Le stanze
del purgatorio, la discesa agli inferi, la
riabilitazione finale. Così si articola il plot di
Kapò (Gillo Pontecorvo, Italia/Francia 1960,
b/n, 102’), che non è un film sull’Olocausto, ma un
film nell’Olocausto. Un’opera prima di tutto
psicologica che non si ferma a mostrare le atrocità
messe in atto nei campi di concentramento ma ne
indaga a fondo le conseguenze sulla mente umana in
un’analisi particolareggiata, talora fredda, che
mette lo spettatore faccia a faccia con la follia
dei crimini nazisti.
L’ebrea
Edith (un’intensa Susan Strasberg), poco più che
bambina, assiste alla morte dei genitori nella
camera a gas di un campo di lavoro polacco. Un
medico le fa prendere il posto di una ladra morta la
notte prima, stravolgendo la sua identità.
Effettivamente i criminali, triangoli neri,
hanno vita più facile degli ebrei all’interno del
campo: è tra loro che le SS scelgono i guardiani:
li chiamano kapò. Devi stare attenta ai kapò, sono
delle carogne. Hanno diritto di vita e di morte
sugli altri prigionieri. Edith rabbrividisce a
queste prole, i suoi occhi si riempiono di paura.
Non immagina ancora quale sarà il suo destino.
Giorno dopo giorno, la fame e la prigionia la
rendono aggressiva e violenta. Quando le viene
chiesto di prostituirsi agli ufficiali, ormai
incattivita e cinica, chiede al cospetto di
un’attonita interprete: ma se io ci vado, mi
daranno da mangiare?. Comincia così la sua
trasformazione, il suo adattamento per la
sopravvivenza fisica e mentale. Passa il tempo fra i
letti degli ufficiali e le chiacchiere con i kapò,
continuamente esposta al pensiero di menti
profondamente plagiate dalla propaganda di regime,
rimanendone intrappolata. La sua esistenza subisce
un repentino cambiamento quando viene scelta come
kapò. Una terribile kapò, peggiore dei nazisti
stessi, ormai prigioniera di sé stessa prima che
degli altri. “Adesso sto bene qui. Mangio bene,
dormo bene, non lavoro, non passo più selezioni” “E
non t’importa d’altro?” “E cosa c’è d’altro?”.
Per lei la vita umana, a quel punto, non ha davvero
più valore di quella animale. Non ha più neanche
paura. Questo fino all’arrivo di Sasha, un
prigioniero russo che riuscirà a risvegliare in lei
emozioni e sentimenti che la miseria e la reclusione
sembravano aver annientato e convertito in odio
cieco. Per amor suo, durante un cambio della
guardia, accetterà di entrare in una cabina per
staccare i fili elettrici che impediscono di
oltrepassare i confini del campo. Si sacrificherà
per consentire a molti di scappare da quell’inferno
del quale per un momento si era resa, a suo modo,
complice.
Purtroppo
il finale smorza la lucida, geniale spietatezza con
cui la pellicola, per i tre quarti della sua durata,
si addentra nei risvolti comportamentali della
tortura quotidiana. Il riscatto in nome dell’amore,
se da una parte riavvicina lo spettatore alla
protagonista, dall’altra fa sì che la storia perda
il suo mordente originario. Resta il nitido ritratto
del percorso interiore di una donna che, proprio
perché ancora bambina, trova con facilità un nuovo
mondo di appartenenza, aderendo con naturalezza al
seppur tragico, nuovo contesto.
Ripensare
oggi questo film vuol dire chiedersi cosa significhi
trasformare gli uomini in schiavi. Questo
l’interrogativo incipiente, che trova la sua
risposta, semplice e terribile, nelle parole in cui
una prigioniera esorta Edith a lavarsi, per non
seguire le logiche degli aguzzini che vorrebbero
vederle comportarsi come bestie: dobbiamo
resistere, anche lavandoci. È un modo per sentirsi
essere umani. Per non abbrutirsi del tutto.
D’altro canto, il procedimento mentale della
prigioniera che si trasforma in aguzzina trova un
suo senso nell’identificazione con il male che la
affligge, con l’implicito ed inconscio scopo di
riuscire a sopportarlo meglio. Edith si lascia
convincere, svuotare in un climax crescente di
cinismo che si esaurisce soltanto nella sterzata
finale. Per buona parte del film la sua figura
simboleggia la non-persona, vittima di un travaglio
così pesante da portarla alla spersonalizzazione, in
un iter che può essere identificato come il processo
di violenza psicologica attuato dal regime nei
confronti dell’intera popolazione ebraica. La Edith
kapò rappresenta alla perfezione il risultato che la
ferocia nazista avrebbe voluto ottenere con tutti i
suoi prigionieri, con una controrivoluzione che
parte da più lontano, da prima ancora che, nel 1933,
venisse aperto il primo campo di lavoro, a Dachau.
Viene dai primi slogan colmi di esasperata
esaltazione degli elementi di unità nazionale, viene
dai libri dati alle fiamme, un cammino lungo anni e
dagli scopi ben più sofisticati delle mere violenze
fisiche. Il fomento continuo e costante di una
popolazione verso il suo capro espiatorio porterà
alla barbarie che oggi riempie i libri di storia e
che Pontecorvo fotografa qui nella sua dimensione
più intima e nel suo rivolgimento ultimo:
l’indifferenza. Le prigioniere combattono
costantemente perché non si impossessi di loro
l’indifferenza, identificata con la vera perdita di
dignità. Qui ci si dimentica di tutto, tranne che
del freddo e della fame.
L’epopea
di Edith, dunque, come epopea di uno sterminio che
avrebbe voluto portare, prima di tutto,
all’autodistruzione. Rendere le persone fragili con
la paura della morte che può avvenire in qualsiasi
momento, senza alcun codice di comportamento da
poter rispettare per evitarla, senza alcuna certezza
a cui aggrapparsi. La pellicola ha il merito di
mostrare questo aspetto inquietante della
persecuzione nazista, l’adattamento inconsapevole ed
autodistruttivo della protagonista ai canoni di una
cultura uguale per tutti. Il suo sacrificio
dimostrerà l’incapacità del nazismo, nonostante
tutto, di sopprimere i sentimenti umani, la
sconfitta di tutti gli intenti di omologazione e di
annientamento. Un sacrificio raggiunto con la
consapevolezza del Male visto dal suo interno
attraverso l’angosciante discesa agli inferi.
Premiato
con un Nastro d’argento nel 1961, Kapò venne
candidato all’ Oscar come miglior film straniero.
Suscitò altresì non poche polemiche per la crudezza
di certe immagini. In particolare Jacques Rivette (Cahiers
du cinema n. 120, giugno 1961) criticherà
aspramente l’inquadratura di una prigioniera che si
getta drammaticamente contro i fili elettrici e la
lenta carrellata in avanti sul cadavere della
protagonista, parlando di spettacolarizzazione
della morte. Giudizio che, forse, non tiene
conto della simbolica profondità delle inquadrature,
che poi è la profondità con cui, solo quindici anni
dopo la caduta del regime, l’occhio del regista
riesce a penetrare nelle pieghe di un momento
storico aberrante che ancora oggi risulta a tratti
irrisolto.
di Martina Manescalchi
martinamanescalchi@sindormedistendhal.com
27
gennaio 2007