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Non ti aspetti di
trovarti senza lavoro se sei stato l'unico giornalista al
mondo a coprire per intero la cronaca dal Vietnam. Se sei
stato il primo ad annunciare al mondo l'inizio della guerra
nel Golfo. Se sul tuo curriculum figurano un'intervista ad
Osama Bin Laden ed una a Saddam Hussein.
Se hai vinto il Premio Pulitzer. Così come se hai
scritto la storia del giornalismo in Italia. Non se lo
aspettava Enzo Biagi, non se lo aspettava
Peter Arnett. Ma la ragion di stato prevale sui
meriti e sulla libertà. La stanza dei bottoni non si tocca.
A nessuno è permesso. Nemmeno a Peter Arnett che, di
fatto, dissidente non lo è mai stato. Così come non è mai
stato antimilitarista.
Eppure il 31
marzo 2003 la stella dei reporter statunitensi viene
licenziata in tronco dalla Nbc. La sua colpa in
questo stralcio di intervista rilasciata nientemeno che alla
tv irachena: «Gli americani stanno riscrivendo il piano
di guerra, perché il primo è fallito a causa della
resistenza irachena. Le nostre trasmissioni da qui, con le
vittime civili, stanno avendo un impatto negli Stati Uniti,
dando argomenti agli oppositori della guerra. Cresce
l'opposizione a Bush, e a come sta conducendo questo
conflitto». Risposta immediata dalla dirigenza
dell'emittente: «Mr Arnett ha sbagliato a concedere
un'intervista alla tv controllata dallo stato iracheno
specialmente in tempo di guerra, ed ha sbagliato a discutere
le sue osservazioni ed opinioni personali in questa
intervista. Pertanto Mr Arnett non lavorerà più per Nbc News».
Arnett è fuori. A poco valgono le sue blande
giustificazioni alla nazione: «Ho detto essenzialmente
quel che noi tutti sappiamo sulla guerra».
Lo sdegno della
Nbc e del Pentagono non nasce tanto dal contenuto del
discorso, quanto dall'interlocutore.
Gli Stati Uniti
hanno impiegato anni a convincere il mondo di quanto fosse
necessaria una guerra contro l'Iraq. Forze
propagandistiche dispiegate in ogni dove per mostrarsi
compatti, per reprimere il dissenso agli occhi esterni.
Tutto rovinato da un giornalista che, forte della sua fama
mondiale, amplifica le incertezze interne sul conflitto ai
microfoni del nemico.
«Sono
dichiarazioni che denotano completa ignoranza», è la
secca replica della Casa Bianca. Meriterebbe l'accusa di
altro tradimento, secondo il senatore repubblicano Jim
Bunning.
Peter Arnett
comincia la sua carriera al National Geographic Magazine
per poi passare all' Associated Press, dove lavorerà in
pianta stabile per oltre vent'anni. Sarà proprio per
l'autorevole agenzia di stampa che seguirà le cronache della
Guerra del Vietnam dal 1962 al 1975, lavoro che gli
vale il Premio Pulitzer nel 1966.
Il 17 gennaio
1991, dalla terrazza dell'Hotel Rasheed di Baghdad, mostra i
primi, inquietanti bagliori dell'attacco americano. È
l'inizio della Guerra del Golfo, che Arnett
seguirà dall'inizio alla fine, stavolta per la Cnn. La
stessa Cnn che dopo otto anni si rifiuterà di rinnovargli il
contratto.
È il 1998 quando
il giornalista diffonde un documentario che testimonia l'uso
di gas nervino da parte degli americani contro alcuni
disertori nel corso dell'operazione Tailwind nel
Laos del 1970. Il Pentagono smentisce tutto ed Arnett
non ha a disposizione prove a sufficienza per dimostrare la
veridicità dei fatti. I dirigenti Cnn si limitano al
rimprovero, ma l'anno dopo faranno un brusco dietro-front
lasciando a casa lo storico collaboratore che troverà
immediatamente impiego, appunto alla Nbc, per cui lavorerà
fino all'inaspettato epilogo del 2003 che lo vede passare al
britannico Daily Mirror.
Carriera
costellata da picchi di altissima popolarità e tormentata da
indotti salti nel vuoto, Peter Arnett ha avuto vita facile
proporzionalmente alla fedeltà alla linea.
Quando si dice
un film già visto...
Martina
Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
22 aprile 2008
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