Non siamo gli
ultimi
L'atrocità e la bellezza dei campi di concentramento
Le opere dell'artista
goriziano Zoran Music (1909-2005) ci parlano in modo drammatico
delle atrocità di Dachau ma anche dell'obbligo della memoria.
Che deve essere anche ricordo della bellezza di cui parla Music
nella sue memorie, della felicità di cui parla Kertesz in "Essere
senza destino"
“Non siamo gli ultimi” si intitola la
sconcertante serie di dipinti dell’artista goriziano
Anton Zoran Music. Un titolo che esprime la
tensione morale di un artista che visse l’orrore e
la tragedia dell’Olocausto in quindici mesi di
internamento a Dachau. E che, parecchi anni
dopo essere tornato in Italia, sentì il bisogno e il
dovere della memoria. Dopo vent’anni di silenzio,
durante i quali si è dedicato principalmente al
paesaggio dalmata, Music torna agli occhi
moribondi come centinaia di scintille pungenti.
Un paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica
attesa che ha sempre occupato la sua memoria si
sostituisce alle valli della terra natale. Ma anche
in queste immagini si nasconde il germe di Dachau.
L’esperienza del campo di concentramento ha rivelato
a Music la verità dietro ogni elemento
superfluo, e dai suoi paesaggi trasuda quella
“verità che si cela dietro l’apparente stasi
delle cose”(Jean Clair). Secondo il critico
francese Jean Clair la vera scuola di Music
non fu l’Accademia di Belle Ati di Zagabria, che
egli frequentò tra il 1930 e il 1935. Ma fu la “scuola
di Dachau” ad insegnarli a dipingere. Ulteriore
prova ne è la serie “Motivi floreali” in cui ancora
i rami, le piante si intrecciano come mucchi di
cadaveri abbandonati che durante l’inverno
stecchiti e come congelati ti fanno compagnia. A
strati un fila di teste in avanti e, sopra, una fila
con le gambe sporgenti.
I cadaveri di Music sono forme senza più
anima, fantasmagoriche urla di dolore. Colore del
fango, colore della terra, ormai entrati in un mondo
panico fuori di tutto quello che si poteva
immaginare. In un mondo assurdo, allucinante,
irreale. Forse un altro pianeta. Music
racconta che vivere a costante contatto con i
cadaveri, nella perenne paura di poter a sua volta
morire in ogni momento, ha sdrammatizzato nei mesi
di prigionia la presenza dei morti. Mesi durante i
quali realizzò degli schizzi e dei disegni. Sembra
che la drammaticità di Dachau esploda nelle suo
opere degli anni Settanta, che emettono l’odore di
decomposizione e di sporcizia del campo.
Questi fantasmi a lungo sopiti nella mente di
Music mostrano tutta la loro invadenza nella
memoria e nell’arte di Music. Tanto che
l’ultima serie di autoritratti realizzati da
Music nel 2001
esprime la stessa violenza, la stessa opacità. Music
sembra portare su di sé le ombre di quei cadaveri,
il peso della memoria.
Zoran Music
è morto nel maggio 2005 a Venezia, città dove si era
stabilito dopo la fine della Guerra. Era nato a
Gorizia e aveva studiato nelle scuole dell’impero
Austro-Ungarico. Fu arrestato della Gestapo nel
1944, accusato di nascondere un capo della
Resistenza. Il suo ingresso a Dachau avviene il 18
novembre 1944. Qui disegna di nascosto, riuscendo a
procurarsi il materiale nella fabbrica in cui
svolgeva i lavori forzati. E il disegno diventa
subito una via di salvezza. Forse così mi
salvo. Nel pericolo avrò una ragione di salvezza.
Allo stesso modo oggi le sue opere possono salvarci,
mostrandoci l’imperativo della memoria, avvertendoci
che non siamo gli ultimi. Molti sopravvissuti
ai campi di concentramento sentirono quella
che Elie Wiesel definisce una missione
impossibile, vocazione, responsabilità, obbligo
di raccontare le proprie esperienze. Sembra che i
quadri di Music lo facciano in una maniera
più personale, meno esplicitamente rivolta a chi non
ha vissuto le atrocità. Ma ciò non diminuisce la
loro forza. Ci dicono con Primo Levi
“E’ avvenuto e quindi può accadere di nuovo”. Si
affiancano alla voce della madre di Elie Wiesel
in “Credere o non credere”: si tratta ora di non
dimenticare.
Le pagine scritte da Zoran Music sulla sua
esperienza a Dachau hanno la stessa durezza dei suoi
dipinti. Egli descrive la sua urgenza di disegnare
come necessità di disegnare per non far sfuggire
questa grandiosa e tragica bellezza. Un
concetto complesso e apparentemente sconvolgente.
Secondo Pietro CitatiMusic era
attratto dalla bellezza dell’orrido: quanta
tragica eleganza in questi fragili corpi. I dettagli
così precisi … è quanto di più lontano si possa
pensare dal sadismo. Anzi mi pare un umanesimo e un
amore per l’uomo così grande, da coglierne la
straordinarietà anche fatto cadavere, anche ridotto
a mucchio di ossa. Molto spesso ritorna nei
sopravvissuti ai Lager questo concetto della
bellezza. Anche il premio Nobel Imre Kertesz
descrive un sentimento simile nel suo famoso romanzo
“Essere senza destino”: “Non esiste assurdità che
non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio
cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi
aspetta come una trappola inevitabile. Perché
persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i
tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla
felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli
“orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia
l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della
felicità dei campi di concentramento che dovrei
parlare loro, la prossima volta che me lo
chiederanno” (nel video, la sequenza finale del
film "Essere senza destino" (2005) del regista
ugherese Koltai: sono le parole di Kertesz,
protagonista della storia). Quell’amore che
Salvatore Quasimodo ha paradossalmente il
coraggio di inserire tra due versi in cui compaiono
le parole Auschwitz e campo di morte.
Bellezza, felicità, amore. Parole che stridono, che
non si possono pronunciare se si parla di Olocausto.
Ma forse la memoria ha bisogno anche di queste
parole. Di non dimenticare che sarà solo se l’uomo
potrà sempre e comunque conservare bellezza,
felicità e amore, che potrà salvarsi, potrà non
essere il prossimo.
Ad una conferenza sulla libertà dell’arte tenutesi
in autunno a Bolzano, un esponente politico locale
provocava in modo imbarazzante la platea,
improvvisandosi artista e confermando una profondità
culturale e morale praticamente nulla. Domandava se
mai noi potessimo accettare l’immagine dei cancelli
di Auschwitz con sopra una scritta “Bello”.
Zoran Music, Imre Kertesz avrebbero
risposto con le parole riportate sopra. Perché se ci
fosse un’arte che propone questa immagine, non si
dovrebbe perdere fiducia nella salvezza di cui parla
Music stesso. Perché quell’arte non ci parlerebbe di
negazionismo, ma ci parlerebbe dell’umanità dei
condannati, dei loro gesti di amore. Ci darebbe
fiducia di un’umanità che non perde mai se stessa.