Articolo 301: difesa dell'identità Turca
 

 Può un paese che non sa fare i conti con la propria storia affrontare il futuro? Può entrare in Europa un Paese che proprio con il genocidio degli armeni e la sua negazione, nega la sua identità europea.

I funerali di Hrant Dink a Istanbul, decina di migliaia di turchi hanno scandito lo slogan "Siamo tutti armeni"

 

La settimana scorsa, il 19 gennaio, a Istanbul è stato ucciso il giornalista turco di origine armena Hrant Dink. Il tragico fatto di cronaca ha riproposto agli occhi della comunità internazionale uno dei più spinosi conti in sospeso col passato.

Dink era direttore e fondatore del giornale “Agos”, edito in lingua turca e armena. La sua colpa è stata di aver scritto del genocidio degli armeni. L’attentato è stato probabilmente compiuto dal gruppo ultranazionalista dei Lupi Grigi. Ma sono molte le colpe del governo e della politica. Il premier Erdogan ha denunciato l’assassinio. Ma proprio dalle sale del potere è arrivata nel 2005 la condanna a sei mesi con la condizionale a conclusione di un processo che lo vedeva imputato proprio per un articolo sul capitolo più oscuro della storia turca. Era diventato quindi bersaglio facile e già al centro dell’attenzione. Parlare del genocidio degli armeni infatti costituisce reato in base all’Articolo 301 della Costituzione, preposto a difendere l’identità turca. Una legge che testimonia l’incapacità di un Paese di fare i conti col proprio passato. Nelle scuole turche si inculca una visione distorta della storia, nel nome della difesa della declamata identità nazionale. È un episodio famoso il decreto Celik, che risale al 2002, col quale il ministro dell’istruzione ordinava la realizzazione di temi che negassero il genocidio.

In nome dell’identità turca sono state perseguitate altre personalità eccellenti. Il premio Nobel Orhan Pamuk fu processato, sempre nel 2005, per un’intervista ad un giornale svizzero in cui affermava che in Turchia sono stati uccisi più di un milione di ameni e trentamila curdi. Alla vigilia dell’inizio del suo processo Pamuk dichiarò alla stampa che  L'aver nascosto con tanta scrupolosità al popolo turco quanto accaduto agli armeni ottomani nel 1915 ha trasformato questa vicenda in un vero e proprio tabù. Del resto la reazione seguita alle mie dichiarazioni è quella tipica che si scatena quando si va a toccare un tabù: alcuni giornali hanno dato il via ad una campagna d'odio, alcuni editorialisti hanno detto apertamente che era arrivato il momento di farmi tacere, gruppi di fanatici nazionalisti mi hanno insultato per le strade ed hanno organizzato dimostrazioni, i miei libri e le mie fotografie sono stati bruciati. Pamuk fu assolto, ma in Turchia i suoi libri vennero bruciati, molti giornali lo bollarono come persona non grata, auspicando una sua pronta liquidazione. Stessa sorte è toccata alla scrittrice Elif Shafak, processata per il romanzo “Il bastardo di Istanbul”.

L’omicidio di Hrant Dinks porta ogni europeo a interrogarsi sulla possibilità che una Turchia incapace di far i conti col proprio possa entrare nell’Unione. Non può essere considerata una democrazia matura quella di un paese che impone per legge la menzogna e la negazione di verità storiche. E quale futuro si può prospettare per un Paese che non accetta il passato?

Le responsabilità del governo moderato di Erdogan sono forti. Il premier ha mostrato l’incapacità di agire con fermezza contro i gruppi dell’estrema destra. E il suo atteggiamento probabilmente andrà sempre più addolcendosi, secondo l’analisi della situazione politica interna alla Turchia condotta sulle pagine del “Corriere della Sera” da Antonio Ferrari (20 gennaio 2007). Il 2007 sarà infatti un anno di importanti appuntamenti elettorali. A maggio si voterà per il Presidente (ed è probabile la candidatura di Erdogan) e a novembre per le politiche. Erdogan ha probabilmente bisogno del sostegno della destra dell’Mhp, il partito legato ai Lupi grigi. Come ha affermato il filosofo francese Bernard-Henri Lévy Ciò che fa del­la Turchia un Paese europeo è la sua memoria armena, greca, balcanica, bulgara. Durante il genocidio la Turchia ha cercato di amputarsi la sua parte europea. E stato un genocidio, e un suicidio. Negare il genocidio armeno quindi, vuol dire non riconoscere una parte sostanziale della propria identità europea.

Risale ad ottobre la promulgazione di una legge da parte del Parlamento francese che istituisce il reato di negazione del genocidio armeno. Una legge che ha un preciso significato politico nel dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Europa. Sia il presidente francese Jacques Chiarac sia il ministro Nicolad Sarkozy hanno dichiarato che la Turchia dovrà riconoscere la morte degli armeni come un genocidio prima di poter entrare nell’Unione Europea[1]. Il dibattito che si è sviluppato dopo la comparsa di questa legge (è importante ricordare che la comunità armena in Francia è composta di mezzo milione di persone), si è spostato sulla questione della libertà d’espressione e d’opinione. Lo stesso Dink definì la legge francese un’imbecillità. E forse è vero. Leggi di questo tipo possono creare martiri. Il terreno sul quale va combattuta la battaglia contro i falsi storici e il negazionismo è un terreno culturale e, soprattutto in questo caso, politico.  

 

di Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com 


 

[1] Fisk R., “The indipendet”, 14 ottobre 2006

 

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