“Dopo
Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto
per aver girato la faccia al fine di non vedere e
non sapere.”
(Moni Ovadia)
Quelli che sono considerati pericolosi.
Quelli che sono entrati senza il permesso di
soggiorno.
Quelli che non hanno rinnovato il permesso di
soggiorno.
Quelli che sono irregolari trasferiti dalle carceri
dopo aver scontato la pena.
Quelli che sono stati condannati da un giudice a
scontare una pena in carcere.
Quelli che hanno presentato domanda di asilo dopo un
decreto di espulsione o respingimento alla
frontiera.
Ecco per chi sono stati istituiti i Centri di
Permanenza Temporanea.
Figli della legge n. 40 del 1998, la prima
legge organica sull’immigrazione, furono concepiti
con i soliti buoni propositi del momento: arginare
l’immigrazione clandestina, combattere la
criminalità, prevenire il terrorismo et cetera. I
buoni propositi giustificano sempre tutto, anche il
legiferare con disattenzione ed estrema miopia. La
miopia ingiustificata di chi è tenuto a conoscere la
storia. E la storia, anche e soprattutto quella più
recente, ci ha insegnato il senso e le implicazioni
della parola ghetto. Ad otto anni di
distanza, dopo che anche Amnesty International
si è mossa per denunciare maltrattamenti e soprusi
all’interno dei Cpt (ex Cpta, dove la a è
stata vittima di un’elisione funzionale. Stava per
assistenza.) di mezza Europa, non si può non
dire che c’era da aspettarselo. La legge
30 n. 189 del 2002, nel frattempo, ha fatto il
resto: il tempo di trattenimento da 30 giorni è
giunto a 60 e, mentre prima della modifica la
proroga del trattenimento era possibile solo quando
era imminente l’eliminazione della causa della
mancata espulsione, ora invece tale proroga può
essere concessa sulla base di gravi difficoltà per
il reperimento dei titoli di viaggio o nelle
pratiche di identificazione (sulla Bossi-Fini
vedi anche
”Io non mi sento italiano).
Intanto, però, i ghetti sono diventati lager,
termine sempre più usato da chi ha avuto modo di
visitarne uno o di parlare con chi è stato costretto
a soggiornarvi. E’ il caso di Marco Rovelli
che nel suo libro Lager Italiani (ed.
BUR, Milano 2006) raccoglie storie di uomini e donne
che, senza essersi macchiati di alcun crimine, sono
stati segregati e costretti a subire umiliazioni di
ogni genere.
Racconta il terrore di Carlos, che viene
dall’Equador e non ha documenti. Finisce in galera,
insieme agli assassini. Si sente male, entra
in coma, ma il medico si rifiuta di farlo ricoverare
perché potrebbe scappare. Subisce un
elettroshock, si riprende. Oggi è libero ma ha paura
anche di uscire per strada. Lo sguardo dimesso di
Lilia, badante moldava non in regola, che non è
tempo di sanatorie. Prelevata, ammanettata,
rinchiusa in un centro per due mesi. Non capivo
perché mi avevano portata lì come un criminale.
Buttata là, due mesi, finchè non si ricordano.
La sopportazione silenziosa di Alì, che
rischia di annegare durante il viaggio dall’Algeria:
centosettantacinque persone stipate in una nave da
pesca lunga quattordici metri, il cui guidatore
neanche conosce la rotta per l’Italia. Una volta
approdato a Lampedusa viene trasferito in diversi
centri dove i cessi sono ricoperti dalla melma,
non c’è angolo che non sia invaso dalla puzza.
L’acqua arriva direttamente dal mare e manca per
diverse ore al giorno, così si suda e non ci si può
lavare. Dopo essere stato testimone di più di
una violenza, riesce finalmente a raggiungere
Parigi. La voce rotta di Mihaela a cui i
poliziotti hanno distrutto la baracca di legno dove
dormiva, senza nemmeno darle il tempo di prendere le
sue cose, per poi trascinarla nel centro di Ragusa.
E’ stato orribile, racconta, un giorno mi
hanno picchiata. La gioventù di Abdelali,
diciannove anni, Marocco. Nel cpt di Brindisi vomita
sangue per venti giorni. Per venti giorni gli
vengono somministrati valium e tavor. Voglio
vedere la mamma, voglio rivedere anche la mia
sorellina, supplica il ragazzo una volta
ricoverato, finalmente, in ospedale. Niente.
Abdelali muore.
Jihad, palestinese, ha vissuto in un campo
profughi in Libano ed ha scontato ventuno anni di
galera a Rebibbia. La sua dichiarazione lascia
dunque sconcertati: trovarmi in un cpt è stata
l’esperienza forse più traumatica di tutto il mio
percorso di vita. Non solo per le botte. C’è di
peggio quanto a traumi. Said: Vogliono
fare di te un delinquente e, se non ci riescono,
almeno un malato di nervi lo diventi.
Queste ed altre storie. Tutte, a loro modo, atroci.
Storie che nessuno immagina di dover ascoltare. Non
nel 2006, non in casa nostra. Anzi, appena fuori
casa nostra, ai suoi bordi. Quel tanto che basta per
essere coperti dal rassicurante velo
dell’indifferenza. Storie di luoghi squallidi ed
impraticabili, di mancata assistenza sanitaria e di
violenze ingiustificate. Di stupri e botte.
Soprattutto, storie di uomini che non sono più
considerati uomini, violentati nel limbo della
giustizia, nella terra di mezzo dove ogni diritto è
sospeso; dunque, anche ogni possibile
rivendicazione. Alcune sono agghiaccianti, è vero,
ma la cosa più agghiacciante è la
spersonalizzazione, la perdita della dignità.
Lager Italiani è un libro che non può non
essere letto. Soltanto leggendo le emozioni e le
sofferenze che l’autore, con uno stile narrativo e
strabordante sensibilità, è riuscito a strappare
dagli sguardi di tutti coloro che sono stati
rinchiusi nei cpt, si arrivano a capire le logiche
di molti comportamenti incomprensibili per gli
uomini liberi. Esistono infatti strani rapporti che
legano i clandestini fra di loro, strani modi con
cui si spartiscono le zone ombrose delle loro
esistenze sempre in fuga. Chi ha il permesso può
farsi sfruttatore di chi non lo ha e denunciarlo,
dunque bisogna stare sempre all’erta. Diffidenza e
reazioni violente. Abitudine alla menzogna.
Atteggiamenti che spesso sono vittime di un’etnocentrica,
pigra ed ignorante semplificazione. Eppure c’è chi è
disposto a tutto pur di non tornare nell’inferno dei
centri o delle carceri, dove la repressione rende
l’uomo più cattivo e meno scrupoloso.
Sono ingrati, questi extracomunitari. E dire che l’europarlamentare
Mario Borghezio, dopo una visita al Cpt di
Lampedusa dichiarò: questo è un hotel a cinque
stelle, anch'io ci dormirei. Al dormitorio di
alcuni immigrati nei pressi di Torino, invece, nel
2000 preferì appiccare allegramente il fuoco.
Condannato a cinque mesi di carcere, ha ottenuto la
sospensione condizionale. Inoltre nel 1993 si vide
costretto a pagare una multa di ben 750.000 lire
perché ritenuto responsabile di aver picchiato un
bambino marocchino. Fa ancora parte della
Commissione per le libertà civili. D’altra parte
prendersela con l’ onorevole Borghezio è cosa
che risulta fin troppo semplice. Per questo è
necessario ricordare le parole pronunciate nel
luglio 2005 dal primo firmatario della legge n. 40
del 1998 nonché attuale Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, figura di ben più robusto
spessore politico, in aperta polemica con le
dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia
Nichi Vendola ed altri governatori di
centrosinistra delle zone di frontiera che
condannavano le condizioni disumane dei centri
definendoli, appunto, lager, e ne auspicavano
la chiusura. Se non avessimo istituito i Cpt
- ipse dixit - l' Italia non sarebbe stata
accolta nel sistema di Schengen. Così è, se vi
pare. Bello come l’Italia ricorra alle leggi e agli
accordi comunitari solo quando si tratta di aggirare
problemi, di scaricare responsabilità, di cercare
giustificazioni. La discussione ruota intorno alle
violenze che si verificano all’interno dei Cpt e le
violenze non sono previste da nessun accordo
internazionale. Ancora: Non c' è alcuna
alternativa a uno strumento del genere tant' è che
non c' è alcuna proposta, se non quella
irresponsabile di chiuderli senza sostituirli con
nulla . Se qualcuno li chiama lager credo che
insulti la memoria delle vittime dello sterminio
nazista. Quest’ultima frase, in prospettiva
storico-politica, è da considerarsi particolarmente
grave.
Certo, se i cpt o qualunque altra struttura di
detenzione non producono sei milioni di vittime non
possiamo chiamarli lager. La sensazione è che
la storia, in questo caso la storia del popolo
ebraico, sia stata posta pericolosamente sopra un
piedistallo. Serve per riempirsi la bocca di belle
parole durante le commemorazioni o nei giorni
consacrati alla memoria in cui, come a Natale, siamo
tutti più buoni. Ha i suoi cimiteri, i suoi
monumenti, la sua terminologia esclusiva che va
sempre usata a bassa voce per non rischiare di
offendere qualcuno. Invece di fungere da monito, da
magistra, come ebbe a dire un Cicerone
in vena di ottimismi, si fa monolitica ed
intoccabile. Innominabile. Se ne prendono le
distanze in nome di un’ ossequiosa deferenza che non
serve a nessuno se non alla bagarre circa
l’appropriazione delle vicende passate da parte di
quella o quell’altra forza politica. E mentre i
politicanti si spartiscono la storia, la storia
inesorabilmente si ripete.
(1) Marco Rovelli
(nella foto in basso) è il leader della band
musicale Les Anarchistes che, nata nel 2001,
già l’anno successivo si aggiudicava il Premio
Ciampi come miglior debutto discografico
dell’anno con l’album Figli di origine oscura.
Insegna Storia e filosofia nei licei. Ha già
pubblicato Atlante Storico (Ed. Garzanti,
2003) e Corpo esposto (Ed. Memoranda 2003).
Martina Manescalchi (martinamanescalchi@sindromedistendhal.com)
"LaLente"
18 dicembre 2006