“Esistono segnali che questo
avviene, dimenticare o addirittura negare. Questo è
significativo: chi nega Auschwitz è quello che
sarebbe pronto a rifarlo”
(Primo Levi,
intervista televisiva giugno 1982).
In occasione del settimo Giorno della memoria, la
Società Letteraria ricorda il genocidio degli Ebrei
d’Europa e vuole farlo nel migliore dei modi per
rispondere all’urgenza di dare una forma alle
tracce della catastrofe.
“La memoria umana è uno
strumento meraviglioso ma fallace. […]I ricordi che
giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non
solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso
si modificano, o addirittura si accrescono,
incorporando lineamenti estranei”
(Primo Levi, “I sommersi e i
salvati”). Ed è proprio per questo che si cerca di
ricordare, perché la capacità di ricordare è
costitutiva dell’essere umano, è capacità critica di
saper scegliere i ricordi: "L'uomo invidia
l'animale, che subito dimentica [...] l'animale vive
in modo non storico, poiché si risolve nel presente
[...] l'uomo invece resiste sotto il grande e sempre
più grande carico del passato: questo lo schiaccia a
terra e lo piega da parte” (Nietzsche,
“Considerazioni inattuali”).
I molti autori che si sono occupati di Shoah,
sono posti di fronte all’esigenza di trovare un
linguaggio per parlarne, di raccontare la
distruzione degli ebrei, messa in atto dal Terzo
Reich e dai paesi collaborazionisti, l’indifferenza
calata ad avvolgere la civilissima Europa, la
sofferenza di milioni di essere umani.
Quello che la Società Letteraria propone è la
proiezione di più testi filmici che cercano, più o
meno efficacemente, di fare questo per poi dare
spazio agli interventi di Carlo Saletti
e di Jean- Francois Forges.
Il pomeriggio si apre quindi con la proiezione del
cortometraggio “Auschwitz – Oswieçim di Moreno
Menarin”, documentario di otto minuti del
cinephile vicentino che ha visitato il sito del
campo di Auschwitz, divenuto negli anni il luogo per
eccellenza della memoria dello sterminio ebraico
europeo. Aveva con sé una camera 8mm con cui ha
filmato: l’immagine risulta quindi pulsante,
spaesata, scorre nervosa come nello sfogliarsi di un
taccuino da viaggio, su musica stridente (di Luigi
Nono) dove la figura umana è quasi assente.
Il documentario è poi seguito dal film “La zona
grigia” di Blake Tim Nelson
e da alcuni estratti da “Shoah” di
Lanzmann. Il primo è una delle rarissime
opere cinematografiche che abbia affrontato, in
chiave di racconto-finzione, l’epicentro della
distruzione dell’ebraismo europeo, focalizzandosi
sugli avvenimenti accaduti nell’estate del 1944
nell’area dei crematori realizzati ad
Auschwitz-Birkenau. Il film si contrappone alla
cinematografia tradizionale sulla Shoah
hollywoodiana e ricostruisce la vita quotidiana dei
membri del Sonderkommando
ispirandosi agli sconvolgenti documenti ritrovati e
ai diari degli stessi prigionieri. Il soggetto è poi
ricostruito dalla memoria di un deportato ungherese
aggregato ad un gruppo di medici
scelto dal famoso dottor morte Josef
Mengele come capo patologo ad Auschwitz,
il Dr Miklos Nyiszli. “Ho voluto
raccontare – ha detto il regista – la storia
che nessuno ha avuto mai il coraggio di dire perché
la disperazione, ma anche la umana semplicità dei
miei personaggi arrivino a suscitare dei dubbi nel
pubblico: cosa saremmo disposti a fare pur di
salvare la nostra vita? Cosa saremmo disposti a fare
pur di salvarne una di vite?”
Dal capolavoro di Lanzmann, vengono infine
presentati due estratti relativi alla testimonianza
di Filip Müller, ebreo slovacco
deportato ad Auschwitz ed aggregato al
Sonderkommando, addetto in particolare al
funzionamento dei crematori, che racconta la
“liquidazione” del campo per le famiglie ceche,
avvenuto agli inizi del marzo 1944. Lanzmann
si inscrive, a detta di molti, tra quei pochi autori
che “ci hanno fornito gli occhiali per vedere, le
parole per capire e patire, gli strumenti della
finzione per farci precipitare nell’inferno nazista
dei lager di sterminio” (Frediano Sessi, “Il
racconto della catastrofe”).
“Shoah” è costruito di puro presente: senza
nessuna immagine di archivio, né di morte , né di
sangue, nessun cadavere in un’opera che è però
profondamente impastata di morte. Sono presi in
considerazione solo i campi di sterminio: Chelmno,
Ponari, Treblinka, Sobibor, Auschwitz. Per quanto
riguarda invece i protagonisti, saranno di tre
ordini: gli ebrei sopravvissuti, i testimoni
polacchi ed i nazisti. Undici anni di lavoro a
partire dagli anni Settanta. Più di
trecentocinquanta ore di riprese cui è seguito un
lungo montaggio. Una lunga preparazione di studio e
ricerca. Il risultato è un film documentario di
circa nove ore e mezza. Ed è così che “Shoah”
raggiunge il suo scopo: “Abolire ogni distanza
tra il presente ed il passato, consentendo di
rivivere la storia” (Frediano Sessi, “Il
racconto della catastrofe”).
Il protagonista è colui che ha vissuto direttamente
l’esperienza ed è sopravvissuto, è il testimone
che si trasforma in attore per raccontare e
rivivere il passato. Lo stesso Lanzmann parla
di “Shoah” come di un’opera tutt’altro che
consolante. Nessuna immagine viene idealizzata, non
vengono mostrati gli ebrei come degli stoici che
entrano nella camere a gas.
Questa “fiction del reale” non è quindi un
film di ricordi.
“I ricordi sono cose del passato. E’ un film
della memoria.” Questo il parere di Rachel
Ertel, che continua: “Attraverso le sue
domande laceranti, Claude Lanzmann fa risalire in
superficie la memoria dei sopravvissuti ebrei, al
prezzo di sconvolgimenti, di sofferenze indicibili,
che producono una sorta di parto mostruoso che li
dilania (…) Ma si può parlare di memoria per coloro
i quali non hanno vissuto l’evento, per coloro che
sono nati ‘dopo’?”
Ed è proprio questo il punto: come si può riuscire a
trasmettere l’indicibile, l’innominabile? Qui
risiede il miracolo di Lanzmann!
“Dopo “Shoah” ci capiterà davanti a un oggetto
molto comune – un treno, un camion -, davanti a un
paesaggio sereno, d’essere presi da un fremito, da
uno spasmo. Sarà questa, nel nostro corpo, la
memoria del genocidio” ( Rachel Ertel, “Il
racconto della catastrofe”).
Le proiezioni sono seguite dagli interventi di
Carlo Saletti e di Jean- Francois Forges.
Saletti,
ricercatore, incentra il suo intervento sulla figura
del Sonderkommando, la squadra speciale
composta da deportati ebrei addetta alle operazioni
di sterminio e al “trattamento” dei cadaveri nelle
camere a gas e nei crematori di Birkenau. La maggior
parte di questi uomini venne uccisa dalle SS del
campo, e solo qualche decina riuscì fortunosamente a
sopravvivere e a deporre nel dopoguerra.
Il relatore chiarisce, innanzitutto, la nozione di
campo di sterminio. Auschwitz non appartiene
alla logica del campo di concentramento, del
“Konzentrationslager”, se non in minima parte: lo
sterminio non conosceva la concentrazione, conosceva
la distruzione pura. Gli ebrei che entravano ad
Auschwitz erano ebrei selezionati per il gas,
ignoravano il campo di concentramento, non erano
quindi normali detenuti. Il musulmano detenuto che è
“puro guscio” è l’eccezione ad Auschwitz, la norma
di Auschwitz è l’ebreo selezionato, trasportato e
nel giro di poche ore ridotto in cenere.
“I prigionieri del Sonderkommando assistettero
giorno dopo giorno alla distruzione del proprio
popolo, avendo conoscenza nella sua globalità del
processo a cui le vittime erano destinate e
nell’impossibilità di rivelare loro la verità”
(Carlo Saletti, “La voce dei sommersi”). Certo,
godettero di un trattamento d’eccezione: furono
nutriti, vestiti, alloggiati come nessun altro
prigioniero del campo, ma furono costretti al più
turpe dei lavori. Qualcuno vi si abituò, qualcuno
decise di togliersi la vita, altri vissero disperati
per essere stati costretti a perdere ogni tratto
d’umanità.
Saletti
ricorda poi Primo Levi come colui che ha
posto delle questioni centrali per la “mole infinita
di dolore” che è stata causata. Levi parla dei
Geheimnisträger come di uomini sempre sporchi,
con aspetto selvaggio di bestie feroci. “Essi
erano scelti fra i peggiori criminali condannati per
gravi reati di sangue” (Primo Levi, “Rapporto
sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di
concentramento per ebrei di Monowitz” in Minerva
medica). Questa affermazione è interessante ma
totalmente falsa. Interessante perché ci dà
indicazioni di “quello che si diceva” sui
Sonderkommando, sui rumori che circolavano
all’interno dei campi tra i detenuti. Falsa perché i
membri non erano assolutamente criminali, ma
prigionieri ebrei scelti. Altra cosa è l’aperta
manifestazione di incredulità: l’incredulità nel
pensare che il fratello conduce a morte il fratello,
che Caino uccide Abele.
I Sonderkommando hanno lasciato delle
testimonianze che sono state per molto tempo negate.
Hanno scritto con la precisa consapevolezza di
essere i soli cronisti a poter rendere conto
dell’orrore e di dover assolvere a quell’obbligo di
testimonianza. I manoscritti ritrovati attestano che
anche nelle situazioni in cui il male e il suo
potenziale distruttivo sono stati più radicali, vi è
stato qualcuno tra i sommersi, che non ha perduto la
capacità di osservare e di dire.
Carlo Saletti è spinto poi a riflettere sulla
scarsa diffusione di queste testimonianze: raccolte
in volume solo agli inizi degli anni Settanta dal
Museo Statale di Auschwitz, quando furono presentati
nelle traduzioni in lingua polacca, tedesca e
inglese, sono pressoché inediti nel nostro paese.
Tradotti in Italia solo nel 1999, escono ora per il
grande pubblico. “Ignorarli è un atto che non
possiamo permetterci” (Carlo Saletti, “La voce
dei sommersi”).
Jean-François Forges,
storico francese, membro del direttivo della
Fondazione Maison d’Izieu, si è occupato
dell’insegnamento e della rappresentazione della Shoah,
della filmografia della memoria.
Quello di Forges è uno studio tecnico,
minuzioso, quasi scientifico ma non per questo
asettico: non dimentica le vittime bensì cerca di
dare loro quella dignità che i teorici del
negazionismo non sembrano avere a cuore.
Ci presenta in questo contesto, un’analisi molto
accurata del film già citato “La zona grigia” di
Tim Nelson, andando a sottolineare quelle che
sono le imprecisioni, le scorrettezze cronologiche e
tecniche, le vicende storiche a cui il regista non è
fedele. La relazione è, quindi, uno studio
approfondito sulla rivolta di sabato 7 ottobre
del 1944 nel crematorio II e IV di Birkenau. La
gente del Sonderkommando, abbandonata l’idea
di una comune e generale sollevazione, si muove
nell’estrema e disperata illusione di potere tentare
da sola il colpo di mano. La rivolta scoppia
accompagnata dall’esplosione del crematorio IV e
coglie impreparata la maggior parte degli uomini. La
reazione dei sorveglianti è immediata e porta nelle
ore successive alla soppressione di più di
quattrocento membri del Sonderkommando, parte
dei quali era riuscita a fuggire e si era barricata
in una stalla a pochi chilometri di distanza dal
campo. Tutto ciò è narrato da Salmen Lewental
nel suo scritto, sepolto nel terreno di uno
dei crematori e ritrovato dopo la liberazione.
A partire dalla metà di gennaio del 1945 fu dato
l’ordine ai prigionieri di Auschwitz di incolonnarsi
e di prendere la via del Reich. A loro riuscirono ad
aggiungersi i rari superstiti del Sonderkommando
addetti al crematorio III ( gli storici numerano
cinque crematori ad Auschwitz). Tra il 20 e il 26
gennaio le SS fecero saltare quanto rimaneva dei
forni e delle camere a gas. Quello che ci resta
degli impianti a gas sono solo macerie e calcinacci.
Lo storico francese ci mostra gli studi fatti sui
crematori, le certosine ricostruzioni degli
impianti a gas e le planimetrie complete del campo,
a cui è giunto grazie soprattutto alle testimoniante
pervenute e ai documenti. Tra questi rientrano anche
alcuni disegni di David Olère, membro
anch’egli dei Sonderkommando del crematorio III: “In
tutti i racconti dei sopravvissuti di Birkenau
giunge il momento in cui chi parla – il prigioniero
di allora - ricorda di aver alzato gli occhi al
cielo e di aver visto fiamme elevarsi dai camini dei
crematori, qualche metro più avanti” (Carlo
Saletti, “La voce dei sommersi”).
E questo fuoco appare negli schizzi di Olère
(nell'immagine a fianco un disegno del 1946),
fiamme che è impossibile siano materialmente
esistite, ma che sul piano simbolico, testimoniano
una verità tutt’altro che superficiale,
simboleggiano l’inferno, la morte, la distruzione,
la catastrofe, Auschwitz.
Silvia Passerini
silviapasserini@sindromedistendhal.com
27
gennaio 2007