Recenti
trasmissioni televisive e ben consolidati luoghi comuni,
considerano le leggi razziali che colpirono gli ebrei italiani
un'imposizione di Hitler, scagionando il fascismo e Mussolini
dalle gravissime colpe di cui si macchiò già nei primi anni del
Ventennio. E, soprattutto, misconoscendo il peso che hanno avuto
la Chiesa e i Patti Lateranensi nella discriminazione degli
ebrei.
Ai primi dell’Ottocento l’eco della
Rivoluzione francese e le invasioni napoleoniche
riuscirono ad abolire molti limiti e divieti ai
quali erano sottoposti gli ebrei in Italia. Tra il
1791 e il 1815 le comunità ebraiche sono al centro
di una stagione di emancipazione bruscamente
interrotta dalla Restaurazione. Ma questo periodo è
destinato a lasciare il segno e fu impossibile
tornare alla situazione settecentesca. Soltanto
nella Roma papalina gli ebrei furono ricacciati nel
ghetto.
Le trasformazioni in senso liberale
dello stato sabaudo favorirono l’integrazione di
molte minoranze religiose. I principi
dell’emancipazione saranno estesi con l’unificazione
alle altre regioni della penisola.
Il presupposto all’equiparazione
degli ebrei agli altri cittadini italiani fu lo
Statuto Albertino (marzo 1848). Lo Statuto
riconosceva l’eguaglianza dei cittadini senza
distinzioni di carattere religioso. Il processo
di emancipazione ha il suo coronamento, da punto di
vista legislativo, nel giugno del 1848 con il
riconoscimento dei diritti politici .
In Italia l’antisemitismo si
manifestò nel corso dell’Ottocento in misura
sicuramente ridotta rispetto agli altri stati
europei. Basti pensare all’affare Dreyfus in Francia
o ai terribili pogrom russi. Le ragioni sono
da ricercarsi in due motivi principali. Innanzitutto
il processo di industrializzazione in Italia
iniziò con un forte ritardo rispetto alla maggior
parte degli altri paesi europei, dove la presenza
ebraica fu considerata tra le cause della
disgregazioni del tradizionale assetto sociale. Da
non trascurare, poi, che la presenza ebraica
in Italia è sempre stata relativamente ridotta.
Il pregiudizio contro gli ebrei nella
tradizione politico-culturale italiana è
esclusivamente di matrice cattolica. Questo
antisemitismo ebbe come conseguenza la sostanziale
indifferenza nei confronti degli ebrei. Lo storico
Arnoldo Momigliano, in Pagine
ebraiche, ritiene questo terreno di indifferenza
un humus fertile per le leggi razziali fasciste.
L’espressione di questo pregiudizio cattolico si è
espresso comunque solo in abito popolare. Furono
infatti limitati gli episodi di antisemitismo
politico. Eminenti personalità della vita politica
italiana erano ebree. Sidney Sonnino
ad esempio (anche se convertitosi al
protestantesimo) era di famiglia ebraica.
Nell’Italia liberale gli ebrei
riuscirono a conservare la loro cultura e le loro
tradizioni. Nel 1882 fu costruita la sinagoga di
Firenze, nel 1904 quella di Roma e fu avviato il
progetto della costruzione della Mole Antonelliana
che doveva divenire il tempio della comunità
israelitica torinese. Gli ebrei mostrarono anche un
particolare spirito patriottico e una forte
vicinanza a Casa Savoia, considerata l’iniziatrice
di questa politica di apertura.
Se l’ebreo come singolo era
integrato a piano titolo nella società italiana non
era ancora stato risolato il problema della
collettività, della minoranza ebraica e dei suoi
rapporti con lo Stato. Negli stati pre-unitari erano
presenti le Università israelitiche con regolamenti
e indirizzi anche molto diversi. Queste entità
avevano l’esigenza di entrare direttamente in
contatto con le istituzioni. Dovevano perciò
raggiungere un’intesa intercomunitaria. Il punto di
partenza per la definizione della struttura di
rappresentanza degli ebrei come collettività fu la
Legge Rattazzi del 1857. Il processo di
chiarificazione degli intenti comuni fu molto lento.
Soltanto nel secondo decennio del Novecento
l’indirizzo preso sarà quello della federazione.
Altro importante passo in avanti fu il Codice
Zanardelli del 1889 che riconobbe parità a tutte
le confessioni. L’ebraismo non era più dunque una
religione tollerata ma tutelata giuridicamente al
pari delle altre all’interno dello Stato italiano.
Il
sionismo
Il sionismo nacque in Europa sul
finire dell’Ottocento come risposta alla difficili
situazione che si stavano creando in diverse parti
del continente. I pogrom e lo scandalo
Dreyfus evidenziarono la necessitò di un’espressione
politica concretamente operativo. Il sionismo in
Italia non fu un fenomeno marginale. Se ne foce
portavoce l’organo della comunità ebraica di Triste,
il “Corriere israelitico”. Il sionismo mise
in evidenza le differenti posizioni della comunità
ebraica. Critici nei confronti del sionismo furono
tutti coloro che difendevano l’identificazione
dell’ebraismo con la patria nazionale. Il loro
organo era il “Vessillo israelitico”. Nel
1901 viene fondata la Federazione sionista
italiana con lo scopo principale di mostrare la
propria solidarietà con l’ebraismo mondiale. Negli
anni Trenta furono gli ebrei vicini al sionismo i
primi ad avvertire i segni dell’imminente
catastrofe.
Il
nazionalismo italiano e gli ebrei
È il movimento nazionalista a porsi
dichiaratamente in posizione antisemita. La guerra
di Libia si rivelò un pretesto per scagliarsi contro
gli ebrei. L’ostilità internazionale all’impresa
italiana nel nord Africa fu ricollegata agli
ambiente economici ebrei. I nazionalisti
denunciarono il carattere antinazionale degli ebrei
e la “bancocrazia internazionale ebraica”.
Il fascismo
L’evoluzione in senso liberale del
rapporto con gli ebrei fu interrotta dai Patti
Lateranensi, nel quadro della condizione
privilegiata riservata alla religione cattolica.
Nacque la formula dei culti ammessi inferiori
alla religione di Stato. Cominciarono ad essere
redatte le prime norme legislative per il controllo
delle minoranze religiose. Fu accentuato
l’accentramento del potere decisionale negli
organismi direttivi dell’Unione delle comunità che
erano fortemente controllati dallo Stato.
Quest’ultimo poteva istituire o sopprimere le
comunità. Allo stato era anche riservato l’incarico
di approvare l’elezione del Rabbino capo e del
Presidente della comunità e il controllo
amministrativo.
I nuovi regolamenti furono
sostanzialmente accettati nel mondo ebraico.
Parallelamente non fu vista con grande
preoccupazione la situazione degli ebrei in
Germania.
A complicare la situazione intervenne
l’arresto a Torino di una cellula di “Giustizia e
libertà” alla quale facevano capo numerosi
antifascisti ebrei. La propaganda antisemita cercò
quindi di identificare l’ebraismo con
l’antifascismo. In risposta a queste accuse nacque
il giornale “La nostra bandiera” espressione
degli ebrei fascisti che criticava aspramente
alcune fasce del mondo ebraico, sopratutto la
corrente sionista.
Origini
dell’antisemitismo: la Libia e l’eugentica
La politica razzista del fascismo si
esprime per la prima volta con la conquista della
Libia e con i primi passi dell’eugenetica. Fu
affermata l’inferiorità delle popolazioni locali dal
punto di vista biologico e intellettuale e quindi
legittimata la conquista della loro terra.
Parallelamente fu forte l’impegno per evitare il
loro inserimento nella società italiana. I
provvedimenti presi in difesa della razza
influenzarono la politica razzista del fascismo su
piani più generali, compreso quello ebraico. Si
stava costruendo l’idea dell’esistenza di razze
inferiori che contaminavano la razza pura. Il ruolo
del razzismo coloniale fu fondamentale per
l’antisemitismo: “L’immagine del negro
universalmente diffusa tra gli italiani sarà il
cavallo di Troia con cui il razzismo antisemita
verrà fatto penetrare in Italia”(Maiocchi).
Prima
fase della campagna contro gli ebrei: la propaganda
I
provvedimenti amministrativi e legislativi contro
gli ebrei risalgono nel 1938 ma già nell’anno
precedente Mussolini diede avvio a una
propaganda contro gli ebrei che manifesta
l’intenzione di originare un antisemitismo di
Stato.
Ne Gli ebrei in Italia
Paolo Orano sottolineò l’incompatibilità tra
identità ebraica e identità nazionale italiana. Il
libro può essere inteso come una vera dichiarazione
di guerra all’ebraismo italiano. Orano esortò
gli ebrei ad allinearsi integralmente con gli
italiani, anche aderendo alla religione di Stato.
Inoltre veniva fortemente criticato il sionismo,
accusato di essere in contrasto con il nazionalismo
italiano per la sua natura internazionale. Se le
critiche erano molto forti contro i sionisti
altrettanto violentemente colpivano gli ebrei
fascisti. Alcuni capi dell’ebraismo simpatizzante
per il fascismo avevano espresso opinioni molto
simili a quelle di Orano e si trovavano ora
in una situazione imbarazzante. Era evidente la
spaccatura interna dell’ebraismo che si configura
anche a livello istituzionale con la creazione del
Comitato degli italiani di religione ebraica.
Nel 1937 vengono ristampati i “Protocolli”dei
“Savi di Sion”, un’altra edizione distribuita in
trentacinque mila copie fu distribuita l’anno
successivo. La casa editrice mise in evidenza come
il problema della loro autenticità fosse del tutto
secondario. Altra pubblicazione del ’37 fu
Dieci punti fondamentali del problema ebraico.
In essi si delineava un’impostazione razzista
dell’attacco agli ebrei, che si andava sostituendo
alla prospettiva culturale e storica espressa da
Orano. A queste voci si aggiungono quelle
marcatamente cattoliche, tra le quali quella di Gino Sottochiesa nell’opera Sotto la
maschera d’Israele. Egli si scaglia contro
l’ebraismo che è anti-cattolico e anti-italiano. Si
cercò anche di orientare verso una propaganda
antiebraica le riviste satiriche e umoristiche che
sottolineavano anche deformazioni fisiche degli
ebrei. Il naso era l’elemento preferito di questa
satira.
Seconda
fase: dal censimento alle leggi razziali:
modificazione della condizione giuridica degli ebrei
La politica antiebraica fascista non
è in alcun modo legata a pressioni da parte
tedesca. Certamente la promulgazione delle leggi
razziali fu condizionata dalle persecuzioni nei vari
paesi europei, la Germani stessa ma anche la
Romania, la Polonia e l’Ungheria. L’Italia non
voleva dimostrarsi inferiore a questi stati ed
inoltre poteva utilizzare l’ebreo come capro
espiatorio, nemico sul quale convogliare i
malcontenti interni. Per mezzo dell’antisemitismo si
poteva nascondere il problema dell’isolamento
internazionale legato alle operazioni in Africa.
Francia, Inghilterra e Stati Uniti divenivano gli
agenti di un complotto ebraico internazionale.
Nell’informazione diplomatica n.14,
prima esplicita presa di posizione di
Mussolini sull’ebraismo si afferma che il
governo fascista non vuole varare una politica
antisemita ma che al contempo è necessario vigilare
sugli ebrei da poco giunti in Italia e limitare la
loro influenza in proporzione alla loro presenza sul
territorio italiano. Quest’ultimo obiettivo avrebbe
fortemente danneggiato gli ebrei, trattandosi di un
intervento non contro gli ebrei stranieri ma contro
tutti gli ebrei. Questo provvedimento si colorava
perciò di connotati esplicitamente razzisti.
La politica di discriminazione
antisemita si muove in due direzioni. Da una parte
si vuole intervenie con provvedimenti amministrativi
e legislativi per separare gli ebrei dal resto della
società. Dall’altra invece riservare alla propaganda
il compito di dare un fondamento teorico a questa
azione politica.
Documento fondamentale fu il
Manifesto della razza che rimarcava
l’impostazione razzista affermando l’origine ariana
della razza italiana. Il punto nono di tale
manifesto recita: “Gli ebrei non appartengono alla
razza italiana. [...] Gli ebrei rappresentano
l’unica popolazione che non si è mai assimilata in
Italia perché essa è costituita da elementi razziali
non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi
che hanno dato origine agli italiani”.
L’organo più diffuso della
propaganda razzista è la rivista quindicennale “La
difesa della razza” che per volere del Ministro
dell’Educazione Bottai veniva
distribuita in ogni scuola Altra rivista è “Il
diritto razzista” molto vicina all’antisemitismo
tedesco. Poi ancora “Razza e civiltà” pubblicata dal
Ministero dell’Interno.
Il censimento del 22 agosto
del 1938 fu certamente un atto politico e non
amministrativo. Il censimento fu condotto con mezzi
non convenzionali. Vigili urbani o carabinieri
interrogarono i portieri e i custodi delle
abitazioni nelle quali comparivano famiglie con
cognome ebraico. Lo scopo di tale censimento era
quello di dimostrare la presenza di una consistente
comunità ebraica in Italia. Trasmettendo questa
presenza come un pericolo diveniva possibile rendere
più accettabili le leggi antisemite. L’ultimo
censimento in Italia risaliva a pochi anni prima, al
1931. Ma nel frattempo erano emigrati in Italia
molti ebrei ed inoltre il precedente censimento
registrava i cittadini di religione ebraica e non di
razza ebraica. Nel 1931 erano stati registrati
47.825 ebrei, nel 1938 58.412 cioè l’uno per mille
della popolazione italiana. Le più consistenti
comunità ebraiche erano quelle di Roma, Milano,
Trieste, Torino, Livorno, Firenze, Genova, Venezia.
Trieste era la città con la più alta percentuale di
ebrei 25 per mille).
Passo successivo fu il
Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri.
Prevede la revoca della cittadinanza
italiana concessa ad ebrei stranieri dopo il 1919 e
il loro allontanamento dall’Italia e dalle sue
colonie entro sei mesi. Vieta inoltre a qualsiasi
ebreo di stabilirsi in Italia. Questo decreto pone
fine alle speranze di chi si era rifugiato in Italia
per sfuggire alle persecuzioni in Germania e negli
altri paesi dell’Europa centro orientale.
Il decreto-legge Bottai
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola
fascista, stabilisce l’espulsione degli
insegnanti ebrei dalla scuola italiana e vieta
l’iscrizione di alunni ebrei. In questo modo viene
infranto anche il criterio proporzionistico. Un
altro decreto permetteva alle comunità ebraiche di
formare delle scuole. Il razzismo nel mondo
dell’istruzione scolastica si concretizzò anche
mediante testi scolastici di impostazione razzista.
I provvedimenti riguardanti il mondo della scuola
quindi furono tra i primi presi dal governo fascista
in direzione antiebraica.
Dichiarazione sulla razza
La Dichiarazione sulla razza fu
emanata dal Gran Consiglio nell’ottobre del 1938.
Tra gli altri provvedimenti furono particolarmente
significativi:
·
l’espulsioni degli ebrei dal PNF
·
l’allontanamento dagli impieghi
pubblici
Venivano limitati i diritti civili e
l’accesso alle diverse professioni. Si cercava anche
di stabilire chi dovesse esser considerato ebreo
risalendo all’appartenenza razziale dei genitori.
Dai provvedimenti per la “separazione della razza
ebraica” furono escluse le famiglie a cui potevano
essere riconosciuti meriti patriottici. Fu creato un
apposito organo del Ministero dell’Interno che
poteva affermare la non appartenenza alla razza
ebraica alcuni individui. Quest’ultimo divenne uno
strumento politico aperto solo nei confronti di chi
possedeva consistenti mezzi economici.
Solo la Germania nazista aveva leggi
più intransigenti dell’Italia nei confronti degli
ebrei. Ma fino al 1943 gli episodi di violenza
contro gli ebrei rimasero fatti sporadici. Non fu
seguita una politica che sulla scia di quella
tedesca imponesse le stelle di David o il rogo dei
libri ebrei.
La legge
contro gli ebrei e la società italiana
La campagna razziale fu un fulmine a
ciel sereno per la maggior parte degli ebrei.
L’atteggiamento generale tendeva a considerare i
limiti posti agli ebrei di carattere transitorio.
L’Unione delle comunità cercò di evitare di entrare
in collisione con il regime, limitandosi ad arginare
i pericoli maggiori e ad impedire un’evolversi
negativo della situazione. Anzi fu riconfermata la
piena e assoluta fedeltà in Mussolini nel
tentativo di mostrare il suo impegno per combattere
le spinte antifasciste.
Un forte senso di solitudine e di
isolamento pervase gli ebrei italiani. Il fascismo
era riuscito a porre l’opinione pubblica italiana in
una situazione di indifferenza nei confronti della
sorte degli ebrei. Molti italiani furono indignati
dalle norme razziali ma non tradussero il loro
sdegno in atti concreti. Ernesto Bittanti
Battisti riassunse così le reazioni degli
italiani:
Uno: Pubblica: nessuna protesta
Due: Privata: si dice di preghiere
presentate da qualche personalità, o non accolte o a
cui si fecero promesse non mantenute di poi.
Tre: Obbedienza supina agli ordini di
cancellare i nomi anche insigni degli Ebrei [...] da
ogni associazione[...].
Gli ebrei furono esclusi dalle più
diverse professioni e soprattutto dal mondo della
cultura. La scuola ebraica dovette quindi rafforzare
le sue strutture: 23 scuole ebraiche elementari, 14
medie e commerciali, già nel 1938. Le scuole
ebraiche furono caratterizzate da un elevato livello
di qualità dell’insegnamento perché in esse
affluirono i docenti universitari ebrei. Nel mondo
universitario furono istituiti corsi di razzismo, ma
anche le discipline storico-letterarie e addirittura
mediche divennero vie per fomentare il mito della
razza e l’odio razziale. L’allontanamento delle
comunità scientifiche e culturali degli ebrei causo
un grave danno allo sviluppo scientifico
dell’Italia. Parte degli intellettuali e degli
scienziati ebrei si rassegnarono alla morte civile.
Molti altri emigrarono. Di questi un numero
consistente non tornerà in Italia al termine del
conflitto a causa della mancanza di una politica di
reintegro e per il ricordo dell’indifferenza che
accompagnò la loro persecuzione. Probabilmente
seimila intellettuali lasciarono l’Italia. Si
diressero verso l’Inghilterra oppure seguirono le
vie tradizionali verso le Americhe. Molti
raggiunsero la Palestina.
L’allontanamento del ceto medio
ebraico dalle proprie attività fu più graduale
rispetto all’applicazione delle misure in campo
culturale (l’esclusione degli ebrei dalle scuole fu
un processo più veloce in Italia che in Germania).
Prima tappa fu il ridurre i possibili clienti di
avvocati, medici, ecc... ebrei alla sola comunità
ebraica. Queste restrizioni non permettevano un
reddito sufficiente.
L’atteggiamento della Chiesa
Nel 1938 Pio XI
ribadisce l’ostilità della Chiesa al razzismo e
Mussolini confida ai suoi collaboratori delle
preoccupazioni per le posizioni del pontefice. Per
rassicurare la Chiesa il fascismo cercò di ricordare
la sua tendenza antisemita: “Gli ebrei possono
essere sicuri che non saranno sottoposti a
trattamento peggiore di quello usato loro per secoli
e secoli dai Papi”. La Chiesa sostanzialmente si
opponeva a un antisemitismo come quello tedesco (che
tendeva a cerare una religione pagana del razzismo)
ma non si schierava contro una politica di
discriminazione. Il risultato fu che la Santa Sede
non protestò per l’emanazione delle leggi razziali.
La guerra: ulteriore
emarginazione degli ebrei
L’entrata
in guerra dell’Italia comportò l’inasprimento delle
misure antiebraiche. Con lo scoppio della guerra si
cercò di convogliare sugli ebrei le ostilità della
popolazione. Gli ebrei furono presentati come nemico
esterno e interno da giornali, radio, manifesti,
circolari per uffici e scuole. I malumori della
popolazione dovevano indirizzarsi verso gli ebrei.
Primi
internamenti
Già nel maggio del 1940 fu
disposto dal Ministero dell’Interno che gli ebrei
stranieri ancora presenti sul suolo del Regno
venissero internati. Questa direttiva si
accompagnava all’ordine di internare tutti i
cittadini del paesi nemici. Una specifica nota si
occupava degli ebrei. Anche una parte degli ebrei
italiani raggiunsero campi di concentramento. Si
trattava di persone ritenute pericolose oppure molto
influenti sul piano intellettuale. Probabilmente il
numero degli ebrei stranieri internati ammonta a
qualche migliaio, gli italiani furono alcune
centinaia. La condizione degli internati nei campi
era molto precaria. Il sostentamento era legato alle
disponibilità economiche dei singoli e alle piccole
ricompense per lavori interni nel campo. I campi
venivano ospitati in edifici preesistenti come
fabbriche, magazzini, ecc... furono poco numerose le
strutture appositamente costruite.
Dal 1942 gli ebrei nati tra il
1910 e il 1922 furono richiamati a compiere lavori
legati alla guerra. Il loro contributo agli sforzi
bellici risultò comunque praticamente nullo.
Innanzitutto in Italia non c’era bisogno di
ulteriore manodopera. Fu una scelta di ordine
demagogico e politico fatta nella consapevolezza che
la risposta da parte degli ebrei sarebbe stata molto
limitata (poiché poco avvezzi al lavoro manuale,
poco retribuiti, impossibilitati dall’abbandonare i
pochi posti di lavoro loro rimasti). Paradossalmente
gli ebrei, sostanzialmente allontanati da ogni
possibilità di agire nell’ambito del conflitto,
furono accusati anche di non partecipare allo sforzo
bellico.
L’internamento di tutti gli ebrei
Alla vigilia della caduta del regime
fascista(1943) tutti gli ebrei presenti sul
suolo italiano furono internati in campi di lavoro,
ormai molto simili ai campi di concentramento. Gli
ebrei erano sorvegliati da forze di polizia. Fu così
definitivamente raggiunta la separazione degli ebrei
dai cittadini ariani, gli ebrei furono fisicamente
allontanati e impossibilitati ad aver contatti con
gli altri italiani.
Distanze
dall’antisemitismo tedesco
Fino all’8 settembre 1943 l’Italia
gestì in modo autonomo la situazione degli ebrei.
Solo nei territori occupati dagli italiani (Grecia,
sud della Francia) vi furono forti scontri con la
politica tedesca. Anche se l’Italia non oppose mai
una sistematica opposizione alla politica di
sterminio. Le autorità italiane non consegnavano ai
tedeschi gli ebrei che raggiungevano i territori
occupati. Il Ministero degli Esteri si adoperò per
riuscire a preservare dalla deportazione gli ebrei
cittadini italiani che si trovavano nei territori
occupati dai nazisti. Furono salvati tutti i
cittadini italiani, costretti a rientrare in patria,
e si cercò anche di concedere la cittadinanza ad un
certo numero di ebrei per salvarli dalla
deportazione. Questi fattori sono legati alla
mancanza di un vero sentimento di antisemitismo
nell’opinione pubblica e tra le autorità militari.
Non era forte la convinzione che la guerra fosse
anche guerra di razza. Inoltre la diversa politica
antisemita era dimostrazione di orgoglio nazionale,
un aspetto sotto il quale differenziarsi dai
tedeschi. Vi furono però casi isolati e
significativi nei quali questa politica non fu
rispettata. Nell’ottobre 1942 Mussolini
acconsentì alla consegna di ebrei croati, rifugiati
in zone controllate dall’Italia, ai nazisti.
È ormai accertato che il governo
fascista conosceva il destino che era riservato
agli ebrei. E poteva conoscerlo grazie ai mezzi
più disparati: comunicazioni ufficiali, stampa
internazionale, servizi d’informazione,
corrispondenti di guerra. Importanti furono anche le
testimonianze (lettere o racconti orali) degli
italiani che per raggiungere il fronte orientale
attraversarono la Polonia. Sono da ricordare opere
come Ultimo fronte di Nuto Revelli
e i Taccuini di Alberto Pirelli.
Molte informazioni giunsero anche dalla Santa Sede
che era informata della condizione degli ebrei,
soprattutto in Polonia. Informazioni giungevano da
parte dei diplomatici italiani a Berlino.
Nell’ottobre del 1942 Himmler in
visita a Roma informò direttamente Mussolini.
L’occupazione
tedesca
Con l’armistizio dell’8 settembre
1943 la “soluzione finale” fu estesa
all’Italia. Questo provvedimento colse di sorpresa
ebrei italiani e stranieri ormai rinchiusi nei campi
di concentramento italiani. Tuttavia gran parte
della comunità ebraica italiana riuscì a salvarsi
grazie all’iniziativa di singoli e anche delle
istituzioni.
Il ruolo della Repubblica sociale
fu determinate per permettere le deportazioni
dall’Italia. Solo la razzia nel ghetto di Roma del
16 ottobre 1943 fu realizzata esclusivamente da
reparti tedeschi. Tutte le altre deportazioni furono
il risultato della collaborazione tra tedeschi e
italiani. L’antisemitismo era un punto chiave nel
programma politico della Repubblica di Salò. Il
richiamo alla razza divenne fondamentale per la RSI
anche per controbilanciare il vuoto di altri valori
di una nuova generazione di giovani combattenti. Il
razzismo fu anche uno strumento di aggregazione e
coesione. Il Manifesto di Verona del novembre
1943 privò gli ebrei della cittadinanza italiana.
Gli ebrei non erano più tutelati giuridicamente da
parte dello Stato ma divenivano nemici. Gli ebrei
potevano così essere catturati dai tedeschi
direttamente nei campi di concentramento. Nel
gennaio del 1944 agli ebrei furono confiscati tutti
i beni. Tutte le comunità furono chiuse e
saccheggiate e successivamente spogliate di ogni
bene con specifico decreto. L’occupazione tedesca
permise la deportazione degli ebrei italiani che i
rapporti d’alleanza Italia-Germania avevano
impedito. Inviati diretti di Eichmann
dovevano occuparsi della “Soluzione finale” in
Italia nelle diverse aree in cui era stato diviso il
nord Italia. Le apposite strutture tedesche si
avvalevano poi della collaborazione della RSI
soprattutto per l’individuazione degli ebrei. Furono
quattro i principali campi di arresto e di transito
in Italia. Da questi luoghi, gestiti da autorità
tedesche ed italiane, gli ebrei partivano sui
convogli che raggiungevano i campi di sterminio
oltralpe.
-
Borgo S. Dalmazzo,
Cuneo: ebbe una vita breve ed era occupato
soprattutto da ebrei francesi.
-
Fossoli,
Carpi: è il campo dal quale partì la metà degli
ebrei deportati. Molti ebrei arrivarono a
Fossoli dopo la chiusura del campo di Borgo S.
Dalmazzo.
-
Gries,
Bolzano: qui furono trasferiti gli ebrei a causa
dell’avvicinamento del fronte al campo di
Fossoli. Rimase attivo fino alla fine
dell’aprile 1945.
-
Risiera di S. Saba,
Trieste: fu attivo dall’autunno del 1943 fino
all’aprile del 1945. Era l’unico campo italiano
dotato di un forno crematorio nel quale furono
uccise alcune migliaia di ebrei. Il campo
ospitava in misura massiccia antifascisti, slavi
e croati.
La maggior parte degli ebrei italiani
raggiunse Auschwitz. Alcuni raggiunsero altri campi
dopo l’inizio dell’evacuazione di quest’ultimo nel
1945. In Italia quindi non vi furono veri e propri
campi di sterminio. Tuttavia si registrarono
gravissimi eccidi: a Meina, a Pisa, alle
Fosse Ardeatine (dove morirono 73 ebrei), ecc…
Il numero totale delle vittime
è di 6.291. Solo 837 deportati poterono salvarsi. Fu
sterminata il 20-22 per cento della popolazione
ebraica. Percentuale sicuramente inferiore ad altri
paesi europei come Francia o Olanda proprio a causa
delle ragioni storiche precedentemente delineate.
Innanzitutto la maggior assimilazione integrazione
degli ebrei italiani. Non bisogna poi dimenticare
che non furono poche le persone che aiutarono per
solidarietà umana gli ebrei, anche
nell’amministrazione pubblica. Anche se molto spesso
si trattò di atteggiamenti opportunistici, timi mesi
di guerra. La stessa comunità ebraica si organizzò
per cercare di tutelarsi. Nacque in questo modo il
DELASEM, organismo nato per proteggere gli ebrei
stranieri che, dopo l’8 settembre si occupò anche
degli italiani. Nonostante le posizioni ufficiali
della Chiesa, importanti aiuti giunsero anche
dall’ambito ecclesiastico. Si trattò di iniziative
personali, messe in moto soprattutto dai conventi
che sfruttavano la propria inviolabilità per
proteggere gli ebrei. Circa cinquemila ebrei,
infine, raggiunsero la Svizzera anche grazie alla
clemenza delle autorità svizzere dopo l’armistizio
del Quarantatre.
Il
bilancio della tragedia Gli ebrei in Italia dopo il
1945
Dopo la liberazione riprese la vita
dell’ebraismo. Furono riaperte le comunità e le
sinagoghe. L’abolizione delle leggi razziali faceva
parte delle clausole dell’armistizio. Non fu
tuttavia riconosciuto il torto commesso nei
confronti degli ebrei con un atto solenne anche se
questa mossa avrebbe sottolineato una netta cesura
col passato. L’articolo 3 della Costituzione
afferma l’eguaglianza dei cittadini al di là
dell’appartenenza razziale, sociale o confessionale.
Gli anni dell’immediato dopoguerra erano troppo
dissestati per permettere il diffondersi di una
consapevolezza storica della grandezza della
tragedia. Le leggi fasciste furono abrogate ma la
tragedia di migliaia di ebrei fu trattata
semplicemente dal punto di vista burocratico.
Molti ebrei sopravissuti decisero di lasciare
l’Italia e raggiungere la Palestina. All’epoca si
trattava di un’emigrazione clandestina, osteggiata
dagli inglesi. In occasione della prima guerra
combattuta da Israele contro gli arabi questa
migrazione ebbe un forte aumento da tutta Europa.
Per chi rimase fu molto difficile reintegrarsi nella
società. Gli ebrei erano sconvolti dai lutti, dalle
offese morali e materiali, dalla perdita dei loro
beni. Furono riassunti nei posti di lavoro dai quali
furono cacciati con molta lentezza. Anche la
restituzione dei beni confiscati fu lenta e non
sempre portata a termine. Quasi la totalità dei beni
immobili cittadini furono restituiti. Non così per
fattorie e poderi. Ancora più complesse le vicende
della restituzione dei beni mobili, soprattutto
opere d’arte, che preso la via del mercato nero. In
queste opere molto spesso si racchiudeva la memoria
e la storia di una famiglia. Solo nel 1998 lo Stato
italiano ha costituito un Comitato con l’incarico di
occuparsi dei beni confiscati agli ebrei nel corso
della seconda guerra mondiale. Il lavoro di questa
Commissione si è concluso nel 2001 portando alla
luce molti aspetti ancora sconosciuti.
In molti ebrei prevalse il desiderio
di cercare di dimenticare quanto era accaduto e
scegliere la via del silenzio. Solo molti anni dopo
si risvegliò memoria ebraica. D’altra parte a coloro
che decisero di raccontare la vita nei campi di
concentramento si oppose un senso generale di
disinteresse. Il desiderio della popolazione
italiana di dimenticare le persecuzioni dei
concittadini ebrei è legata anche all’orgoglio per
la Resistenza. Gli ebrei, nel desiderio di
reintegrarsi nella società italiana, cercarono loro
stessi di rigettare le responsabilità sui nazisti.
Le persecuzioni successive al 1943 avevano quasi
cancellato la memoria della restrizioni precedenti.
Coloro che tornarono vivi dai campi di
concentramento furono assaliti dai sensi di colpa.
Uniche persone rimaste vive in interi nuclei
famigliari, oppure costretti a comunicare a chi non
era stato deportato la triste sorte dei parenti.
La
situazione attuale
L’articolo 8 della Costituzione
stabilì l’uguaglianza di tutte le confessioni. La
situazione cambiò leggermente nel 1984 per la
revisione del Concordato. Furono necessarie delle
nuove intese per le altre confessioni. Accordi
specifici con la comunità ebraica furono raggiunti
nel 1987. In accordo con la Costituzione l’Italia si
impegnò a rispettare le tradizioni, le festività, le
scuole ed i matrimoni dei cittadini ebrei. A partire
dal 1996, un nuovo accordo, permette ai cittadini
italiani di destinare l’otto per mille all’Unione
delle comunità ebraiche. Questi aiuti economici sono
usati in ambito culturale, sociale, umanitario ma
anche per difendersi da nuove minacce di
antisemitismo e razzismo.