La persecuzione degli ebrei in Italia

Recenti trasmissioni televisive e ben consolidati luoghi comuni, considerano le leggi razziali che colpirono gli ebrei italiani un'imposizione di Hitler, scagionando il fascismo e Mussolini dalle gravissime colpe di cui si macchiò già nei primi anni del Ventennio. E, soprattutto, misconoscendo il peso che hanno avuto la Chiesa e i Patti Lateranensi nella discriminazione degli ebrei.

     

     Gli ebrei italiani nell’Ottocento
Il sionismo
Il nazionalismo italiano e gli ebrei
Il fascismo e gli ebrei
Le origini dell’antisemitismo: la Libia e l’eugenetica
Prima fase della campagna contro gli ebrei: la propaganda
Seconda fase: modifiche alla condizione giuridica degli ebrei
Dichiarazione sulla razza
Le legge contro gli ebrei e la società italiana
L’atteggiamento della Chiesa
La guerra: ulteriore emarginazione degli ebrei
Primi internamenti
Internamento di tutti gli ebrei
Distanze dall’antisemitismo tedesco
L’occupazione tedesca
Gli ebrei in Italia dopo il 1945

 

 

Gli ebrei in Italia nell’Ottocento

Ai primi dell’Ottocento l’eco della Rivoluzione francese e le invasioni napoleoniche riuscirono ad abolire molti limiti e divieti ai quali erano sottoposti gli ebrei in Italia. Tra il 1791 e il 1815 le comunità ebraiche sono al centro di una stagione di emancipazione bruscamente interrotta dalla Restaurazione. Ma questo periodo è destinato a lasciare il segno e fu impossibile tornare alla situazione settecentesca. Soltanto nella Roma papalina gli ebrei furono ricacciati nel ghetto.

Le trasformazioni in senso liberale dello stato sabaudo favorirono l’integrazione di molte minoranze religiose. I principi dell’emancipazione saranno estesi con l’unificazione alle altre regioni della penisola.

Il presupposto all’equiparazione degli ebrei agli altri cittadini italiani fu lo Statuto Albertino (marzo 1848). Lo Statuto riconosceva l’eguaglianza dei cittadini senza distinzioni di carattere religioso. Il processo di emancipazione ha il suo coronamento, da punto di vista legislativo, nel giugno del 1848 con il riconoscimento dei diritti politici .

In Italia l’antisemitismo si manifestò nel corso dell’Ottocento in misura sicuramente ridotta rispetto agli altri stati europei. Basti pensare all’affare Dreyfus in Francia o ai terribili pogrom russi.  Le ragioni sono da ricercarsi in due motivi principali. Innanzitutto il processo di industrializzazione in Italia iniziò con un forte ritardo rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei, dove la presenza ebraica fu considerata tra le cause della disgregazioni del tradizionale assetto sociale. Da non trascurare, poi, che la presenza ebraica in Italia è sempre stata relativamente ridotta.

Il pregiudizio contro gli ebrei nella tradizione politico-culturale italiana è esclusivamente di matrice cattolica. Questo antisemitismo ebbe come conseguenza la sostanziale indifferenza nei confronti degli ebrei. Lo storico Arnoldo Momigliano, in Pagine ebraiche, ritiene questo terreno di indifferenza un humus fertile per le leggi razziali fasciste.  L’espressione di questo pregiudizio cattolico si è espresso comunque solo in abito popolare. Furono infatti limitati gli episodi di antisemitismo politico. Eminenti personalità della vita politica italiana erano ebree. Sidney Sonnino ad esempio (anche se convertitosi al protestantesimo) era di famiglia ebraica.

Nell’Italia liberale gli ebrei riuscirono a conservare la loro cultura e le loro tradizioni. Nel 1882 fu costruita la sinagoga di Firenze, nel 1904 quella di Roma e fu avviato il progetto della costruzione della Mole Antonelliana che doveva divenire il tempio della comunità israelitica torinese. Gli ebrei mostrarono anche un particolare spirito patriottico e una forte vicinanza a Casa Savoia, considerata l’iniziatrice di questa politica di apertura.

 Se l’ebreo come singolo era integrato a piano titolo nella società italiana non era ancora stato risolato il problema della collettività, della minoranza ebraica e dei suoi rapporti con lo Stato. Negli stati pre-unitari erano presenti le Università israelitiche con regolamenti e indirizzi anche molto diversi. Queste entità avevano l’esigenza di entrare direttamente in contatto con le istituzioni. Dovevano perciò raggiungere un’intesa intercomunitaria. Il punto di partenza per la definizione della struttura di rappresentanza degli ebrei come collettività fu la Legge Rattazzi del 1857.  Il processo di chiarificazione degli intenti comuni fu molto lento. Soltanto nel secondo decennio del Novecento l’indirizzo preso sarà quello della federazione.  Altro importante passo in avanti fu il Codice Zanardelli del 1889 che riconobbe parità a tutte le confessioni. L’ebraismo non era più  dunque una religione tollerata ma  tutelata giuridicamente al pari delle altre all’interno dello Stato italiano. 

 Il sionismo

Il sionismo nacque in Europa sul finire dell’Ottocento come risposta alla difficili situazione che si stavano creando in diverse parti del continente. I pogrom e lo scandalo Dreyfus evidenziarono la necessitò di un’espressione politica concretamente operativo.  Il sionismo in Italia non fu un fenomeno marginale. Se ne foce portavoce l’organo della comunità ebraica di Triste, il “Corriere israelitico”. Il sionismo mise in evidenza le differenti posizioni della comunità ebraica. Critici nei confronti del sionismo furono tutti coloro che difendevano l’identificazione dell’ebraismo con la patria nazionale. Il loro organo era il “Vessillo israelitico”. Nel 1901 viene fondata la Federazione sionista italiana con lo scopo principale  di mostrare la propria solidarietà con l’ebraismo mondiale. Negli anni Trenta furono gli ebrei vicini al sionismo i primi ad avvertire i segni dell’imminente catastrofe.

 Il nazionalismo italiano e gli ebrei

È il movimento nazionalista a porsi dichiaratamente in posizione antisemita. La guerra di Libia si rivelò un pretesto per scagliarsi contro gli ebrei. L’ostilità internazionale all’impresa italiana nel nord Africa fu ricollegata agli ambiente economici ebrei. I nazionalisti denunciarono il carattere antinazionale degli ebrei e la “bancocrazia internazionale ebraica”.

 Il fascismo

L’evoluzione in senso liberale del rapporto con gli ebrei fu interrotta dai Patti Lateranensi, nel quadro della condizione privilegiata riservata alla religione cattolica. Nacque la formula dei culti ammessi inferiori alla religione di Stato. Cominciarono ad essere redatte le prime norme legislative per il controllo delle minoranze religiose. Fu accentuato l’accentramento del potere decisionale negli organismi direttivi dell’Unione delle comunità che erano fortemente controllati dallo Stato. Quest’ultimo poteva istituire o sopprimere le comunità. Allo stato era anche riservato l’incarico di approvare l’elezione del Rabbino capo e del Presidente della comunità e il controllo amministrativo.

I nuovi regolamenti furono sostanzialmente accettati nel mondo ebraico. Parallelamente non fu vista con grande preoccupazione la situazione degli ebrei in Germania.

A complicare la situazione intervenne l’arresto a Torino di una cellula di “Giustizia e libertà” alla quale facevano capo numerosi antifascisti ebrei. La propaganda antisemita cercò quindi di identificare l’ebraismo con l’antifascismo. In risposta a queste accuse nacque il giornale “La nostra bandiera” espressione degli ebrei fascisti che criticava aspramente alcune fasce del mondo  ebraico, sopratutto la corrente sionista.

Origini dell’antisemitismo: la Libia e l’eugentica

La politica razzista del fascismo si esprime per la prima volta con la conquista della Libia e con i primi passi dell’eugenetica. Fu affermata l’inferiorità delle popolazioni locali dal punto di vista biologico e intellettuale e quindi legittimata la conquista della loro terra. Parallelamente fu forte l’impegno per evitare il loro inserimento nella società italiana. I provvedimenti presi in difesa della razza influenzarono la politica razzista del fascismo su piani più generali, compreso quello ebraico. Si stava costruendo l’idea dell’esistenza di razze inferiori che contaminavano la razza pura. Il ruolo del razzismo coloniale fu fondamentale per l’antisemitismo: “L’immagine del negro universalmente diffusa tra gli italiani sarà il cavallo di Troia con cui il razzismo antisemita verrà fatto penetrare in Italia”(Maiocchi).

 Prima fase della campagna contro gli ebrei: la propaganda

 I provvedimenti amministrativi e legislativi contro gli ebrei risalgono nel 1938 ma già nell’anno precedente Mussolini diede avvio a una propaganda contro gli ebrei che manifesta l’intenzione di originare un antisemitismo di Stato.

Ne Gli ebrei in Italia Paolo Orano sottolineò l’incompatibilità tra identità ebraica e identità nazionale italiana. Il libro può essere inteso come una vera dichiarazione di guerra all’ebraismo italiano. Orano esortò gli ebrei ad allinearsi integralmente con gli italiani, anche aderendo alla religione di Stato. Inoltre veniva fortemente criticato il sionismo, accusato di essere in contrasto con il nazionalismo italiano per la sua natura internazionale. Se le critiche erano molto forti contro i sionisti altrettanto violentemente colpivano gli ebrei fascisti. Alcuni capi dell’ebraismo simpatizzante per il fascismo avevano espresso opinioni molto simili a quelle di Orano e si trovavano ora in una situazione imbarazzante. Era evidente la spaccatura interna dell’ebraismo che si configura anche a livello istituzionale con la creazione del Comitato degli italiani di religione ebraica.

Nel 1937 vengono ristampati i “Protocolli”dei “Savi di Sion”, un’altra edizione distribuita in trentacinque mila copie fu distribuita l’anno successivo. La casa editrice mise in evidenza come il problema della loro autenticità fosse del tutto secondario.   Altra pubblicazione del ’37 fu Dieci punti fondamentali del problema ebraico. In essi si delineava un’impostazione razzista dell’attacco agli ebrei, che si andava sostituendo alla prospettiva culturale e storica espressa da Orano. A queste voci si aggiungono quelle marcatamente cattoliche, tra le quali quella di Gino Sottochiesa nell’opera Sotto la maschera d’Israele. Egli si scaglia contro l’ebraismo che è anti-cattolico e anti-italiano.  Si cercò anche di orientare verso una propaganda antiebraica le riviste satiriche e umoristiche che sottolineavano anche deformazioni fisiche degli ebrei. Il naso era l’elemento preferito di questa satira.

 Seconda fase: dal censimento alle leggi razziali: modificazione della condizione giuridica degli ebrei

 La politica antiebraica fascista non è in alcun modo legata a pressioni da parte tedesca. Certamente la promulgazione delle leggi razziali fu condizionata dalle persecuzioni nei vari paesi europei, la Germani stessa ma anche la Romania, la Polonia e l’Ungheria. L’Italia non voleva dimostrarsi inferiore a questi stati ed inoltre poteva utilizzare l’ebreo come capro espiatorio, nemico sul quale convogliare i malcontenti interni. Per mezzo dell’antisemitismo si poteva nascondere il problema dell’isolamento internazionale legato alle operazioni in Africa. Francia, Inghilterra e Stati Uniti divenivano gli agenti di un complotto ebraico internazionale.

Nell’informazione diplomatica n.14, prima esplicita presa di posizione di Mussolini sull’ebraismo si afferma che il governo fascista non vuole varare una politica antisemita ma che al contempo è necessario vigilare sugli ebrei da poco giunti in Italia e limitare la loro influenza in proporzione alla loro presenza sul territorio italiano. Quest’ultimo obiettivo avrebbe fortemente danneggiato gli ebrei, trattandosi di un intervento non contro gli ebrei stranieri ma contro tutti gli ebrei. Questo provvedimento si colorava perciò di connotati esplicitamente razzisti.

La politica di discriminazione antisemita si muove in due direzioni. Da una parte si vuole intervenie con provvedimenti amministrativi e legislativi per separare gli ebrei dal resto della società. Dall’altra invece riservare alla propaganda il compito di dare un fondamento teorico a questa azione politica.

Documento fondamentale fu il Manifesto della razza che rimarcava l’impostazione razzista affermando l’origine ariana della razza italiana. Il punto nono di tale manifesto recita: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. [...] Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che  non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani”.

 L’organo più diffuso della propaganda razzista è la rivista quindicennale “La difesa della razza” che per volere del Ministro dell’Educazione Bottai veniva distribuita in ogni scuola  Altra rivista è “Il diritto razzista” molto vicina all’antisemitismo tedesco. Poi ancora “Razza e civiltà” pubblicata dal Ministero dell’Interno.

Il censimento del 22 agosto del 1938 fu certamente un atto politico e non amministrativo. Il censimento fu condotto con mezzi non convenzionali. Vigili urbani o carabinieri interrogarono i portieri e i custodi delle abitazioni nelle quali comparivano famiglie con cognome ebraico. Lo scopo di tale censimento era quello di dimostrare la presenza di una consistente comunità ebraica in Italia. Trasmettendo questa presenza come un pericolo diveniva possibile rendere più accettabili le leggi antisemite. L’ultimo censimento in Italia risaliva a pochi anni prima, al 1931. Ma nel frattempo erano emigrati in Italia molti ebrei ed inoltre il precedente censimento registrava i cittadini di religione ebraica e non di razza ebraica. Nel 1931 erano stati registrati 47.825 ebrei, nel 1938 58.412 cioè l’uno per mille della popolazione italiana. Le più consistenti comunità ebraiche erano quelle di Roma, Milano, Trieste, Torino, Livorno, Firenze, Genova, Venezia. Trieste era la città con la più alta percentuale di ebrei 25 per mille).

Passo successivo fu il Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri. Prevede la revoca della cittadinanza italiana concessa ad ebrei stranieri dopo il 1919 e il loro allontanamento dall’Italia e dalle sue colonie entro sei mesi. Vieta inoltre a qualsiasi ebreo di stabilirsi in Italia. Questo decreto pone fine alle speranze di chi si era rifugiato in Italia per sfuggire alle persecuzioni in Germania e negli altri paesi dell’Europa centro orientale.

Il decreto-legge Bottai Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, stabilisce l’espulsione degli insegnanti ebrei dalla scuola italiana e vieta l’iscrizione di alunni ebrei. In questo modo viene infranto anche il criterio proporzionistico.  Un altro decreto permetteva alle comunità ebraiche di formare delle scuole. Il razzismo nel mondo dell’istruzione scolastica si concretizzò anche mediante testi scolastici di impostazione razzista. I provvedimenti riguardanti il mondo della scuola quindi furono tra i primi presi dal governo fascista in direzione antiebraica.  

Dichiarazione sulla razza

La Dichiarazione sulla razza fu emanata dal Gran Consiglio nell’ottobre del 1938.  Tra gli altri provvedimenti furono particolarmente significativi:

·         l’espulsioni degli ebrei dal PNF

·         l’allontanamento dagli impieghi pubblici

Venivano limitati i diritti civili e l’accesso alle diverse professioni. Si cercava anche di stabilire chi dovesse esser considerato ebreo risalendo all’appartenenza razziale dei genitori.  Dai provvedimenti per la “separazione della razza ebraica” furono escluse le famiglie a cui potevano essere riconosciuti meriti patriottici. Fu creato un apposito organo del Ministero dell’Interno che poteva affermare la non appartenenza alla razza ebraica alcuni individui. Quest’ultimo divenne uno strumento politico aperto solo nei confronti di chi possedeva consistenti mezzi economici. 

 Solo la Germania nazista aveva leggi più intransigenti dell’Italia nei confronti degli ebrei. Ma fino al 1943 gli episodi di violenza contro gli ebrei rimasero fatti sporadici. Non fu seguita una politica che sulla scia di quella tedesca imponesse le stelle di David o il rogo dei libri ebrei.

 La legge contro gli ebrei e la società italiana

 La campagna razziale fu un fulmine a ciel sereno per la maggior parte degli ebrei. L’atteggiamento generale tendeva a considerare i limiti posti agli ebrei di carattere transitorio. L’Unione delle comunità cercò di evitare di entrare in collisione con il regime, limitandosi ad arginare i pericoli maggiori e ad impedire un’evolversi negativo della situazione. Anzi fu riconfermata la piena e assoluta fedeltà in Mussolini nel tentativo di mostrare il suo impegno per combattere le spinte antifasciste.

Un forte senso di solitudine e di isolamento pervase gli ebrei italiani. Il fascismo era riuscito a porre l’opinione pubblica italiana in una situazione di indifferenza nei confronti della sorte degli ebrei. Molti italiani furono indignati dalle norme razziali ma non tradussero il loro sdegno in atti concreti. Ernesto Bittanti Battisti riassunse così le reazioni degli italiani:

Uno: Pubblica: nessuna protesta

Due: Privata: si dice di preghiere presentate da qualche personalità, o non accolte o a cui si fecero promesse non mantenute di poi.

Tre: Obbedienza supina agli ordini di cancellare i nomi anche insigni degli Ebrei [...] da ogni associazione[...].

Gli ebrei furono esclusi dalle più diverse professioni e soprattutto dal mondo della cultura. La scuola ebraica dovette quindi rafforzare le sue strutture: 23 scuole ebraiche elementari, 14 medie e commerciali, già nel 1938. Le scuole ebraiche furono caratterizzate da un elevato livello di qualità dell’insegnamento perché in esse affluirono i docenti universitari ebrei. Nel mondo universitario furono istituiti corsi di razzismo, ma anche le discipline storico-letterarie e addirittura mediche divennero vie per fomentare il mito della razza e l’odio razziale. L’allontanamento delle comunità scientifiche e culturali degli ebrei causo un grave danno allo sviluppo scientifico dell’Italia. Parte degli intellettuali e degli scienziati ebrei si rassegnarono alla morte civile. Molti altri emigrarono. Di questi un numero consistente non tornerà in Italia al termine del conflitto a causa della mancanza di una politica di reintegro e per il ricordo dell’indifferenza che accompagnò la loro persecuzione. Probabilmente seimila intellettuali lasciarono l’Italia. Si diressero verso l’Inghilterra oppure seguirono le vie tradizionali verso le Americhe. Molti raggiunsero la Palestina.  

L’allontanamento del ceto medio ebraico dalle proprie attività fu  più graduale rispetto all’applicazione delle misure in campo culturale (l’esclusione degli ebrei dalle scuole fu un processo più veloce in Italia che in Germania). Prima tappa fu il ridurre i possibili clienti di avvocati, medici, ecc... ebrei alla sola comunità ebraica. Queste restrizioni non permettevano un reddito sufficiente.

L’atteggiamento della Chiesa

Nel 1938 Pio XI ribadisce l’ostilità della Chiesa al razzismo e Mussolini confida ai suoi collaboratori delle preoccupazioni per le posizioni del pontefice. Per rassicurare la Chiesa il fascismo cercò di ricordare la sua tendenza antisemita: “Gli ebrei possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi”. La Chiesa sostanzialmente si opponeva a un antisemitismo come quello tedesco (che tendeva a cerare una religione pagana del razzismo) ma non si schierava contro una politica di discriminazione. Il risultato fu che la Santa Sede non protestò per l’emanazione delle leggi razziali.

 La guerra: ulteriore emarginazione degli ebrei

 L’entrata in guerra dell’Italia comportò l’inasprimento delle misure antiebraiche. Con lo scoppio della guerra si cercò di convogliare sugli ebrei le ostilità della popolazione. Gli ebrei furono presentati come nemico esterno e interno da giornali, radio, manifesti, circolari per uffici e scuole. I malumori della popolazione dovevano indirizzarsi verso gli ebrei.

 Primi internamenti

Già nel maggio del 1940 fu disposto dal Ministero dell’Interno che gli ebrei stranieri ancora presenti sul suolo del Regno venissero internati. Questa direttiva si accompagnava all’ordine di internare tutti i cittadini del paesi nemici. Una specifica nota si occupava degli ebrei. Anche una parte degli ebrei italiani raggiunsero campi di concentramento. Si trattava di persone ritenute pericolose oppure molto influenti sul piano intellettuale. Probabilmente il numero degli ebrei stranieri internati ammonta a qualche migliaio, gli italiani furono alcune centinaia. La condizione degli internati nei campi era molto precaria. Il sostentamento era legato alle disponibilità economiche dei singoli e alle piccole ricompense per lavori interni nel campo. I campi venivano ospitati in edifici preesistenti come fabbriche, magazzini, ecc... furono poco numerose le strutture appositamente costruite.

Dal 1942 gli ebrei nati tra il 1910 e il 1922 furono richiamati a compiere lavori legati alla guerra. Il loro contributo agli sforzi bellici risultò comunque praticamente nullo. Innanzitutto in Italia non c’era bisogno di ulteriore manodopera. Fu una scelta di ordine demagogico e politico fatta nella consapevolezza che la risposta da parte degli ebrei sarebbe stata molto limitata (poiché poco avvezzi al lavoro manuale, poco retribuiti, impossibilitati dall’abbandonare i pochi posti di lavoro loro rimasti). Paradossalmente gli ebrei, sostanzialmente allontanati da ogni possibilità di agire nell’ambito del conflitto, furono accusati anche di non partecipare allo sforzo bellico.

L’internamento di tutti gli ebrei

Alla vigilia della caduta del regime fascista(1943) tutti gli ebrei presenti sul suolo italiano furono internati in campi di lavoro, ormai molto simili ai campi di concentramento. Gli ebrei erano sorvegliati da forze di polizia. Fu così definitivamente raggiunta la separazione degli ebrei dai cittadini ariani, gli ebrei furono fisicamente allontanati e impossibilitati ad aver contatti con gli altri italiani.

 Distanze dall’antisemitismo tedesco

Fino all’8 settembre 1943 l’Italia gestì in modo autonomo la situazione degli ebrei. Solo nei territori occupati dagli italiani (Grecia, sud della Francia) vi furono forti scontri con la politica tedesca. Anche se l’Italia non oppose mai una sistematica opposizione alla politica di sterminio. Le autorità italiane non consegnavano ai tedeschi gli ebrei che raggiungevano i territori occupati. Il Ministero degli Esteri si adoperò per riuscire a preservare dalla deportazione gli ebrei cittadini italiani che si trovavano nei territori occupati dai nazisti. Furono salvati tutti i cittadini italiani, costretti a rientrare in patria, e si cercò anche di concedere la cittadinanza ad un certo numero di ebrei per salvarli dalla deportazione. Questi fattori sono legati alla mancanza di un vero sentimento di antisemitismo nell’opinione pubblica e tra le autorità militari. Non era forte la convinzione che la guerra fosse anche guerra di razza. Inoltre la diversa politica antisemita era dimostrazione di orgoglio nazionale, un aspetto sotto il quale differenziarsi dai tedeschi. Vi furono però casi isolati e significativi nei quali questa politica non fu rispettata. Nell’ottobre 1942 Mussolini acconsentì alla consegna di ebrei croati, rifugiati in zone controllate dall’Italia, ai nazisti.

 È ormai accertato che il governo fascista conosceva il destino che era riservato agli ebrei. E poteva conoscerlo grazie ai mezzi più disparati: comunicazioni ufficiali, stampa internazionale, servizi d’informazione, corrispondenti di guerra. Importanti furono anche le testimonianze (lettere o racconti orali) degli italiani che per raggiungere il fronte orientale attraversarono la Polonia. Sono da ricordare opere come Ultimo fronte di Nuto Revelli e i Taccuini di Alberto Pirelli. Molte informazioni giunsero anche dalla Santa Sede che era informata della condizione degli ebrei, soprattutto in Polonia.  Informazioni giungevano da parte dei diplomatici italiani a Berlino. Nell’ottobre del 1942 Himmler in visita a Roma informò direttamente Mussolini.

 L’occupazione tedesca 

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 la “soluzione finale” fu estesa all’Italia. Questo provvedimento colse di sorpresa ebrei italiani e stranieri ormai rinchiusi nei campi di concentramento italiani. Tuttavia gran parte della comunità ebraica italiana riuscì a salvarsi grazie all’iniziativa di singoli e anche delle istituzioni.

Il ruolo della Repubblica sociale fu determinate per permettere le deportazioni dall’Italia. Solo la razzia nel ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 fu realizzata esclusivamente da reparti tedeschi. Tutte le altre deportazioni furono il risultato della collaborazione tra tedeschi e italiani. L’antisemitismo era un punto chiave nel programma politico della Repubblica di Salò. Il richiamo alla razza divenne fondamentale per la RSI anche per controbilanciare il vuoto di altri valori di una nuova generazione di giovani combattenti.  Il razzismo fu anche uno strumento di aggregazione e coesione. Il Manifesto di Verona del novembre 1943 privò gli ebrei della cittadinanza italiana. Gli ebrei non erano più tutelati giuridicamente da parte dello Stato ma divenivano nemici. Gli ebrei potevano così essere catturati dai tedeschi direttamente nei campi di concentramento. Nel gennaio del 1944 agli ebrei furono confiscati tutti i beni. Tutte le comunità furono chiuse e saccheggiate e successivamente spogliate di ogni bene con specifico decreto. L’occupazione tedesca permise la deportazione degli ebrei italiani che i rapporti d’alleanza Italia-Germania avevano impedito. Inviati diretti di Eichmann dovevano occuparsi della “Soluzione finale” in Italia nelle diverse aree in cui era stato diviso il nord Italia. Le apposite strutture tedesche si avvalevano poi  della collaborazione della RSI soprattutto per l’individuazione degli ebrei. Furono quattro i principali campi di arresto e di transito in Italia. Da questi luoghi, gestiti da autorità tedesche ed italiane, gli ebrei partivano sui convogli che raggiungevano i campi di sterminio oltralpe.

-          Borgo S. Dalmazzo, Cuneo: ebbe una vita breve ed era occupato soprattutto da ebrei francesi.

-          Fossoli, Carpi: è il campo dal quale partì la metà degli ebrei deportati. Molti ebrei arrivarono a Fossoli dopo la chiusura del campo di Borgo S. Dalmazzo.

-          Gries, Bolzano: qui furono trasferiti gli ebrei a causa dell’avvicinamento del fronte al campo di Fossoli. Rimase attivo fino alla fine dell’aprile 1945.

-          Risiera di S. Saba, Trieste: fu attivo dall’autunno del 1943 fino all’aprile del 1945. Era l’unico campo italiano dotato di un forno crematorio nel quale furono uccise alcune migliaia di ebrei. Il campo ospitava in misura massiccia antifascisti, slavi e croati.

La maggior parte degli ebrei italiani raggiunse Auschwitz. Alcuni raggiunsero altri campi dopo l’inizio dell’evacuazione di quest’ultimo nel 1945. In Italia quindi non vi furono veri e propri campi di sterminio. Tuttavia si registrarono gravissimi eccidi: a Meina, a Pisa, alle Fosse Ardeatine (dove morirono 73 ebrei), ecc…

Il numero totale delle vittime è di 6.291. Solo 837 deportati poterono salvarsi. Fu sterminata il 20-22 per cento della popolazione ebraica. Percentuale sicuramente inferiore ad altri paesi europei come Francia o Olanda proprio a causa delle ragioni storiche precedentemente delineate. Innanzitutto la maggior assimilazione integrazione degli ebrei italiani. Non bisogna poi dimenticare che non furono poche le persone che aiutarono per solidarietà umana gli ebrei, anche nell’amministrazione pubblica. Anche se molto spesso si trattò di atteggiamenti opportunistici, timi mesi di guerra. La stessa comunità ebraica si organizzò per cercare di tutelarsi. Nacque in questo modo il DELASEM, organismo nato per proteggere gli ebrei stranieri che, dopo l’8 settembre si occupò anche degli italiani. Nonostante le posizioni ufficiali della Chiesa, importanti aiuti giunsero anche dall’ambito ecclesiastico. Si trattò di iniziative personali, messe in moto soprattutto dai conventi che sfruttavano la propria inviolabilità per proteggere gli ebrei.  Circa  cinquemila ebrei, infine, raggiunsero la Svizzera anche grazie alla clemenza delle autorità svizzere dopo l’armistizio del Quarantatre.

 Il bilancio della tragedia Gli ebrei in Italia dopo il 1945

 Dopo la liberazione riprese la vita dell’ebraismo. Furono riaperte le comunità e le sinagoghe. L’abolizione delle leggi razziali faceva parte delle clausole dell’armistizio. Non fu tuttavia riconosciuto il torto commesso nei confronti degli ebrei con un atto solenne anche se questa mossa avrebbe sottolineato una netta cesura col passato. L’articolo 3 della Costituzione afferma l’eguaglianza dei cittadini al di là dell’appartenenza razziale, sociale o confessionale. Gli anni dell’immediato dopoguerra erano troppo dissestati per permettere il diffondersi di una consapevolezza storica della grandezza della tragedia. Le leggi fasciste furono abrogate ma la tragedia di migliaia di ebrei fu trattata semplicemente dal punto di vista burocratico.   Molti ebrei sopravissuti decisero di lasciare l’Italia e raggiungere la Palestina. All’epoca si trattava di un’emigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi. In occasione della prima guerra combattuta da Israele contro gli arabi questa migrazione ebbe un forte aumento da tutta Europa. Per chi rimase fu molto difficile reintegrarsi nella società. Gli ebrei erano sconvolti dai lutti, dalle offese morali e materiali, dalla perdita dei loro beni. Furono riassunti nei posti di lavoro dai quali furono cacciati con molta lentezza. Anche la restituzione dei beni confiscati fu lenta e non sempre portata a termine. Quasi la totalità dei beni immobili cittadini furono restituiti. Non così per fattorie e poderi. Ancora più complesse le vicende della restituzione dei beni mobili, soprattutto opere d’arte, che preso la via del mercato nero. In queste opere molto spesso si racchiudeva la memoria e la storia di una famiglia. Solo nel 1998 lo Stato italiano ha costituito un Comitato con l’incarico di occuparsi dei beni confiscati agli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale. Il lavoro di questa Commissione si è concluso nel 2001 portando alla luce molti aspetti ancora sconosciuti.

In molti ebrei prevalse il desiderio di cercare di dimenticare quanto era accaduto e scegliere la via del silenzio. Solo molti anni dopo si risvegliò memoria ebraica. D’altra parte a coloro che decisero di raccontare la vita nei campi di concentramento si oppose un senso generale di disinteresse. Il desiderio della popolazione italiana di dimenticare le persecuzioni dei concittadini ebrei è legata anche all’orgoglio per la Resistenza. Gli ebrei, nel desiderio di reintegrarsi nella società italiana, cercarono loro stessi di rigettare le responsabilità sui nazisti. Le persecuzioni successive al 1943 avevano quasi cancellato la memoria della restrizioni precedenti. Coloro che tornarono vivi dai campi di concentramento furono assaliti dai sensi di colpa. Uniche persone rimaste vive in interi nuclei famigliari, oppure costretti a comunicare a chi non era stato deportato la triste sorte dei parenti.

 La situazione attuale

L’articolo 8 della Costituzione stabilì l’uguaglianza di tutte le confessioni. La situazione cambiò leggermente nel 1984 per la revisione del Concordato. Furono necessarie delle nuove intese per le altre confessioni. Accordi specifici con la comunità ebraica furono raggiunti nel 1987. In accordo con la Costituzione l’Italia si impegnò a rispettare le tradizioni, le festività, le scuole ed i matrimoni dei cittadini ebrei. A partire dal 1996, un nuovo accordo, permette ai cittadini italiani di destinare l’otto per mille all’Unione delle comunità ebraiche. Questi aiuti economici sono usati in ambito culturale, sociale, umanitario ma anche per difendersi da nuove minacce di antisemitismo e razzismo.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

27 gennaio 2007

 

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