8 marzo 2001 Il Fatto Intervista a Indro Montanelli
10 maggio 2001 Il Fatto Intervista a
Roberto Benigni
«Non sono un
uomo per tutte le stagioni» Enzo Biagi
Il 26 settembre 2002 viene recapitata a casa Biagi una
raccomandata con ricevuta di ritorno da parte della
direzione generale della Rai. Dopo 41 anni di lavoro in Rai,
il contratto di Biagi viene disdetto. Ricorderà Biagi: «La
disdetta che mi ha dato il dottor Saccà me l’ha data con
ricevuta di ritorno, che è la cosa che mi offende di più. Io
sono stato licenziato con ricevuta di ritorno». È la
conclusione di una vicenda iniziata molto prima, nelle
settimane e nei mesi precedenti alle politiche del 2001. Una
storia grottesca, fatta di menzogne, false promesse, code di
paglia, interessi economici e politici e una gran dose di
servilismo nei confronti del nuovo padrone. Una vicenda che
la dice lunga sul nostro Paese, sulla crisi di valori ed
economica della RAI e su cosa voglia veramente dire
l’espressione berlusconiana “uso criminoso della
televisione”.
Sabina Guzzanti
intervista Enzo Biagi
Il 28 marzo 2001 è ospite de Il FattoIndro
Montanelli, i due giornalisti rappresentanti di “una
vecchia generazione di cronisti”, come si definì lo
stesso Biagi[1],
parlano delle eminenti elezioni. Montanelli era in
quei giorni oggetto di minacce di morte per le dure
posizioni anti-berlusconiane espresse nei mesi precedenti su
alcuni importanti quotidiani e su Telemotecarlo. «L’Italia
berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto»[2]
dichiarava Montanelli a “La Repubblica”, due giorni
prima dell’apparizione televisiva. E al Fatto
rincarerà la dose tanto che il direttore di Rai1
Maurizio Beretta permetterà la trasmissione
dell’intervista soltanto dopo aver censurato due risposte di
Montanelli (Leggi l’intervista completa di Biagi a
Montanelli). È commovente l’appassionato appello di un
signore ormai novantaduenne, che morirà lì a quattro mesi.
Non si può non leggervi una preoccupazione onesta e sincera,
disinteressata ma riflessa sul mondo che resterà dopo di
lui, una presa di posizione forte quindi, ma assolutamente
non faziosa.
Questo è il primo antefatto a cui segue di poco la più
famosa intervista a Roberto Benigni, dell’’8
maggio (Leggi
l'intervista di Biagi a Benigni). Questa intervista viene additata come la causa
principale dell’inserimento di Biagi nella lista di
prescrizione stilata da Silvio Berlusconi a
Sofia circa un anno più tardi. Nei giorni seguenti suscita
una valanga di attacchi e di critiche, attaccata per una
violazione della par condicio così evidente a pochi
giorni dal voto. Nell’intemperie della campagna elettorale,
si era già tentato di impedire al Fatto di andare in
onda. Il direttore della prima rete aveva cercato di
convincere il dirigente responsabile del programma,
Loris Mazzetti,a chiudere in anticipo di qualche
settimana il Fatto. Ma la redazione aveva deciso di
andare avanti e, accorpato al Tg1 e quindi riconosciuto come
testata giornalistica, Il fatto poté affrontare la campagna
elettorale che vedeva contrapporsi Rutelli e Berlusconi. È
interessante che si parli di violazione della par
condicio in quest’occasione, dopo che l’8 maggio, solo
due giorni prima, Berlusconi aveva inscenato il
teatrino del Contratto con gli italiani nel salotti di
Vespa.
Alle elezioni del 13 maggio la coalizione di centrodestra
guidata da Silvio Berlusconi ottiene la maggioranza.
Afferma Mazzetti nel recente “Il libro nero della
RAI”: «dopo la vittoria del centrodestra nel 2001, la
RAI, nel giro di un anno, è stata conquistata, che dico, di
più, colonizzata dai partiti della maggioranza»
(Mazzetti, Il libro nero della RAI, BUR 2007, p. 94).
E si inizia con la nomina di Agostino Saccà
alla direzione di Rai1. Negli stessi mesi si dovrebbe
decidere il nuovo contratto per Enzo Biagi che, anche
se nell’azienda da 40 anni, ha un contratto biennale con
rinnovo automatico. Con Saccà si inabissa il nuovo
contratto e così nella nuova stagione Il Fatto torna
in onda ma il contratto di Biagi è scaduto, rimane in Rai
per un proroga del vecchio. Ma le intenzioni della nuova
dirigenza sono sempre più evidenti. E si comincia a parlare
di uno spostamento della trasmissione in altri orari.
All’inizio del 2002 davanti alla Commissione di Vigilanza
RAI, Saccà espone quella che sarà utilizzata, anche
nei mesi successivi all’editto bulgaro, come la vera ragione
della messa in discussione del Fatto nei palinsesti
RAI. Saccà parla della concorrenza di Striscia la
notizia che richiede alla RAI di contrapporvi una
trasmissione più forte de Il Fatto. E per legittimare
la sua posizione Saccà utilizza una serie di dati e
percentuali che vengono immediatamente smentite dallo stesso
Biagi. E proprio quella sera il programma tocca un vertice
di 27,92% di share.
Ma gli attacchi a Biagi sono sempre più forti, fra tutti
quello di Giuliano Ferrara che su Panorama
tuona: «Caro Biagi, non faccia il martire».
Ai primi di febbraio Berlusconi propone un assaggio
di quello che sarà l’editto bulgaro in occasione del vertice
dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea a Caceres,
in Spagna. La stampa italiana si concentrerà soprattutto
sulle “corna” che il Ministro degli esteri ad interim
farà nella foto di gruppo. Ma il momento della nomina del
nuovo Consiglio d’amministrazione RAI era vicino e
Berlusconi vuole dire la sua. Parla dell’«uso
scandaloso» (a breve diventerà criminoso) della
televisione durante gli anni del centrosinistra. E nomina
Biagi, Santoro,
Travaglio per accusarli di aver utilizzato «tutta quella
falsa satira che invece era un'azione volta a demolire
l'immagine del leader di centrodestra», quindi «Quali
che siano i consiglieri che sceglieranno Pera e Casini, non
si ripeterà mai un attentato alla democrazia come quello
messo in atto dalla Rai del centrosinistra» (La
Repubblica, 9 febbraio 2002). Assicura i cronisti che non
intende influenzare i Presidenti di Camera e Senato nella
scelta di nuovi vertici vicini al governo. Ma il 5 marzo
viene nominato il nuovo Cda che promuove immediatamente
Saccà a Direttore generale (risale a poco tempo prima l’outing
di Saccà sul “Corriere della Sera”, dove aveva
dichiarato che lui e tutta la famiglia votano FI), nomina Fabrizio del Noce (ex deputato di FI) Direttore
di Rai1. Presidente Antonio Baldessarre, in
quota Alleanza Nazionale ma riconosciuto da tutti, in
primis da Biagi e Mazzetti, come una
figura di garanzia. Salvo poi rivelarsi “la grande
delusione”(Loris Mazzetti, Il libro nero della Rai,
p. 109). Il 17 aprile il nuovo Presidente visita Biagi
nella sua casa milanese. Un incontro amichevole in cui
Baldessarre rassicura Biagi per il suo futuro in
Rai.
Ma siamo alla vigilia di quel 18 aprile 2002 che è
passato alla storia come la giornata dell’editto bulgaro.
Silvio Berlusconi, in una conferenza stampa a Sofia,
in Bulgaria, dichiara:
«L'uso che Biagi, come si chiama quell'altro...? Santoro,
ma l'altro... Luttazzi, hanno fatto della televisione
pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E
io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova
dirigenza di non permettere più che questo avvenga».
La sera stessa Biagi risponde al premier nel corso
della sua trasmissione, in un editoriale dal titolo
Libertà e pluralismo:
« […] Signor presidente Berlusconi dia disposizione di
procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho
per me stesso, mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri.
Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia
spazio per la libertà di stampa. E ci sia, perfino, in
questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice,
vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor
presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto,
dia un'occhiata, nella Costituzione […]». Leggi tutto
l’editoriale Libertà e pluralismo
Di lì a poco più di un mese, la stagione Rai e l’ottava
edizione de Il Fatto termineranno. È periodo di
programmazione dei palinsesti per l’autunno. E cominciano i
lunghi mesi di silenzio. Il 22 maggio, la settimana
precedente all’ultima puntata de Il Fatto, Enzo
Biagi scrive ai giornali, denunciando di non esser mai
stato contattato dalla Rai per progettare la nuova stagione:
«La sensazione è che si vogliono fare dei favori
politici, non c’è altra spiegazione». Si riaccende la
polemica, Ferrara è di nuovo all’attacco e a ruota
Baldessarre e Saccà.
Alla conclusione dell’ottava stagione i bilanci del
Fatto sono ottimi. Il programma di Biagi si
presenta nuovamente come uno dei più forti nel palinsesto
RAI, come negli otto anni precedenti di messa in onda: per
111 giornate Il Fatto è stato il programma più
seguito della Rai, con 168 puntate totali. Biagi si
accomiata da tutti quei milioni di fedeli telespettatori
nello stile e la sobrietà che gli sono sempre stati propri:
«Ci
congediamo da voi con l'augurio di giorni sereni per voi e
per il nostro Paese».
Nelle settimane seguenti è Enzo Biagi a dover
chiamare la direzione del canale, ricevendo sempre risposte
evasive.
E si arriva alla fine di giugno. In pompa magna a Cannes
vengono presentati i nuovi palinsesti Rai. Di
Biagi non c’è traccia. Nella fascia oraria occupata dal
Fatto sono previste le comiche di Max & Tux. Davanti
allo scalpore che questa assenza suscita in tutto il modo
(scriverà a Berlusconi anche il rappresentante dell’Ocse
per la libertà dei media), Saccà millanta trattative
e nuove proposte per Enzo Biagi.
Il 21 luglio, dopo mesi di silenzi, Biagi e
Mazzetti vengono ricevuti da Del Noce. Il Direttore
spiega la scelta di eliminare il Fatto è stata
dettata da strategie aziendali per far fronte alla
concorrenza Mediaset. Un varietà di 30 minuti è considerata
la migliore soluzione contro Striscia la notizia.
L’offerta di Del Noce a Biagi è quella di
venti speciali in seconda serata (e cinque in prima
serata) sull’attualità internazionale e la cronaca, a
partire dai primi mesi del 2003. L’accordo verrà
formalizzato, nonostante le promesse, solo due mesi e mezzo
dopo, in concomitanza con la raccomandata di licenziamento.
Intanto va in onda Max & Tux il programma per
il quale uno dei migliori programmi Rai (innanzitutto in
termini di share e ricavi pubblicitari) era stato
sacrificato. E subito viene dimostrata la malafede della
dirigenza Rai. Il programma non dura trenta minuti, ma meno
di cinque, meno de Il Fatto. E anche gli ascolti
sono, come prevedibile, deludenti. Dopo il boom della prima
puntata (27% di share, comunque inferiore ai record del
Fatto), ma ben presto lo share si assesta sul 18%, più
di tre punti percentuali in meno del programma di Enzo
Biagi. Il Direttore Del Noce arriva ad attaccare
per il flop di Max & TuxEnzo Biagi stesso: «
Max & Tux sono vittime della solidarietà a Biagi che ha
provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo
programma». Ai giornali vengono dati in pasto dati
falsati sul rapporto tra i due programmi. Per ben tre volte
il Ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri
dichiara che il nuovo programma superava costantemente gli
ascolti de Il Fatto, aggiungendo: «Questo è triste
per Biagi, perché francamente Max & Tux non sono un granché».
A fianco a queste azioni di depistaggio le cose si fanno
sempre più difficili anche per il millantato programma
promesso a Biagi per il nuovo anno. Del Noce vuole pretende
di vagliare ed approvare la scaletta delle singole puntate,
l’unica serata disponibile per Biagi sarà il venerdì,
tradizionalmente serata sfavorita negli ascolti e viene
vietato a Biagi di occuparsi della politica italiana.
Biagi quindi il 19 aprile 2002 intervistato da
“Repubblica” dichiara:
«Sono in Rai da 41 anni e, sinceramente, non mi sento di
restare a qualsiasi condizione […]Ma non sono disponibile a
morire per strangolamento, per una lenta asfissia. E' da
settembre che non vedo né sento nessuno. Un progetto,
soprattutto se nuovo, ha bisogno di lavoro, di scambi di
idee, di prime iniziative. Invece, intorno a me, c'è solo
silenzio e indifferenza: e allora andassero a quel paese»
(Leggi tutto:
Http://www.repubblica.it/online/politica/telescontro/biagi/biagi.html).
Ultima offerta dalla RAI a Biagi arriva dal direttore del
Tg3 Antonio di Bella che propone un programma
molto simile al Fatto, nella stessa fascia oraria
dopo i Tg regionali della sera. La dirigenza RAI cerca di
opporsi affermando che al canale non saranno destinati nuovi
fondi per il programma e che quindi non potrà permettersi
Biagi. Ma Biagi scrive a Saccà di essere
disponibile a lavorare al «compenso che tocca all’ultimo
giornalista assunto (senza raccomandazioni)», da versare
ad un insistito per anziani. Saccà allora rilancia
la proposta delle puntate in seconda serata, ma con il
chiaro intento di confondere le acque, sbugiardare Biagi
e allungare i tempi. L’ultima offerta di Rai 3, dopo
l’intervento diretto di Saccà, è di condurre il
programma prima dei telegiornali ma Biagi non può
accettare, perché «A casa mia prima si danno le notizie,
poi i commenti».
Ma la lettera di licenziamento è già pronta e il 26
settembre viene consegnata a Biagi, a quattro giorni della
data in cui, per contratto, si prevedeva il rinnovo
automatico, dopo 41 anni di carriera.
E anche nelle settimane seguenti Saccà continua a
rilasciare dichiarazioni volte a screditare Biagi e
riversare le colpe sul giornalista, lasciando però intendere
che sono ancora aperte trattative ma Biagi è sordo a
qualsiasi proposta. Enzo Biagi decide di porre fine a
questo indegno trattamento, affidando al proprio avvocato un
comunicato il 13 dicembre. Biagi afferma di
rinunciare alle proposte di Saccà per “ragioni
personali”.
Le porte della Rai si sbarreranno davanti a Biagi per
gli anni successivi. Non sarà nemmeno invitato alle
celebrazioni per i cinquant’anni della televisione, lui che
ne aveva passati e scritti quarantadue. In quest’occasione
una giuria di critici e giornalisti votarono Il Fatto
come miglior programma del secolo, causando molto imbarazzo
nel presentatore Pippo Baudo e nel nuovo direttore
Cattaneo. Biagi apprenderà la notizia dagli amici
dopo la sua pubblicazione sui giornali: «Sono un vecchio
cronista, se non mi avessero cacciato avrei continuato a
raccontare l’Italia. Una notizia al giorno, per cinque
minuti. Per questo non mi hanno voluto. Li spaventa la
realtà».
[1]
Lettera di
Enzo Biagi e “La Repubblica”, 19 settembre 2002.
[2]
"L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie
che io ho mai visto. E dire che di Italie brutte
nella mia lunga vita ne ho viste moltissime.
L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta,
animata però forse anche da belle speranze. L'Italia
del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche
l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di
vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa
Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il
berlusconismo è veramente la feccia che risale il
pozzo. (...) Non sono spaventato: piuttosto sono
impressionato, come non lo ero mai stato. Va bene,
mi dicevo, succede anche questo: uno dei tanti
bischeri che vengono a galla, poi andrà a fondo. Ma
adesso sono davvero impressionato, anche se la mia
preoccupazione è molto mitigata dalla mia anagrafe.
Che vuole, alla mia età preoccuparsi per i rischi
del futuro fa quasi ridere. (...) È strano: io non
avevo mai preso parte alla campagna di
demonizzazione: tutt'al più lo avevo definito un
pagliaccio, un burattino. Però tutte queste storie
su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto
incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile".
(Indro Montanelli, intervista a
Repubblica, 26 marzo 2001)
Periodico registrato
il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore
Tommaso Martini
Direttore responsabile Edoardo
Semmola