Le radici del popolo armeno sono da collocarsi nella
regione collocata tra l’Eufrate e il Caucaso, che
prende il nome di Armenia. Armenak o Aram è, secondo
la leggenda , il nome del discendente di Haik (a
sua volta discendente di Noè), che guidò il popolo
armeno con grande valore. Il territorio armeno era
un punto cruciale per gli scambi tra oriente e
occidente e proprio per questo oggetto di contesa.
Persiani, Greci Romani ed Arabi passarono per le
loro terre,e la popolazione riuscì a sopravvivere
grazie alle rivalità tra queste potenze e ad una
forte identità basata sulla cultura, sulla lingua e
sulla religione cristiana (che per primi
adottarono come religione di stato nel 301). La
popolazione armena rimase divisa per secoli tra
l’impero ottomano e quello persiano (che divenne
territorio russo a seguito di conquiste
territoriali). La fetta maggiore di popolazione
occupava il territorio ottomano, in particolare la
zona ad est dell’Eufrate e quella nord-orientale del
Mediterraneo, la Cilicia. Altre comunità erano
disperse nel territorio, tra le quali la comunità di
Costantinopoli. Da parte sua il sultano ottomano
tollerava le minoranze nel suo territorio,
sicuro della forza dell’impero.
Con la dichiarazione di indipendenza della Grecia
nel 1821 questa sicurezza venne meno. L’impero subì
un duro colpo e rimase unito solo grazie alle
rivalità tra le potenze europee, le quali temevano
che lo smembramento avrebbe comportato l’annessione
di territori da parte della rivale.
La pesante sconfitta contro la Russia subita dal
neosovrano Abdul-Hamid incrementò ulteriormente il
malcontento. Le conseguenze furono attutite
dall’intervento dell’Inghilterra, che nella
mediazione incluse una clausola riguardante la
necessità di salvaguardare la sicurezza degli
armeni tramite riforme. Tale clausola non venne
rispettata, la redistribuzione dei territori
prevedeva la concentrazione degli armeni nella zona
della Cilicia. La loro situazione continuò a
peggiorare, sorsero i primi partiti politici armeni
e il sultano corse ai ripari organizzando i curdi
in reggimenti detti hamidides da sfruttare
nella repressione delle istanze automoniste.
Nel 1884 ha inizio la prima fase del
genocidio, un massacro programmato e sistematico
che colpisce la zona del Sassun. False dicerie su
complotti armeni aumentano le antipatie da parte
della popolazione mussulmana che proseguì l’opera di
sterminio. In due anni si contano tra le due e le
trecentomila vittime alle quali si aggiungono
centinaia di migliaia di emigranti e migliaia di
conversioni forzate alla religione islamica. Va
sottolineato che la conversione non costituiva
motivo di salvezza, se non per i giovani bambini che
venivano presi da famiglie turche o curde,
islamizzati e utilizzati come manodopera.
Analogamente alcune donne venivano salvate per la
loro bellezza e portate negli harem.
Le stragi compiute non bastano a ridare compattezza
all’impero, che oltre alle minaccia esterne si vede
disgregato dalle divisioni interne tra le varie
popolazione cristiane (slavi,greci,siriani,armeni) e
mussulmane (turchi,curdi,arabi). L’ideologia dell’ “ottomanismo”
che prevedeva di fondere le diverse etnie in nome di
una “nuova nazionalità” viene accantonata e prende
piede il panaturchismo. La nuova dottrina ha
lo scopo di riunire i popoli di origine turca, dal
Bosforo alla Cina, e prevede per le altre etnie il
distacco o l’eliminazione. Portavoce del programma
è una nuova organizzazione, il Comitato Unione e
Progresso (Ittihad) che promuove una
rivoluzione in nome dell’uguaglianza tra i popoli.
Gli armeni e le varie minoranze etniche ottengono lo
statuto – puramente formale – di cittadini,
incrementando la fiducia nell’Ittihad.
L’illusione continua anche quando nell’ aprile del
1909 in due ondate successive vengono sterminati
30.000 armeni, con una palese partecipazione del
Comitato nel secondo intervento. L’attacco viene
attribuito al vecchio regime agonizzante come un
estremo tentativo di riemergere. Le potenze europee
non si occupano dell’affare e i Giovani Turchi a
capo dell’Ittihad, in questo clima, non incontrano
ostacoli nel fondare una dittatura militare.
A capo del regime si collocano Djemal, Enver e
Talaat che occuperanno rispettivamente le cariche di
ministro della Marina, della Guerra e dell’Interno.
1915: Lo sterminio sistematico degli armeni
L’influenza tedesca sull’impero aveva superato, a
partire dalla fine del XIX secolo, quella delle
rivali Inghilterra e Francia. Allo scoppio del
primo conflitto mondiale Enver, di ispirazione
germanofila, non fatica a convincere la popolazione
ad entrare in guerra a fianco delle Potenze della
Triplice Alleanza, contro Russia Inghilterra e
Francia. Nell’inverno del 1914 sferra un’ offensiva
contro la Russia nel Caucaso, l’attacco si risolse
in un disastro totale e la colpa venne scaricata
sugli armeni. La popolazione armena infatti era
divisa tra l’impero ottomano (circa due milioni) e
Russia (circa un milione e mezzo). Dei primi la
stragrande maggioranza si arruolò nell’esercito
ottomano, solo una piccola parte passò all’esercito
russo. I Giovani Turchi sfruttarono questi rari casi
di diserzione come giustificazione per le loro
azioni. A partire dal 1915 procedettero al disarmo
sistematico degli armeni arruolati nell’esercito
ottomano, e a questo seguirono una serie di
sporadici massacri. La popolazione armena di Van
reagì cercando di difendersi, con l’aiuto
dell’esercito russo; l’evento fu presentato come un
‘insurrezione.
Con Francesi e Inglesi impegnati nelle operazioni
militari e l’alleanza di tedeschi e austriaci i
Giovani Turchi avevano la possibilità di agire
liberamente. Il pretesto di allontanare la
popolazione civile dalle zone vicine al fronte
consentiva all’esercito la deportazione di massa.
Iniziando da Istambul il 24 aprile del 1915
vennero arrestati i maggiori esponenti della cultura
armena, per poi seguito con il resto della
popolazione. In tutta l’Anatolia orientale si
applicò lo stesso schema: i giovani tra i venti e i
quaranta anni venivano fucilati a poca distanza dai
centri abitati, gli altri venivano indirizzati in
Siria. Solo una piccolissima parte giunse a
destinazione, malattie, denutrizione, stupri rapine
torture e uccisioni sterminarono i deportati. In tre
mesi il numero degli armeni nell’Anatolia Orientale
passò da quasi un milione a poche decine.
Per la Cilicia il pretesto della vicinanza al fronte
non era valido, ma a questo punto non c’era bisogno
di giustificazioni. I deportati sopravvissuti
vennero inviati nei deserti in Siria e Mesopotamia e
sterminati tra giugno e luglio del 1916 per ordine
di Talaat.
Il programma prevedeva la prosecuzione dei massacri
nell’Armenia orientale, ma nel maggio del 1918 la
sommossa popolare, animata dal maggior partito
armeno (il Dashnag), bloccò l’offensiva
turca. Qualche giorno dopo nasce la prima
Repubblica Armena e in ottobre crolla
definitivamente l’impero ottomano. Il bilancio del
genocidio fu di 1.200.000 morti.
Nel 1920 con la conferenza di pace e con il
trattato di Sèvres, si sancì definitivamente
l’esistenza di uno Stato Armeno indipendente.
Questo non pose fine alle controversie con la
popolazione turca. Una nuova ondata di nazionalismo
turco portò al potere Mustafà Kemal
che diede l’ordine di ultimare il progetto di
sterminio degli armeni sopravvissuti al generale
Kabekir. L’esercito turco procedette al
massacro di tutta la popolazione che si trovava
nelle zone da poco attribuite alla Repubblica Armena
distruggendola.
Nel 1921 turchi e bolscevichi si accordarono sulle
frontiere di una piccola Armenia sovietica. La
conferenza di Losanna, due anni dopo, annullò gli
accordi di Sèvres avvallando in questo modo la
pulizia etnica operata dai turchi.
La presenza armena in Turchia ammonta oggi a poche
decine di migliaia di persone concentrate a
Costantinopoli e sulla costa occidentale.
In seguito della disfatta ottomana i principali
responsabili del massacro fuggirono. Il processo
ebbe luogo nel 1919 a Costantinopoli, sotto il
controllo di Damad Ferid Pascià il cui
scopo era quello di attribuire tutte le colpe ai
Giovani Turchi, presentando la Turchia come una
nazione manipolata e dunque innocente. I principali
responsabili del genocidio vennero condannati ma non
fu avanzata nessuna domanda di estradizione e i
verdetti stessi vennero successivamente annullati.
Davanti alla riluttanza delle autorità il partito
armeno di Dashnag organizzò un partito di
giustizieri. In questo modo vennero eliminati i
principali responsabili dei massacri tra i quali due
leader dei Giovani Turchi Djemal e Talaat.
L’assassino di quest’ultimo venne a sua volta
processato ed in seguito assolto grazie alle
testimonianze dell’ingiustificabile ferocia di
Talaat. Tra queste emerse una dichiarazione
dello stesso ministro che in un’intervista affermò “Ci
hanno rimproverato di non aver fatto nessuna
distinzione, in mezzo agli armeni tra gli innocenti
e i colpevoli: è assolutamente impossibile,perché
gli innocenti di oggi saranno forse i colpevoli di
domani (…) noi abbiamo già liquidato la posizione di
tre quarti degli armeni, bisogna che la finiamo con
loro,(…)altrimenti dovremo temere la loro vendetta”.
MIchele Andreoli
micheleandreoli@sindromedistendhal.com
27
gennaio 2007