Ai vivi si deve del rispetto:
ma ai morti non si deve altro che la verità Voltaire
Il 6 novembre scorso si è spento in una clinica milanese
Enzo Biagi. Mentre tutto il Paese si è stretto
commosso intorno alla grande «voce di libertà» (Napolitano)
che per più quarant’anni, esclusi i cinque in cui fu
impedito dalla «nebbia della politica», aveva
raccontato l’Italia agli italiani, Silvio Berlusconi
è tornato a parlare dell’editto
bulgaro per smentire ogni sua responsabilità. «Non
c’è mai stato un editto bulgaro né ho mai detto che questi
signori on dovevano far televisione» (Repubblica, 7
novembre 2007). Ma era soltanto l’inizio. Ei mesi successivi
Berlusconi, approfittando dell’impossibilità da parte
dell’interessato a difendersi, ha calcato la mano fino ad
arrivare alle più infamanti accuse.
Si possono rintracciare due altri episodi in cui
Berlusconi negò l’editto
bulgaro, mentre Biagi era ancora in vita. La
prima in una memorabile puntata di Porta a porta il
31 maggio 2005. Le televisioni di tutto il mondo stanno
seguendo le ultime ore di agonia di Giovanni Paolo II, Rai
Uno è impegnata a permettere a Silvio Berlusconi di
concludere la campagna elettorale per le amministrative (è
il weekend delle
telefonate Bergamini, capo marketing Rai, a Mediaset per
accordarsi sul modo per evitare che la morte del papa si
ripercuota a sfavore del centrodestra alle elezioni, e per
cercar di ridimensionare, nell’informare gli spettatori, la
portata della sconfitta). Bruno Vespa ricorda
a Berlusconi l’editto
bulgaro, ottenendo una plateale negazione: «Io
avevo individuato un comportamento scorretto da parte di
questi signori, avevo parlato addirittura di uso criminoso
della televisione. Quando mi presentarono la domanda, si
stava ridendo e scherzando con gli imprenditori lietissimi
che finalmente il governo italiano fosse lì a sostenere il
loro ruolo in Bulgaria. Non era prevista la presenza dei
giornalisti. Poi invece entrarono i cronisti, senza che
nessuno ci avesse avvisato”. Vespa: “Davanti ai
giornalisti non avrebbe detto quella frase?”
Berlusconi risponde: “Mi sarei assolutamente attenuto
a un linguaggio ufficiale, cosa che faccio sempre anche se
quando parlo di fronte a tante persone c’è sempre lo
stravolgimento di quello che dico la sinistra, secondo me,
appare una fabbrica molto brava di bugie”. Circa due
anni più tardi (24 aprile 2007), Berlusconi si complimentò per la
prima puntata di RT- Rotocalco televisivo, e ai
microfoni di Radio Anch’io affermò: «Io non ho mai detto
che Biagi e gli altri non dovessero continuare in RAI. Io ho
detto che non dovevano utilizzare la RAI per fare
trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il
servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la
pensa come Biagi o gli altri» (Corriere della Sera, 25
aprile 2007)
Il giorno della morte di Enzo Biagi tutto
inizia con una dichiarazione dell’allora premier
Romano Prodi che ricorda l’ultima telefonata con
l’amico giornalista: «in lui dominava lo sdegno,
l’arrabbiatura forte. E anche il senso che era venuta meo
una delle libertà fondamentali del paese […] Mi disse
esplicitamente: attenzione, che questo è un attentato alla
libertà, dopo un cronista quante altre voci saranno
eliminate?»( La Repubblica, 6 novembre 2007). Il
centrodestra urla alla strumentalizzazione, mentre i
telegiornali italiani ricordano Biagi senza dar alcun
peso all’editto
bulgaro che ha, invece, così profondamente provato i
suoi ultimi anni di vita. Scrive Biagi nel libro
Lettere d’amore a una ragazza di una volta, rivolgendosi
alla moglie Lucia, morta nel 2001: «Cara Lucia penso che
la mia vita sia stata felice ma il conto è arrivato tutto
d’un colpo. Tu mi hai lasciato, Anna è morta all’improvviso,
sono stato calunniato e offeso nel mio lavoro».
Nel libro Quello che non si doveva dire, Enzo Biagi
scrisse undici puntate del Fatto che dal 3 maggio
2002 gli fu impedito di fare in televisione. Le prime
pagine, introduttive, parlano della sua lontananza coatta
dallo schermo. E apre con una confessione. L’eroe del
coraggio, dell’onestà confessa una grande bugia. Nel
rispondere a Loris Mazzetti che gli domandava
cosa avesse provato dopo esser stato cacciato e dimenticato
dalla RAI, Biagi disse di non aver provato niente.
Invece in queste pagine Biagi parla della nostalgia, dell’incazzatura
e della speranza, che sarà esaudita il 22 aprile
dell’anno scorso con il ritorno con Rotocalco televisivo.
Sprezzante di questo dolore, il giorno seguente alla morte
di Enzo Biagi, Berlusconi nega l’editto
bulgaro, attaccando la sinistra e accusandola di
aver costruito una montatura sulle sue “critiche”: «Tutto
è stato sconvolto la verità è che io criticai, e la critica
è ancora valida, come venisse usata la tv, soprattutto
quella pubblica, pagata con i soldi di tutti e dissi che i
dirigenti nuovi che verranno dovranno evitare che ciò si
ripeta. Non c’era nessuna intenzione di far uscire dalla
televisione e neppure di porre veti alla permanenza in tv di
chicchessia. Quindi ancora una volta è stato tutto deformato
dalla sinistra». Affermazioni talmente sorprendenti da
costringere la figlia del giornalista, Bice Biagi,
a dover prender le difese della memoria del padre nel giorno
del suo funerale, nella piccola chiesa di Pianaccio, il
paese natale nell’Appennino: «L'editto bulgaro c'è
stato: qualcuno a volte ha delle botte di amnesia, mio padre
invece è rimasto lucido fino alla fine. Il ritorno in Rai è
stato l'ultimo regalo che gli ha fatto qualcun'altro che si
è mosso» (Corriere della Sera, 9 novembre 2007). Ma
Bice Biagi non poteva immaginare che quella “amnesia”
poteva trasformarsi in squallido calcolo politico e nelle
menzogne più maligne.
Nella puntata del 14 febbraio scorso di Tv7 Berlusconi
non solo continua a negare gli effetti dell’editto
bulgaro ma attacca senza alcuna pietà: «Mi sono
battuto perché Biagi non lasciasse la televisione, ma alla
fine prevalse in lui il desiderio di poter esser liquidato
con un compenso molto elevato». Davanti a lui
Gianni Riotta che non replica, non rivolge la
famigerata e in questo caso quanto mai necessaria “seconda
domanda” ma lascia correre in nome di quel giornalismo
attento ai fatti e non alle opinioni che Riotta dice
di aver portato nella televisione italiana. Sempre pronto a
rispondere a qualsiasi critica con il proprio pedigree
universitario, citando come suo professore Fred
Friendly (e sottolineando che si tratta del
produttore interpretato da George Clooney in Good night
ad good luck) che gli ha lasciato la grande lezione (mal
digerita) di dare ai telespettatori le informazioni che
possono permettere loro di valutare e crearsi un’opinione
propria, anche diversa da quella del giornalista. Riotta
ne ha dato un grande esempio rimanendo muto e succube
davanti alle menzogne del potere. «Il potere troppo
spesso vuole rendere il nostro mondo opaco e tocca a noi
renderlo trasparente per i nostri ascoltatori» aveva
detto Riotta nel primo editoriale del Tg1 sotto la
sua direzione, ma con questa intervista a Berlusconi ha
aiutato il potere ha stendere un velo nero sopra la verità.
Anche queste dichiarazioni colgono la famiglia in un momento
di serenità privata: «Eravamo
a casa in famiglia e stavamo festeggiando felicemente un
compleanno. Un momento privato e dolce. Mentre spegnevamo le
candeline alcuni colleghi ed amici ci hanno telefonato per
riferirci delle dichiarazioni di Berlusconi. La prima
reazione è stata di profonda amarezza, la consapevolezza che
neanche il dolore riesce mai ad essere un fatto privato»
diranno le figlie ad
Articolo21. Ovviamente i grandi mezzi
di comunicazione non si affrettano a smentire l’insinuazione
di Berlusconi. Tocca alla figlia Bice, in un’intervista ad
Articolo21, spiegare che
Biagi non ricevette una liquidazione
ma i soldi ricevuti furono il risultato di una transizione con la quale la RAI evitava di esser
portata in tribunale per i danni all’immagine e i danni
professionali causati a Biagi, evitando quindi di avere un
pessimo ritorno di immagine. E che Berlusconi parli di
Biagi
in questi termini di avarizia sa di comico. Biagi stesso
ricordava spesso la cena con Berlusconi, dove quest’ultimo
estrasse il libretto degli assegni e disse a Biagi: «metta
lei la cifra», non riuscendo però a comprare il giornalista
e farlo lavorare sulle sue reti.
A tre giorni dalle elezioni, il 10 aprile 2008, dagli studi
La7 di Omnibus Berlusconi ripropone la nuova trovata su
Enzo Biagi, pronto a sparare a tutto a campo, sicuro che nessuno
lo contraddirà . Antonio Polito, direttore de
Il Riformista
(che va ricordato per aver schierato il suo giornale a
favore della sospensione di Raiot di Sabina Guzzanti: «i
comici non possono fare informazione», «più che il diritto
di chiuderlo, hanno il diritto di non mandarlo in onda»)
domanda a Berlusconi: «La seconda domanda mi promette che
questa volta non farà licenziare nessun giornalista della
Rai che la pensa in maniera sgradevole per lei come avvenne
l’altra volta con l’editto bulgaro?» Berlusconi riafferma di
non aver mai licenziato nessuno e di non essere mai
intervenuto nelle questioni interne Rai. Incalzato da
Polito, che afferma che se lui non è intervenuto
direttamente, qualcuno lo ha fatto per conto suo, Berlusconi
prosegue: «beh, ma contro la mia volontà perche’ io non
volevo assolutamente che si arrivasse alla decisione poi e’
stato lo stesso Biagi che ha deciso per una lauta eh… eh…
risposta alle sue esigenze di… che… ha preferito di
lasciare, ma io ho insistito fino all’ultimo che Biagi
restasse in Rai». Ma invece di cercare di smentire,
Polito prosegue alla ricerca dello scoop, cercando di
strappare a Berlusconi l’ammissione di voler chiudere Anno
Zero: «La chiude Annovero? – Ma no sarò io …». Poi
ancora menzogne. Berlusconi afferma di non aver mai fatto
telefonate in Rai, perché lui è «l’editore più liberale che
sia mai comparso sulla scena editoriale italiana». E le
telefonate a Saccà? Di cui abbiamo lo scandaloso scambio
di battute nelle intercettazioni? Per Berlusconi un
legittimo tentativo di far giustizia e permettere alle
grandi professioniste raccomandate a Saccà «per avere la
maggioranza in Senato» di lavorare e non privare la Rai del
loro talento. E in quelle registrazioni, nel trattamento
subito da Enzo Biagi, nei tentativi di
sabotaggio e di
accordo tra Rai e Mediaset, nei giornalisti che davanti
al potere non sfoderano mai la seconda domanda e spesso
nemmeno la prima, aprendo la strada a incontrastati
monologhi, forse in questo uso della televisione pubblica
risiede il vero «uso criminoso del servizio pubblico».
Tommaso
Martini
tommasomartii@sindromedistedhal.com
22 aprile
2008
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