Artisti al lavoro

L'ampio programma di esposizioni per il centenario della CGIL

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9 ottobre 2006 - Centenario CGIL

 

L’Associazione Centenario Cgil ha ritenuto opportuno scegliere l’arte come uno dei canale preferenziale per celebrare i cento anni del più importante sindacato italiano, per parlare del lavoro e dei lavoratori. Da Palermo a Milano, da Rimini a Siracusa, l’iconografia del lavoro è stata analizzata nelle diverse espressioni e forme artistiche e nelle differenti prospettive politico-sociali, grazie a una serie di mostre, tutte di grande interesse, che si inseriscono nel vasto programma culturale per festeggiare il centenario.

Il Rapporto della Cgil con il mondo dell’arte è sempre stato molto intenso. Lo testimoniano le parole di una delle più importanti personalità del sindacato, Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 1892 – Lecco, 1957): noi vogliamo abbattere il muro che ancora separa l’arte e la cultura dalla grande maggioranza del nostro popolo, Vogliamo far sì che gli artisti comprendano il popolo lavoratore, e vogliano operare in modo che i lavoratori abbiano accesso all’arte, alla cultura, perché questa è una condizione indispensabile, fondamentale, per elevare la condizione umana del lavoratore, liberarlo dalla umiliazione, dalla miseria e dalla disperazione (1).

Le parole di Di Vittorio sono da contestualizzare negli anni Cinquanta, come ci ricorda il Presidente dell’Associazione Centenario, Giuseppe Casadio. Sono gli anni dello scontro tra astrazione e figurazione.

Il realismo era considerata l’unica forma artistica in grado di esprimere un impegno sociale e civile, per l’immediatezza del linguaggio e la facilità con cui lo si poteva piegare alla celebrazione e alla propaganda. Era il solo linguaggio attraverso il quale abbattere il muro che separa il popolo dall’arte. Resta celebre l’attacco di Palmiro Togliatti alle cose mostruose, orrori e scemenze viste alla Biennale del 1948. Questa dicotomia è ormai superata, come dimostra la presenza di alcune opere astratte e informali nel catalogo della collezione Cgil realizzato per il centenario. Pubblicato dalla casa editrice Ediesse, il catalogo è costituito da due volumi che ci presentano le quattrocento opere raccolte dal secondo dopoguerra ad oggi (“Cgil: le raccolte d’arte”, curato da Patrizia Lazoi e Luigi Martini). La vivacità del sodalizio tra il sindacato e il mondo dell’arte è testimoniata anche dal successo che ha ottenuto la proposta della sezione siracusana della Cgil. È stato rivolto a numerosi artisti l’invito a donare un’opera per la mostra Ducento artisti per cento anni. Una mostra che nelle intenzioni degli ideatori, come afferma Giuseppe Zappulla, serve a mantenere viva la memoria del fecondo rapporto tra storia del movimento sindacale, le lotte e le esperienze del lavoratori e mondo dell’arte e della cultura (2).

Il senso di queste mostre sull’iconografia del lavoro va ben oltre l’intento espresso da Di Vittorio negli anni Cinquanta, pur continuando a sottolineare il ruolo fondamentale assunto dal sindacato nell’acculturazione dei lavoratori.
Ancora una volta l’arte costituisce uno sguardo originale su una tematica complessa che rischia di essere banalizzata e semplicisticamente uniformata dai mezzi di comunicazione tradizionali. Gli artisti invece, possono indagare a tutto tondo le problematiche del lavoro e riferircele nelle loro mille sfaccettature con un linguaggio più forte e incisivo. Ma non solo, a quest’ultimi Casadio riconosce un contributo fattivo a costruire un ordine sociale più giusto (3).

La Cgil ha reso possibile la realizzazione di esposizioni che possono farci capire meglio questi cent’anni di lavoro e di lotte sindacali, il tempo moderno, attraverso l’arte. Tempo moderno, appunto, è il titolo scelto per una delle più importanti mostre italiane del 2006. Allestita in una città simbolo come Genova, dove si svolse il primo sciopero generale della storia d’Italia, nel dicembre del 1900 e dove i lavoratori ottennero la loro prima vittoria.

Il curatore è Germano Celant (Genova, 1940) uno dei massimi critici italiani, passato alla storia per la teorizzazione dell’Arte Povera negli anni Sessanta. Quella che Celant, affiancato da Anna Costantini e Peppino Ortoleva, ha realizzato a Genova, è una mostra innovativa sotto molti punti di vista. Innanzitutto la scelta delle opere non si è fermata alle sole arti figurative. Ma l’offerta espositiva è stata arricchita da un fitto programma di musica, teatro e cinema. I curatori quindi hanno operato all’insegna dello sconfinamento, parametro ancora poco diffuso in Italia e grave carenza nel sistema nazionale di mostre d’arte. Particolare attenzione è stata riservata al cinema, con la proiezione di una quarantina di film, da La sortie des usines (1895) dei fratelli Lumiére fino al primo film di Michael Moore Roger & Me (1989), passando capolavori assoluti come L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978) o L’angelo del male di Jean Renoir (1938).

Tempo moderno costruisce un percorso che ci permette di comprendere come è cambiato il lavoro nel corso del Novecento, ma anche come è cambiata la visione e la percezione del lavoro stesso. Chiave di volta dell’esposizione e dell’epopea iconografica del lavoro sono gli anni Sessanta. Ma la storia del tempo moderno inizia ben prima. Nella seconda metà dell’Ottocento il lavoro come argomento figurativo e narrativo (4) fa il suo ingresso nel mondo delle espressioni artistiche. E ben presto l’arte diviene uno strumento di denuncia. Operai, contadini, mondine, minatori, sfruttati e umiliati ma ricchi di dignità, pronti a svolgere con rassegnazione il proprio lavoro o unire le voci per protestare e scioperare.
Tutte le avanguardie frequenteranno questo soggetto: il cubismo, il futurismo ma anche il più astratto suprematismo e il dissacrante dadaismo.

E poi la svolta degli anni Sessanta, a partire dai quali i lavoratori sembrano sparire dai dalle opere d’arte. Scoprire le ragioni di questo cambiamento è uno degli scopi che si pone Celant, un mutamento che va individuato nel rapporto tra reale e immaginario: sembra quasi che la realtà del lavoro perda la sua fisicità e materialità e l’immagine, nella sua virtualità e nella sua autonomia, riesca ad affermare il suo potere, svincolato dal referente, cosicché la produzione letteraria e artistica si connette sempre più con la vita in generale e distanzia il suo fare dalla crisi della politica e del sociale (5). I motivi di questo cambiamento sono legati all’avvento dei robot e dei droidi nel mercato del lavoro. L’attenzione dell’arte si sposta dal lavoratore e dalla sua situazione di sfruttato ad un nuovo uomo-macchina, un simulacro del lavoratore, estrema evoluzione dell’oggetto-prodotto industriale. Non sono più le immagini a denunciare le condizioni dei lavoratori ma sono le azioni, i manifesti, le proteste degli artisti stessi.

Infine un nuovo cambiamento si registra negli ultimi vent’anni. Anche gli artisti sono entrati in contatto e hanno conosciuto universi lavorativi lontani, portati alla ribalta dalla globalizzazione. L’attenzione e la sensibilità a queste differenze ha dato vita ad una nuova stagione del realismo, una tensione quasi documentaristica che si esprime nelle opere di alcuni artisti presenti in mostra. È il caso di Sebastiao Salgano (Almors, Brasile 1944) che ritrae in stampe fotografiche di grande formato, in un vivido e fortemente contrastato bianco/nero, le disperate condizioni di lavoro degli operai nel suo Brasile ma anche in Kuwait o in India. Nella stessa direzione, concentrandosi però su soggetti molto diversi, si muove anche il tedesco Andreas Gursky (Leipzig, 1955) che realizza delle fotografie degli interni delle grandi fabbriche e dei sacrari dell’alta finanza.

Se questa è la storia dell’iconografia del lavoro dal 1860 ai nostri giorni, tracciata da Celant nell’introduzione all’eccellente catalogo edito da Skira (“Tempo moderno. Lavoro macchine e automazione nelle Arti del Novecento”), la mostra segue un percorso del tutto diverso. Altro punto di forza e di novità di Tempo moderno è la scelte di non adeguarsi al parametro dell’ordine cronologico nell’allestire le tredici sale. Troviamo invece messe costantemente a confronto opere provenienti dai tre secoli presi in esame, che si interrogano sugli stessi problemi e drammi umani.

Il lavoro contadino è un esempio di come artisti diversi, diverse culture, diverse provenienze geografiche e storiche, possano interpretare un soggetto. L’empatia è il sentimento che Vincent Van Gogh (Groot Zundert, 1853-Auvers-sur-Oisne, 1890) esprime nella rappresentazione di “Due contadini che piantano patate” (1885), enfatizzata da un pittura spessa e spigolosa. Il simbolista Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868-1907) nel 1899 dipinge “Il ponte” come simbolo dell’attuale architettura legislativa sociale che sostiene chi ha, e schiaccia chi non ha (6), inserendo nella rappresentazione di un gruppo di contadini oppressi e piegati dal lavoro, quella carica di riscatto che sarà la cifra del capolavoro di Pellizza da Volpedo, “La fiumana” (o “Quarto Stato”). In netto contrasto con questi due primi esempi, l’artista russa Natalia Goncharova (Landyshkino 1881- Parigi, 1962) dipinge la genuinità della vita contadina nella Russia che è scossa dai primi fermenti rivoluzionari.

Questo tipo di analisi prosegue soffermandosi su numerosi mestieri, sull’incidenza dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione sul paesaggio e sull’ambiente. Ovviamente in una città come Genova non può mancare una stanza dedicata ai porti e ai loro operai.
Ampia è la sezione riservata alle lotte dei lavoratori e agli scioperi. Dalle bandiere rosse che sfilano nei dipinti di Jules Adler (Luxeuil, 1865-1952), nelle foto di Fabrizio Ferri (Roma, 1952) o in uno dei celebri specchi di Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933), alla desacralizzazione dei simboli di decenni di lotte, operata da Andy Warhol (Pittsburgh, 1928-New York 1987) in “Falce e martello”(1976).

L’automazione del lavoro è una tematica privilegiata nel percorso espositivo. La sua analisi avviene soprattutto per il tramite di opere recenti. Uno dei famosi accumuli di Arman (Nizza, 1928- New York, 2005) è presentato come una metafora della società dei consumi: “Infinity of Typewriters and Infinity of Monkeys and Infinity of Time=Hamlet”(1962) è costituito da una serie di macchine da scrivere, ormai rifiuti inutilizzabili, ma testimonianze di un passato. Il corpo stesso dell’uomo si trasforma in macchina, entra a far parte delle macchine, come il corpo di Charlie Chaplin che penetra fisicamente negli ingranaggi della grande fabbrica nel film a cui si ispira il titolo della mostra stessa.

Questo connubio tra uomo e macchina lo aveva già raffigurato Van Gogh, nel 1884, con “Il tessitore” e raggiunge l’apice con gli artisti che raffigurano veri e propri uomini-macchina. Ne sono esempio Heinrich Hoerle (Colonia 1895-1936) con “Tre invalidi (Uomini-macchina)” (1930) o le opere del futurista Fortunato Depero (Fondo, 1892-Rovereto 1960), in cui vi è una totale corrispondenza tra le figure umane, il paesaggio e gli strumenti del lavoro. L’uniformità metallica dei colori e le forme geometricamente rigide, sembrano racchiudere in un unico macchinario tutti gli elementi rappresentati, risultato che è la naturale esplicazione del motto “W la macchina e lo stile d’acciaio”, titolo di un manifesto in cui l’artista trentino dichiara, in perfetta sintonia con la poetica futurista: La macchina serve molto/ La macchina è varia e bella / La macchina non tradisce (7).

Ma gli ambienti di lavoro non sono solo le fabbriche. Negli ultimi anni gli artisti si sono concentrati anche sui luoghi del terziario avanzato. Damien Hirst (Bristol, 1965), ha chiuso in una vetrina un ufficio, volendo significare che l’isolamento degli uffici e del lavoro moderno ha condotto l’uomo a rinunciare a qualsiasi tentativo di fuga, come indica lo stesso titolo dell’opera: “The acquired inability to escape, inverted” (1993).

Le altre mostre organizzate per il Centenario della Cgil riprendono e approfondiscono alcune di queste tematiche. Oltre alla già ricordata “Duecento artisti per cento anni. I colori del lavoro”, organizzata dalla sezione provinciale della Cgil di Siracusa, va menzionata “I costruttori. Il lavoro in 100 anni di arte italiana”, mostra itinerante che dopo Castel Sismondo a Rimini ha toccato Palermo (dove si è conclusa il 30 settembre), concentrandosi sulla raffigurazione del corpo dei lavoratori nell’arte del Novecento.

Interessante l’approccio all’iconografia del lavoro della mostra “Il lavoro inciso”, ospitata dalle città di Lecce e attualmente di Milano (dove si concluderà il 21 ottobre). L’esposizione presenta un centinaio di opere grafiche di importanti artisti. Opere che si collocano nel secolo che va dalla metà dell’Ottocento ai primi anni del secondo dopoguerra. Il grande valore di questa mostra è quello di metterci davanti a incisioni, acqueforti o disegni di piccole dimensioni, che ci invitano ad avvicinarci, ad entrare in intimità con i soggetti rappresentati, partecipare alle loro sofferenze o alle loro proteste. La mostra si concentra soprattutto sui volti dei lavoratori, sui quali si può leggere la storia dell’uomo e del suo destino, intrappolato dagli ingranaggi dell’era moderna. Queste opere sono poi rese più forti e vive proprio dalla tecnica esecutiva: l’incisione rende incisivo il messaggio e il soggetto rappresentato.

Purtroppo la grande qualità della mostra “Tempo moderno”non è stata premiata da un adeguato successo di pubblico. Dal 13 aprile al 30 luglio 2006, sono transitati nelle sale del Palazzo Ducale di Genova poco più di trentamila visitatori. Una media decisamente inferiore alle mostre-evento create da grandi operazioni di marketing e dai media, ma povere di contenuti e di innovazione.

 

Note:

(1) Cit. da Casadio G. in “Duecento artisti per cento anni . I colori del lavoro”, p. 6
(2) Zappulla G. in “Duecento artisti per cento anni . I colori del lavoro”, p. 20
(3) Casadio G in “CGIL: le raccolte d’arte” Vol. 1, p.11
(4) Celant G., “Tempo moderno. Da Van Gogh a Warhol”, p. 3
(5) Celant G. op. cit., p.4
(6) A. Scotti (a cura di), “Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il Quarto Stato”, Gabriele Mazzotta editore, Milano 1976, p. 104 cit in Celant G., op. cit., p. 74
(7) F. Depero, “W la macchina e lo stile d’acciaio” in G. Celant, op. cit., p. 168

Mostre in corso

TEMPO MODERNO. DA VAN GOGH A WARHOL
Genova, Palazzo Ducale
Dal 13-04-2006 al 30-07-2006


200 ARTISTI PER 100 ANNI
Siracusa, Palazzo del Governo
dal 06-01-2006 al 15-01-2006


I COSTRUTTORI. IL LAVORO IN 100 ANNI DI ARTE ITALIANA
Rimini, Castel Sismondo
Dal 28-02-2006 al 01-05-2006
Palermo, Reale Albergo delle Povere
dal 13-07-2006 al 30-09-2006


IL LAVORO INCISO
Lecce, Museo provinciale Sigismondo Castromediano
28-04-2006 al 27-08-2006
Milano, Palazzo delle Stelline
dal 14-09-2006 al 21-10-2006


MADE IN ITALY - CGIL 100
Roma, Galleria Santa Cecilia
dal 16-06-2006 al 29-07-2006


L’ARTE DEL LAVORO, IL LAVORO DELL’ARTE
La Spezia, Camec
Dal 10-12-2005 al 08-01-2006