Sfogliando un qualsiasi manuale di storia
dell’arte, sembra che l’iconografia religiosa sparisca ad un certo punto
della storia della pittura occidentale. Dopo aver dominato la produzione
artistica per secoli, i soggetti religiosi diventano del tutto secondari a
partire dalla metà del Settecento. Un mutamento lento e complesso, che
rientra nel più vasto percorso di secolarizzazione che l’Europa
conosce in questo periodo.
L’ingresso nell’Età dei Lumi, la
laicizzazione della cultura,
il relativismo, la tolleranza, come scrive Orietta Rossi
Pinelli in “Il secolo della ragione e delle rivoluzioni”,
portano a un cambiamento nella concezione stessa dell’arte: le arti
persero quel fattore di trascendenza che le aveva viste per secoli al centro
della vita religiosa con un potere fortissimo ma anche con vincoli e
condizionamenti altrettanto ineludibili (1). La frattura che si origina
interessa anche il mercato, cambia la natura e l’estrazione sociale dei
committenti, l’arte rientra da questo momento, nel novero dei bene di lusso
e soprattutto ridisegna le proprie gerarchie.
Il divorzio tra arte e religione viene riconfermata nel pensiero
hegeliano e domina ancora incontrastato: La fede nell’arte e nelle sue
virtù umanistiche non va del tutto d’accordo con la fede religiosa e il suo
assolutismo esclusivo (2). La produzione artistica a carattere religioso
viene quindi considerata anacronistica, in contraddizione con la libertà di
cui l’arte deve nutrirsi. Una posizione che alcuni critici cercano oggi di
sradicare. In questo senso si è indirizzata la mostra “Arte religione
politica” organizzata al Pac di Milano nel 2005. Il curatore, il critico
francese Jean-Hubert Martin, considera etnocentrico questo
parametro. Ha organizzato perciò una mostra singolare dedicata alla
produzione artistica di popolazioni extraeuropee per le quali la religione
religione, risultato sincretico dell’incontro tra cristianesimo e
tradizione, è ancora un importante soggetto artistico.
Jean-Hubert Martin cerca di superare un altro dogma della critica
d’arte, derivante dal fatto che Dal Romanticismo in poi la politica è il
criterio ineludibile del giudizio estetico (3). Le opere a carattere
religioso non sembrano farsi carico di un impegno civile e
progressista. Il sacro, anche se svincolato dalla dimensione strettamente
religiosa e dottrinale, è però ancora un elemento dominante perché, prosegue
il critico francese, senza l’adesione al metafisico soggiacente alla
materialità dell’opera, non potrebbero esistere la passione e la
fascinazione suscitate dalle opere d’arte più ambite (4).
Nel Novecento persiste e si accentua questa dicotomia arte-religione.
Le motivazioni si possono rintracciare in un fenomeno proprio della cultura
di massa, che porta ad uno stravolgimento della relazione che intercorre col
gia detto e col già fatto: i luoghi comuni, che erano categorie formali
di valore generale integrate all’inventio, denudati di qualsiasi valore
negativo prima della fine del XVIII secolo, si trasformano in stereotipi, in
forme fisse, riduttive e riproducibili (5).
Ovviamente tutto ciò non implica che a partire dal Settecento i soggetti
religiosi siano completamenti assenti nell’iconografia occidentale.
Salvador Dalì (Figuares, 1904-1989) scrisse nel 1951 il
Manifesto mistico che dava un ordine teorico alla sua produzione a
carattere sacro, predominante negli anni Cinquanta. Opere che hanno
l’obiettivo di Salvare l’arte moderna dalla sua “mancanza di fede” (7). L’artista spagnolo mostra un interesse verso la religione dopo
l’anticlericalismo che aveva caratterizzato il periodo surrealista. Dalì
vuole farsi portavoce del misticismo nucleare, derivante da un
alchemico connubio di pittura classica, scienza atomica e cattolicesimo, il
cui manifesto può essere considerata la “Madonna di Port Lligat”
(1949). Il risultato sono le straordinarie crocifissioni e le madonne che
ritraggono l’amata Gaia.
Ma senza scavare troppo nel passato, un esempio importante è la
chiesa
del Santo Volto di Gesù, realizzata nel quartiere della Magliana a Roma
e inaugurata in primavera. Sono stati chiamati a decorare il grande edificio
religioso numerosi artisti contemporanei, come Mimmo Paladino
(Paduli, 1948), Giuseppe Uncini (Fabriano, 1929), Chiara
Dynys (Mantova, 1958), Carla Accardi (Trapani, 1924).
Un secondo esempio lo fornisce la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Forti
di Verona, dove è stata da pochi giorni inaugurata la mostra “L’arte e
Dio. La scommessa di Carlo Cattelani”, che accompagna il Convegno
Ecclesiale Nazionale. Un omaggio alla figura di Carlo Cattelani
(1931-1999), collezionista e mercante d’arte, per il quale L’incanto
estetico dell’opera è il mezzo attraverso il quale l’uomo si avvicina a Dio;
l’arte è “itinerario della mente a Dio” e “splendor veritatis” (6). La
mostra raccoglie una serie di opere a soggetto religioso commissionate da Cattelani stesso ad artisti internazionali come
Nam June Paik
(Seul, 1932-Miami, 2006) e Luigi Ontani (Vergato, 1943).
Molto interessante è lo sguardo originale che la mostra organizzata al
Chiostro del Bramante a Roma fino al 7 gennaio 2007, getta sul padre della
Pop Art. “Andy Warhol. Pentiti e non peccare più” presenta ottanta
opere che indagano il poco conosciuto rapporto di Andy Warhol
con la religione e la spiritualità. Warhol ha avuto una formazione
religiosa molto forte, appartenendo ad una famiglia di confessione uniate,
una particolare Chiesa Orientale, che riconosce l’autorità del Papa di Roma.
Warhol, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, frequenta le
chiese ed è attento alle tematiche del sacro. Lo testimoniano le numerose
varianti dell’Ultima cena, rivisitazione del capolavoro di Leonardo
in cui, secondo il curatore della mostra romana Gianni Mercurio,
Warhol dà voce alla sua passione religiosa, realizzando il suo
personale tributo alla salvezza della propria anima.
Ma il fenomeno più interessante che si rintraccia nel rapporto tra religione
e espressione artistica nel panorama attuale, è la dissacrazione dei
simboli più sacri della tradizione cattolica.
Un percorso che attraversa tutto il Novecento. Solo a titolo d’esempio, “Suora
e cardinale”, dipinta nel 1912 da Egon Schiele (Tull,
1890-Vienna, 1918), in cui il pittore austriaco ritrae con grande violenza
un impudico abbraccio tra un cardinale e una suora. Spingendosi ben al di là
del bacio della pubblicità Benetton di Oliviero Toscani che
pure suscitò scandalo nel 1992.
Ma è negli ultimi decenni che la rappresentazione dissacrante di simboli
religiosi è divenuta un fenomeno molto esteso. Proprio in queste settimane
inoltre, il tema è tornato di scottante attualità a causa di una
concatenazione di eventi. I disordini nei paesi arabi causati dalle vignette
danesi, le dichiarazioni di Benedetto XVI a Ratisbona, l’autocensura
dell’Idomeneo a Berlino, le minacce al professore francese Robert Redeker e
infine la legge che punisce i negazionisti del genocidio armeno, hanno
aperto un vivace dibattito sulla libertà d’espressione e la sua censura in
Occidente.
Sulle pagine di Repubblica, lunedì 9 ottobre, Jean Daniel,
giornalista francese fondatore de Le Nouvel Observateur, ha voluto riaffermare che nella terra di Voltaire il
diritto alla blasfemia è
stato conquistato a costo di lotte insigni (8). Un diritto che a quanto
pare molti artisti contemporanei hanno ben presente e in nome del quale
crocifissi, santi, papi subiscono le più estreme vessazioni.
E ancora una volta ci si trova davanti all’interrogativo che incombe nel
panorama artistico contemporaneo (ma che forse ormai non ha più senso): è
arte o provocazione gratuita?
Il campione della provocazione (e anche dei prezzi record nelle aste di
tutto il mondo), Maurizio Cattelan (Padova, 1960) sconvolse la
Polonia con “La nona ora”, nel 1999. Cattelan espose alla
Zacheta Naradowa Galeria di Varsavia un’installazione in cera, raffigurante
Giovanni Paolo II a terra, colpito da un meteorite. Moltissime
le interpretazioni dell’opera, ma ciò che passerà alla storia sarà
sicuramente il tanto fragore, la mozione al parlamento polacco, e infine la
vendita record per tre milioni di dollari che porta Cattelan sui
palcoscenici dell’arte internazionale.
A volte invece il messaggio di denuncia espresso tramite le opere artistiche
è esplicito. Un esempio è la critica all’inciucio tra Chiesa e denaro.
Una delle contraddizioni più antiche ed evidenti della Chiesa, facile fonte
di polemiche e ispirazione per molti artisti. Il paradigma di queste opere
può fornirlo Fausto Delle Chiaie, l’ormai famoso artista di
strada che da anni colloca oggetti vari, materiali di scarto e rifiuti sulla
recinzione del Mausoleo d’Augusto davanti all’Ara Pacis a Roma. Una croce
composta da monete. Fausto ha il coraggio della semplicità, ma questo
trucchetto è stato usato (o abusato) da molti artisti.
Renato Meneghetti (Rosà di Vicenza, 1947), ha presentato alla
50ema Biennale di Venezia la grande installazione “Nulla vita ex hoc pane”,
un’aspra denuncia del potere malefico del denaro quale propellente e
linfa vitale di guerre, massacri, eccidi e quanto di peggio si possa pensare
(9). Ventimila monete inserite in contenitori per bombe, disposti a formare
una croce. Le monete riproducono venti soggetti diversi. Ognuna porta
impresso un nome legato alle più grandi guerre e massacri della storia. La
mitica numero uno è dedicata a Dio, e sul rovescio ha incisi i simboli delle
principali religioni del mondo.
Oppure Dario Carmentano (Matera, 1960) inserisce monete su
stampe fotografiche raffiguranti chiese, crocifissi, candele. Il giovane
artista lucano è attento a smascherare le ipocrisie e le contraddizioni
della nostra società. Lo fa giocando su semplici serie di opposti, crea
degli ossimori visivi espliciti e di forte impatto. Bersaglio prediletto è
la religione cattolica, i suoi simboli, le sue gerarchie. In un’altra serie
di opere Carmentano ha applicato dei santini su dei pannelli
raffiguranti donne in atteggiamenti sessualmente espliciti e provocanti. Le
immagini sacre vanno a coprire le parti erotiche dei loro corpi. Queste
opere ci parlano della castrazione che la religione ha da sempre esercitato
sugli uomini, bandendo il sesso come un tabù. Ma Carmentano vuole
anche sottolineare che Sesso e religione sono due detonatori universali
attorno ai quali si muovono tutte le dinamiche individuali e comunitarie
(10).
Il crocifisso viene usato come simbolo di denuncia anche dal sudafricano
Kendell Geers (Johannesburg, 1968). Nell’opera “TW (I.N.R.I.)”
[vedi immagine a lato] l’artista ricopre con un nastro segnaletico rosso e
bianco un crocifisso Un Cristo impacchettato che non si lascia guardare
nell’espressione intensa del martirio, ma che si fa riconoscere nel suo
profilo fortemente simbolico, quale segno per cui l’uomo si è arrogato il
diritto di uccidere e conquistare (11). Un messaggio esplicito per un
artista che ha molto a cuore la situazione del suo paese d’origine e della
popolazione autoctona per secoli sfruttata dagli europei. Geers usa i
tradizionali strumenti della segnaletica stradale per indicare la
pericolosità di un simbolo come il crocifisso. Un oggetto della banale
esistenza quotidiano che è utilizzato anche in una brillante opera di Cermentano. Attraverso un cartello di segnalazione toponomastica,
l’artista indica la fine del Regno di Dio e l’inizio dell’Extracreato,
delineando così le Colonne d’Ercole del XXI secolo. Un invito a spingerci
nello spazio ossimorico e contraddittorio dell’Extracreato, in un nuovo
viaggio della conoscenza, un cortocircuito della conoscenza, per superare i
limiti da sempre posti dalla religione.
L’artista maledetto Andreas Serrano (New York, 1950) è ormai
da decenni al centro dell’attenzione nel panorama dell’arte per le sue
fotografie scandalose e shockanti. In questi giorni al Pac si svolgono due
mostre dedicate all’artista newyorchese, che si fece conoscere nel 1989 con
Piss Christ, una fotografia di un crocifisso immersa nella propria
urina. L’opera appartiene a una serie di lavori tra cui “Red Pope”,
un trittico raffigurante papa Wojtila immerso nel sangue. In altre occasioni
ha utilizzato sperma o latte. I lavori di Serrano sono spesso
indicati come bandiere della libertà dell’arte, ma in realtà hanno una
polisemia di significati. Serrano utilizza i fluidi organici per
affermare l’inscindibile rapporto tra sacro e profano, tra quelli che sono
considerati i simboli più sacri e l’umano troppo umano del sangue, dello
sperma, dell’urina. Sono anche tentativi di superare l’idea della
separazione tra corpo e religione che da sempre la Chiesa cattolica vuole
affermare. È un invito a rintracciare l’origine corporale del cristianesimo,
che si basa sul sacramento dell’eucarestia.
Molti artisti attaccano la religione e i suoi simboli, violentando
l’iconografia religiosa, sancta sanctorum della storia dell’arte. Nel
1998 la cattedrale di Upsala ospitò la mostra “Ecce Homo” che, prima
di lasciare il nord Europa e toccare diverse sedi nel resto del continente,
spaccò l’opinione pubblica e la Chiesa Luterana svedese. Il vescovo della
città gridò alla bestemmia, il decano della cattedrale invece appoggiò e
promosse la mostra. La fotografa Elisabeth Ohlson Wallin
(Svezia, 1961) utilizza le opere più famose di Caravaggio, Rubens,
Michelangelo, Leonardo, la composizione strutturale e i colori dei loro
capolavori, per realizzare dodici fotografie in cui la figura di Cristo
viene messa utilizzata per convogliare l’attenzione dell’opinione pubblica
sulla problematica dell’omosessualità e il suo rapporto con le confessioni
religiose. Così gli apostoli dell’Ultima cena vinciniana diventano
dodici transessuali, la Pietà michelangiolesca ritrae invece un
malato terminale di aids.
Si nutre di storia dell’arte e dei capolavori del passato anche l’artista
spagnolo Dino Valls (Saragoza, 1959). Con “Barathrum”
del 2003, realizza un’operazione del tutto particolare. Egli infatti non
dissacra simboli o immagini religiose ma porta a termine un’azione
esclusivamente formale. Utilizza infatti la forma del polittico, appannaggio
esclusivo dei soggetti sacri dal Medioevo in poi, per raffigurare un gruppo
di uomini nudi e sofferenti, un Messaggio su un mondo che non solo è
malato, ma che ha anche sistematicizzato la sua stessa malattia –
convertendola in qualcosa di accettato e stabilito (12).
Per concludere va citata l’eloquente opera dell’artista tedesco
Thomas
Virnich (Eschweiler, 1957) “Petersdom” (1998). Una San Pietro
accartocciata su se stessa, tenuta insieme da contorti fili di ferro,
collassata sotto il peso degli scandali interni e dell’ipocrisia. Forse un
auspicio, più che una denuncia.
Ralf Dahrendorf dalle pagine di
Repubblica richiama
l’attenzione su un grave rischio che sta correndo l’Europa, che sembra ormai
rassegnata a negoziare le conquiste dell’Illuminismo. Questa breve
rassegna di opere dimostra la volontà di numerosi artisti di battersi per
difendere il diritto alla blasfemia contro la nuova ondata contro
illuminista (13) che preoccupa Dahrendorf.
Note:
(1) Pinelli O. R., “Il secolo
delle ragion e delle rivoluzioni”, UTET, Torino (2000), p. 23
(2) Marti J.-H., “Arte, religione, politica”, Continents, Milano (2005) , p.
9
(3) Martin J.H., op. cit, p. 8
(4) Martin J.H., op. cit., p. 14
(5) Moine R., “I generi del cinema”, Lindau, Torino (2005), p. 102
(6) Comunicato stampa della mostra “L’arte e Dio. La scommessa di Carlo
Cattelani”, a Palazzo Forti, Verona, dal 13 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007.
(7) Ades D. (a cura di), “Dalì”, Bompiani (2004), p. 446
(8) Daniel J., “Il diritto alla blasfemia nel paese di Voltaire”, “La
Repubblica”, 9 ottobre 2006, p.20
(9) Catalogo mostra “Meneghetti a Roma. Opere 2000-2006”
(10) Marziani G. “Ossimori”, Castelvecchi, 2005
(11) Di Pietrantonio G. e Rodeschini Gelati M. C. (a cura di), “War is
over”, Silvana Editore (2005), p.
(12) Lucie-Smith E. “Dino Valls. Psicostasia”, Edizioni Il Polittico, Roma
(2006)
(13) Dahrendorf R., “Se l’Europa non difene le conquiste dell’illuminismo”,
“La Repubblica”, 16 ottobre 2006
Mostre in corso:
ANDY WARHOL. PENTITI E
NON PECCARE PIU'
Dal 28 settembre 2006 al 7 gennaio 2007
Roma, Chiostro del Bramante
Martedì-Venerdì 10.00-20.00, Sabato 10.00-24.00, Domenica 10.00-21.30
L'ARTE E DIO. LA SCOMMESSA DI CARLO CATTELANI
Dal 13 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007
Verona, Palazzo Forti
Martedì-Venerdì 9.00-19.00, Sabato-Domenica 10.30-19.00
IL DITO NELLA PIAGA
THE MORGUE
Dal 14 ottobre al 26 novembre 2006
Milano, Pac (Padiglione arte contemporanea)
Martedì-Domenica 9.30-19.00, Giovedì 9.30-21.00