e “La Repubblica”, 19 settembre 2002.

[2] "L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo. (...) Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene, mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma adesso sono davvero impressionato, anche se la mia preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe. Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi del futuro fa quasi ridere. (...) È strano: io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile".
(Indro Montanelli, intervista a Repubblica, 26 marzo 2001)

 

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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