Storia del popolo armeno

Un breve percorso nella storia della minoranza armena vittima del primo genocidio del Novecento.

     

La testimonianza di una sopravissuta al genocidio del 1915
 

  

Le radici del popolo armeno sono da collocarsi nella regione collocata tra l’Eufrate e il Caucaso, che prende il nome di Armenia. Armenak o Aram è, secondo la leggenda , il nome del  discendente di Haik (a sua volta discendente di Noè), che guidò il popolo armeno con grande valore. Il territorio armeno era un punto cruciale per gli scambi tra oriente e occidente e proprio per questo oggetto di contesa. Persiani, Greci Romani ed Arabi passarono per le loro terre,e la popolazione riuscì a sopravvivere grazie alle rivalità tra queste potenze e ad una forte identità basata sulla cultura, sulla lingua e sulla religione cristiana (che per primi adottarono come religione di stato nel 301). La popolazione armena rimase divisa per secoli tra l’impero ottomano e quello persiano (che divenne territorio russo a seguito di conquiste territoriali). La fetta maggiore di popolazione occupava il territorio ottomano, in particolare la zona ad est dell’Eufrate e quella nord-orientale del Mediterraneo, la Cilicia. Altre comunità erano disperse nel territorio, tra le quali la comunità di Costantinopoli. Da parte sua il sultano ottomano tollerava le minoranze nel suo territorio, sicuro della forza dell’impero.

Con la dichiarazione di indipendenza della Grecia nel 1821 questa sicurezza venne meno. L’impero subì un duro colpo e rimase unito solo grazie alle rivalità tra le potenze europee, le quali temevano che lo smembramento avrebbe comportato l’annessione di territori da parte della rivale.

La pesante sconfitta contro la Russia subita dal neosovrano Abdul-Hamid incrementò ulteriormente il malcontento. Le conseguenze furono attutite dall’intervento dell’Inghilterra, che nella mediazione incluse una clausola riguardante la necessità di salvaguardare la sicurezza degli armeni tramite riforme. Tale clausola non venne rispettata, la redistribuzione dei territori prevedeva la concentrazione degli armeni nella zona della Cilicia. La loro situazione continuò a peggiorare, sorsero i primi partiti politici armeni e il sultano corse ai ripari organizzando i curdi in reggimenti detti hamidides da sfruttare nella repressione delle istanze automoniste.

Nel 1884 ha inizio la prima fase del genocidio, un massacro programmato e sistematico che colpisce la zona del Sassun. False dicerie su complotti armeni aumentano le antipatie da parte della popolazione mussulmana che proseguì l’opera di sterminio. In due anni si contano tra le due e le trecentomila vittime alle quali si aggiungono centinaia di migliaia di emigranti e migliaia di conversioni forzate alla religione islamica. Va sottolineato che la conversione non costituiva motivo di salvezza, se non per i giovani bambini che venivano presi da famiglie turche o curde, islamizzati e utilizzati come manodopera. Analogamente alcune donne venivano salvate per la loro bellezza e portate negli harem.

Le stragi compiute non bastano a ridare compattezza all’impero, che oltre alle minaccia esterne si vede disgregato dalle divisioni interne tra le varie popolazione cristiane (slavi,greci,siriani,armeni) e mussulmane (turchi,curdi,arabi). L’ideologia dell’ “ottomanismo” che prevedeva di fondere le diverse etnie in nome di una “nuova nazionalità” viene accantonata e prende piede il panaturchismo. La nuova dottrina ha lo scopo di riunire i popoli di origine turca, dal Bosforo alla Cina, e prevede per le altre etnie il distacco  o l’eliminazione. Portavoce del programma è una nuova organizzazione, il Comitato Unione e Progresso (Ittihad) che promuove una rivoluzione in nome dell’uguaglianza tra i popoli. Gli armeni e le varie minoranze etniche ottengono lo statuto – puramente formale – di cittadini, incrementando la fiducia nell’Ittihad. L’illusione continua anche quando nell’ aprile del 1909 in due ondate successive vengono sterminati 30.000 armeni, con una palese partecipazione del Comitato nel secondo intervento. L’attacco viene attribuito al vecchio regime agonizzante come un estremo tentativo di riemergere. Le potenze europee non si occupano dell’affare e i Giovani Turchi a capo dell’Ittihad, in questo clima, non incontrano ostacoli nel fondare una dittatura militare. A capo del regime si collocano Djemal, Enver e Talaat che occuperanno rispettivamente le cariche di ministro della Marina, della Guerra e dell’Interno. 

1915: Lo sterminio sistematico degli armeni

L’influenza tedesca sull’impero aveva superato, a partire dalla fine del XIX secolo, quella delle rivali Inghilterra e Francia. Allo scoppio del primo conflitto mondiale Enver, di ispirazione germanofila, non fatica a convincere la popolazione ad entrare in guerra a fianco delle Potenze della Triplice Alleanza, contro Russia Inghilterra e Francia. Nell’inverno del 1914 sferra un’ offensiva contro la Russia nel Caucaso, l’attacco si risolse in un disastro totale e la colpa venne scaricata sugli armeni. La popolazione armena infatti era divisa tra l’impero ottomano (circa due milioni) e Russia (circa un milione e mezzo). Dei primi la stragrande maggioranza si arruolò nell’esercito ottomano, solo una piccola parte passò all’esercito russo. I Giovani Turchi sfruttarono questi rari casi di diserzione come giustificazione per le loro azioni. A partire dal 1915 procedettero al disarmo sistematico degli armeni arruolati nell’esercito ottomano, e a questo seguirono una serie di sporadici massacri. La popolazione armena di Van reagì cercando di difendersi, con l’aiuto dell’esercito russo; l’evento fu presentato come un ‘insurrezione.

Con Francesi e Inglesi impegnati nelle operazioni militari e l’alleanza di tedeschi e austriaci i Giovani Turchi avevano la possibilità di agire liberamente. Il pretesto di allontanare la popolazione civile dalle zone vicine al fronte consentiva all’esercito la deportazione di massa. Iniziando da Istambul il 24 aprile del 1915 vennero arrestati i maggiori esponenti della cultura armena, per poi seguito con il resto della popolazione. In tutta l’Anatolia orientale si applicò lo stesso schema: i giovani tra i venti e i quaranta anni venivano fucilati a poca distanza dai centri abitati, gli altri venivano indirizzati in Siria. Solo una piccolissima parte giunse a destinazione, malattie, denutrizione, stupri rapine torture e uccisioni sterminarono i deportati. In tre mesi il numero degli armeni nell’Anatolia Orientale passò da quasi un milione a poche decine.

Per la Cilicia il pretesto della vicinanza al fronte non era valido, ma a questo punto non c’era bisogno di giustificazioni. I deportati sopravvissuti vennero inviati nei deserti in Siria e Mesopotamia e sterminati tra giugno e luglio del 1916 per ordine di Talaat.

 Il programma prevedeva la prosecuzione dei massacri nell’Armenia orientale, ma nel maggio del 1918 la sommossa popolare, animata dal maggior partito armeno (il Dashnag), bloccò l’offensiva turca. Qualche giorno dopo nasce la prima Repubblica Armena e in ottobre crolla definitivamente l’impero ottomano. Il bilancio del genocidio fu di 1.200.000 morti.

Nel 1920 con la conferenza di pace e con il trattato di Sèvres, si sancì definitivamente l’esistenza di uno Stato Armeno indipendente. Questo non pose fine alle controversie con la popolazione turca. Una nuova ondata di nazionalismo turco portò al potere Mustafà Kemal che diede l’ordine di ultimare il progetto di sterminio degli armeni sopravvissuti al generale Kabekir. L’esercito turco procedette al massacro di tutta la popolazione che si trovava nelle zone da poco attribuite alla Repubblica Armena distruggendola.

Nel 1921 turchi e bolscevichi si accordarono sulle frontiere di una piccola Armenia sovietica. La conferenza di Losanna, due anni dopo, annullò gli accordi di Sèvres avvallando in questo modo la pulizia etnica operata dai turchi.

La presenza armena in Turchia ammonta oggi a poche decine di migliaia di persone concentrate a Costantinopoli e sulla costa occidentale.

In seguito della disfatta ottomana i principali responsabili del massacro fuggirono. Il processo ebbe luogo nel 1919 a Costantinopoli, sotto il controllo di Damad Ferid Pascià il cui scopo era quello di attribuire tutte le colpe ai Giovani Turchi, presentando la Turchia come una nazione manipolata e dunque innocente. I principali responsabili del genocidio vennero condannati ma non fu avanzata nessuna domanda di estradizione e i verdetti stessi vennero successivamente annullati. Davanti alla riluttanza delle autorità il partito armeno di Dashnag organizzò un partito di giustizieri. In questo modo vennero eliminati i principali responsabili dei massacri tra i quali due leader dei Giovani Turchi Djemal e Talaat. L’assassino di quest’ultimo venne a sua volta processato ed in seguito assolto grazie alle testimonianze dell’ingiustificabile ferocia di Talaat. Tra queste emerse una dichiarazione dello stesso ministro che in un’intervista affermò “Ci hanno rimproverato di non aver fatto nessuna distinzione, in mezzo agli armeni tra gli innocenti e i colpevoli: è assolutamente impossibile,perché gli innocenti di oggi saranno forse i colpevoli di domani (…) noi abbiamo già liquidato la posizione di tre quarti degli armeni, bisogna che la finiamo con loro,(…)altrimenti dovremo temere la loro vendetta”. 

MIchele Andreoli micheleandreoli@sindromedistendhal.com

27 gennaio 2007

 

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