I sommersi e i segregati

"Lager italiani": viaggio nell'inferno dei CPT

Articolo tratto dal numero 52 del quindicinale online www.lalente.net . La pubblicazione è stata autorizzata dall'autrice Martina Manescalchi (martinamanescalchi@lalente.net) e dal direttore Edoardo Semmola (edoardosemmola@lalente.net) .

  MARCO ROVELLI - Lager italiani

"Lager italiani"
Marco Rovelli

BUR

p. 283- 9,80 €

  

 Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto per aver girato la faccia al fine di non vedere e non sapere.
(Moni Ovadia)


Quelli che sono considerati pericolosi.
Quelli che sono entrati senza il permesso di soggiorno.
Quelli che non hanno rinnovato il permesso di soggiorno.
Quelli che sono irregolari trasferiti dalle carceri dopo aver scontato la pena.
Quelli che sono stati condannati da un giudice a scontare una pena in carcere.
Quelli che hanno presentato domanda di asilo dopo un decreto di espulsione o respingimento alla frontiera.
Ecco per chi sono stati istituiti i Centri di Permanenza Temporanea.
 
Figli della legge n. 40 del 1998, la prima legge organica sull’immigrazione, furono concepiti con i soliti buoni propositi del momento: arginare l’immigrazione clandestina, combattere la criminalità, prevenire il terrorismo et cetera. I buoni propositi giustificano sempre tutto, anche il legiferare con disattenzione ed estrema miopia. La miopia ingiustificata di chi è tenuto a conoscere la storia. E la storia, anche e soprattutto quella più recente, ci ha insegnato il senso e le implicazioni della parola ghetto. Ad otto anni di distanza, dopo che anche Amnesty International si è mossa per denunciare maltrattamenti e soprusi all’interno dei Cpt (ex Cpta, dove la a è stata vittima di un’elisione funzionale. Stava per assistenza.) di mezza Europa, non si può non dire che c’era da aspettarselo. La legge 30 n. 189 del 2002, nel frattempo, ha fatto il resto: il tempo di trattenimento da 30 giorni è giunto a 60 e, mentre prima della modifica la proroga del trattenimento era possibile solo quando era imminente l’eliminazione della causa della mancata espulsione, ora invece tale proroga può essere concessa sulla base di gravi difficoltà per il reperimento dei titoli di viaggio o nelle pratiche di identificazione (sulla Bossi-Fini vedi anche Io non mi sento italiano).

Intanto, però, i ghetti sono diventati lager, termine sempre più usato da chi ha avuto modo di visitarne uno o di parlare con chi è stato costretto a soggiornarvi. E’ il caso di Marco Rovelli che nel suo libro Lager Italiani (ed. BUR, Milano 2006) raccoglie storie di uomini e donne che, senza essersi macchiati di alcun crimine, sono stati segregati e costretti a subire umiliazioni di ogni genere.

Racconta il terrore di Carlos, che viene dall’Equador e non ha documenti. Finisce in galera, insieme agli assassini. Si sente male, entra in coma, ma il medico si rifiuta di farlo ricoverare perché potrebbe scappare. Subisce un elettroshock, si riprende. Oggi è libero ma ha paura anche di uscire per strada. Lo sguardo dimesso di Lilia, badante moldava non in regola, che non è tempo di sanatorie. Prelevata, ammanettata, rinchiusa in un centro per due mesi. Non capivo perché mi avevano portata lì come un criminale. Buttata là, due mesi, finchè non si ricordano. La sopportazione silenziosa di Alì, che rischia di annegare durante il viaggio dall’Algeria: centosettantacinque persone stipate in una nave da pesca lunga quattordici metri, il cui guidatore neanche conosce la rotta per l’Italia. Una volta approdato a Lampedusa viene trasferito in diversi centri dove i cessi sono ricoperti dalla melma, non c’è angolo che non sia invaso dalla puzza. L’acqua arriva direttamente dal mare e manca per diverse ore al giorno, così si suda e non ci si può lavare. Dopo essere stato testimone di più di una violenza, riesce finalmente a raggiungere Parigi. La voce rotta di Mihaela a cui i poliziotti hanno distrutto la baracca di legno dove dormiva, senza nemmeno darle il tempo di prendere le sue cose, per poi trascinarla nel centro di Ragusa. E’ stato orribile, racconta, un giorno mi hanno picchiata. La gioventù di Abdelali, diciannove anni, Marocco. Nel cpt di Brindisi vomita sangue per venti giorni. Per venti giorni gli vengono somministrati valium e tavor. Voglio vedere la mamma, voglio rivedere anche la mia sorellina, supplica il ragazzo una volta ricoverato, finalmente, in ospedale. Niente. Abdelali muore.
 
Jihad, palestinese, ha vissuto in un campo profughi in Libano ed ha scontato ventuno anni di galera a Rebibbia. La sua dichiarazione lascia dunque sconcertati: trovarmi in un cpt è stata l’esperienza forse più traumatica di tutto il mio percorso di vita. Non solo per le botte. C’è di peggio quanto a traumi. Said: Vogliono fare di te un delinquente e, se non ci riescono, almeno un malato di nervi lo diventi.

Queste ed altre storie. Tutte, a loro modo, atroci. Storie che nessuno immagina di dover ascoltare. Non nel 2006, non in casa nostra. Anzi, appena fuori casa nostra, ai suoi bordi. Quel tanto che basta per essere coperti dal rassicurante velo dell’indifferenza. Storie di luoghi squallidi ed impraticabili, di mancata assistenza sanitaria e di violenze ingiustificate. Di stupri e botte. Soprattutto, storie di uomini che non sono più considerati uomini, violentati nel limbo della giustizia, nella terra di mezzo dove ogni diritto è sospeso; dunque, anche ogni possibile rivendicazione. Alcune sono agghiaccianti, è vero, ma la cosa più agghiacciante è la spersonalizzazione, la perdita della dignità. Lager Italiani è un libro che non può non essere letto. Soltanto leggendo le emozioni e le sofferenze che l’autore, con uno stile narrativo e strabordante sensibilità, è riuscito a strappare dagli sguardi di tutti coloro che sono stati rinchiusi nei cpt, si arrivano a capire le logiche di molti comportamenti incomprensibili per gli uomini liberi. Esistono infatti strani rapporti che legano i clandestini fra di loro, strani modi con cui si spartiscono le zone ombrose delle loro esistenze sempre in fuga. Chi ha il permesso può farsi sfruttatore di chi non lo ha e denunciarlo, dunque bisogna stare sempre all’erta. Diffidenza e reazioni violente. Abitudine alla menzogna. Atteggiamenti che spesso sono vittime di un’etnocentrica, pigra ed ignorante semplificazione. Eppure c’è chi è disposto a tutto pur di non tornare nell’inferno dei centri o delle carceri, dove la repressione rende l’uomo più cattivo e meno scrupoloso.

Sono ingrati, questi extracomunitari. E dire che l’europarlamentare Mario Borghezio, dopo una visita al Cpt di Lampedusa dichiarò: questo è un hotel a cinque stelle, anch'io ci dormirei. Al dormitorio di alcuni immigrati nei pressi di Torino, invece, nel 2000 preferì appiccare allegramente il fuoco. Condannato a cinque mesi di carcere, ha ottenuto la sospensione condizionale. Inoltre nel 1993 si vide costretto a pagare una multa di ben 750.000 lire perché ritenuto responsabile di aver picchiato un bambino marocchino. Fa ancora parte della Commissione per le libertà civili. D’altra parte prendersela con l’ onorevole Borghezio è cosa che risulta fin troppo semplice. Per questo è necessario ricordare le parole pronunciate nel luglio 2005 dal primo firmatario della legge n. 40 del 1998 nonché attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, figura di ben più robusto spessore politico, in aperta polemica con le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola ed altri governatori di centrosinistra delle zone di frontiera che condannavano le condizioni disumane dei centri definendoli, appunto, lager, e ne auspicavano la chiusura. Se non avessimo istituito i Cpt - ipse dixit - l' Italia non sarebbe stata accolta nel sistema di Schengen. Così è, se vi pare. Bello come l’Italia ricorra alle leggi e agli accordi comunitari solo quando si tratta di aggirare problemi, di scaricare responsabilità, di cercare giustificazioni. La discussione ruota intorno alle violenze che si verificano all’interno dei Cpt e le violenze non sono previste da nessun accordo internazionale. Ancora: Non c' è alcuna alternativa a uno strumento del genere tant' è che non c' è alcuna proposta, se non quella irresponsabile di chiuderli senza sostituirli con nulla . Se qualcuno li chiama lager credo che insulti la memoria delle vittime dello sterminio nazista. Quest’ultima frase, in prospettiva storico-politica, è da considerarsi particolarmente grave.

Certo, se i cpt o qualunque altra struttura di detenzione non producono sei milioni di vittime non possiamo chiamarli lager. La sensazione è che la storia, in questo caso la storia del popolo ebraico, sia stata posta pericolosamente sopra un piedistallo. Serve per riempirsi la bocca di belle parole durante le commemorazioni o nei giorni consacrati alla memoria in cui, come a Natale, siamo tutti più buoni. Ha i suoi cimiteri, i suoi monumenti, la sua terminologia esclusiva che va sempre usata a bassa voce per non rischiare di offendere qualcuno. Invece di fungere da monito, da magistra, come ebbe a dire un Cicerone in vena di ottimismi, si fa monolitica ed intoccabile. Innominabile. Se ne prendono le distanze in nome di un’ ossequiosa deferenza che non serve a nessuno se non alla bagarre circa l’appropriazione delle vicende passate da parte di quella o quell’altra forza politica. E mentre i politicanti si spartiscono la storia, la storia inesorabilmente si ripete.


(1) Marco Rovelli (nella foto in basso) è il leader della band musicale Les Anarchistes che, nata nel 2001, già l’anno successivo si aggiudicava il Premio Ciampi come miglior debutto discografico dell’anno con l’album Figli di origine oscura. Insegna Storia e filosofia nei licei. Ha già pubblicato Atlante Storico (Ed. Garzanti, 2003) e Corpo esposto (Ed. Memoranda 2003).


 Martina Manescalchi (martinamanescalchi@sindromedistendhal.com)

"LaLente" 18 dicembre 2006

 

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