L’Associazione Centenario Cgil ha ritenuto
opportuno scegliere l’arte come uno dei canale preferenziale per celebrare i
cento anni del più importante sindacato italiano, per parlare del lavoro e
dei lavoratori. Da Palermo a Milano, da Rimini a Siracusa, l’iconografia
del lavoro è stata analizzata nelle diverse espressioni e forme
artistiche e nelle differenti prospettive politico-sociali, grazie a una
serie di mostre, tutte di grande interesse, che si inseriscono nel vasto
programma culturale per festeggiare il centenario.
Il Rapporto della Cgil con il mondo dell’arte è sempre stato molto
intenso. Lo testimoniano le parole di una delle più importanti personalità
del sindacato, Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 1892 – Lecco,
1957): noi vogliamo abbattere il muro che ancora separa l’arte e la
cultura dalla grande maggioranza del nostro popolo, Vogliamo far sì che gli
artisti comprendano il popolo lavoratore, e vogliano operare in modo che i
lavoratori abbiano accesso all’arte, alla cultura, perché questa è una
condizione indispensabile, fondamentale, per elevare la condizione umana del
lavoratore, liberarlo dalla umiliazione, dalla miseria e dalla disperazione
(1).
Le parole di Di Vittorio sono da contestualizzare negli anni
Cinquanta, come ci ricorda il Presidente dell’Associazione Centenario,
Giuseppe Casadio. Sono gli anni dello scontro tra astrazione e
figurazione.
Il realismo era considerata l’unica forma artistica in grado di
esprimere un impegno sociale e civile, per l’immediatezza del linguaggio e
la facilità con cui lo si poteva piegare alla celebrazione e alla
propaganda. Era il solo linguaggio attraverso il quale abbattere il muro
che separa il popolo dall’arte. Resta celebre l’attacco di Palmiro
Togliatti alle cose mostruose, orrori e scemenze viste alla
Biennale del 1948. Questa dicotomia è ormai superata, come dimostra la
presenza di alcune opere astratte e informali nel catalogo della collezione
Cgil realizzato per il centenario. Pubblicato dalla casa editrice
Ediesse, il catalogo è costituito da due volumi che ci presentano le
quattrocento opere raccolte dal secondo dopoguerra ad oggi (“Cgil: le
raccolte d’arte”, curato da Patrizia Lazoi e Luigi Martini). La vivacità
del sodalizio tra il sindacato e il mondo dell’arte è testimoniata anche dal
successo che ha ottenuto la proposta della sezione siracusana della Cgil.
È stato rivolto a numerosi artisti l’invito a donare un’opera per la mostra
Ducento artisti per cento anni. Una mostra che nelle intenzioni degli
ideatori, come afferma Giuseppe Zappulla, serve a mantenere
viva la memoria del fecondo rapporto tra storia del movimento sindacale,
le lotte e le esperienze del lavoratori e mondo dell’arte e della cultura
(2).
Il senso di queste mostre sull’iconografia del lavoro va ben oltre l’intento
espresso da Di Vittorio negli anni Cinquanta, pur continuando a
sottolineare il ruolo fondamentale assunto dal sindacato nell’acculturazione
dei lavoratori.
Ancora una volta l’arte costituisce uno sguardo originale su una tematica
complessa che rischia di essere banalizzata e semplicisticamente uniformata
dai mezzi di comunicazione tradizionali. Gli artisti invece, possono
indagare a tutto tondo le problematiche del lavoro e riferircele nelle loro
mille sfaccettature con un linguaggio più forte e incisivo. Ma non solo, a
quest’ultimi Casadio riconosce un contributo fattivo a costruire
un ordine sociale più giusto (3).
La Cgil ha reso possibile la realizzazione di esposizioni che possono
farci capire meglio questi cent’anni di lavoro e di lotte sindacali, il
tempo moderno, attraverso l’arte. Tempo moderno, appunto, è il
titolo scelto per una delle più importanti mostre italiane del 2006.
Allestita in una città simbolo come Genova, dove si svolse il primo
sciopero generale della storia d’Italia, nel dicembre del 1900 e dove i
lavoratori ottennero la loro prima vittoria.
Il curatore è Germano Celant (Genova, 1940) uno dei massimi
critici italiani, passato alla storia per la teorizzazione dell’Arte Povera
negli anni Sessanta. Quella che Celant, affiancato da Anna
Costantini e Peppino Ortoleva, ha realizzato a Genova,
è una mostra innovativa sotto molti punti di vista. Innanzitutto la scelta
delle opere non si è fermata alle sole arti figurative. Ma l’offerta
espositiva è stata arricchita da un fitto programma di musica, teatro e
cinema. I curatori quindi hanno operato all’insegna dello sconfinamento,
parametro ancora poco diffuso in Italia e grave carenza nel sistema
nazionale di mostre d’arte. Particolare attenzione è stata riservata al
cinema, con la proiezione di una quarantina di film, da La sortie des
usines (1895) dei fratelli Lumiére fino al primo film di
Michael Moore Roger & Me (1989), passando capolavori
assoluti come L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978) o
L’angelo del male di Jean Renoir (1938).
Tempo moderno costruisce un percorso che ci permette di comprendere
come è cambiato il lavoro nel corso del Novecento, ma anche come è cambiata
la visione e la percezione del lavoro stesso. Chiave di volta
dell’esposizione e dell’epopea iconografica del lavoro sono gli anni
Sessanta. Ma la storia del tempo moderno inizia ben prima. Nella
seconda metà dell’Ottocento il lavoro come argomento figurativo e
narrativo (4) fa il suo ingresso nel mondo delle espressioni
artistiche. E ben presto l’arte diviene uno strumento di denuncia.
Operai, contadini, mondine, minatori, sfruttati e umiliati ma ricchi di
dignità, pronti a svolgere con rassegnazione il proprio lavoro o unire le
voci per protestare e scioperare.
Tutte le avanguardie frequenteranno questo soggetto: il cubismo, il
futurismo ma anche il più astratto suprematismo e il dissacrante dadaismo.
E poi la svolta degli anni Sessanta, a partire dai quali i lavoratori
sembrano sparire dai dalle opere d’arte. Scoprire le ragioni di questo
cambiamento è uno degli scopi che si pone Celant, un mutamento che va
individuato nel rapporto tra reale e immaginario: sembra quasi che la
realtà del lavoro perda la sua fisicità e materialità e l’immagine, nella
sua virtualità e nella sua autonomia, riesca ad affermare il suo potere,
svincolato dal referente, cosicché la produzione letteraria e artistica si
connette sempre più con la vita in generale e distanzia il suo fare dalla
crisi della politica e del sociale (5). I motivi di questo cambiamento
sono legati all’avvento dei robot e dei droidi nel mercato del lavoro.
L’attenzione dell’arte si sposta dal lavoratore e dalla sua situazione di
sfruttato ad un nuovo uomo-macchina, un simulacro del lavoratore,
estrema evoluzione dell’oggetto-prodotto industriale. Non sono più le
immagini a denunciare le condizioni dei lavoratori ma sono le azioni, i
manifesti, le proteste degli artisti stessi.
Infine un nuovo cambiamento si registra negli ultimi vent’anni. Anche gli
artisti sono entrati in contatto e hanno conosciuto universi lavorativi
lontani, portati alla ribalta dalla globalizzazione. L’attenzione e la
sensibilità a queste differenze ha dato vita ad una nuova stagione del
realismo, una tensione quasi documentaristica che si esprime nelle opere
di alcuni artisti presenti in mostra. È il caso di Sebastiao Salgano
(Almors, Brasile 1944) che ritrae in stampe fotografiche di grande formato,
in un vivido e fortemente contrastato bianco/nero, le disperate condizioni
di lavoro degli operai nel suo Brasile ma anche in Kuwait o in India. Nella
stessa direzione, concentrandosi però su soggetti molto diversi, si muove
anche il tedesco Andreas Gursky (Leipzig, 1955) che realizza
delle fotografie degli interni delle grandi fabbriche e dei sacrari
dell’alta finanza.
Se questa è la storia dell’iconografia del lavoro dal 1860 ai nostri
giorni, tracciata da Celant nell’introduzione all’eccellente
catalogo edito da Skira (“Tempo moderno. Lavoro macchine e
automazione nelle Arti del Novecento”), la mostra segue un percorso del
tutto diverso. Altro punto di forza e di novità di Tempo moderno è la
scelte di non adeguarsi al parametro dell’ordine cronologico nell’allestire
le tredici sale. Troviamo invece messe costantemente a confronto opere
provenienti dai tre secoli presi in esame, che si interrogano sugli stessi
problemi e drammi umani.
Il lavoro contadino è un esempio di come artisti diversi, diverse culture,
diverse provenienze geografiche e storiche, possano interpretare un
soggetto. L’empatia è il sentimento che Vincent Van Gogh (Groot
Zundert, 1853-Auvers-sur-Oisne, 1890) esprime nella rappresentazione di “Due
contadini che piantano patate” (1885), enfatizzata da un pittura spessa
e spigolosa. Il simbolista Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo,
1868-1907) nel 1899 dipinge “Il ponte” come simbolo dell’attuale
architettura legislativa sociale che sostiene chi ha, e schiaccia chi non ha
(6), inserendo nella rappresentazione di un gruppo di contadini oppressi e
piegati dal lavoro, quella carica di riscatto che sarà la cifra del
capolavoro di Pellizza da Volpedo, “La fiumana” (o “Quarto Stato”). In netto
contrasto con questi due primi esempi, l’artista russa Natalia
Goncharova (Landyshkino 1881- Parigi, 1962) dipinge la genuinità
della vita contadina nella Russia che è scossa dai primi fermenti
rivoluzionari.
Questo tipo di analisi prosegue soffermandosi su numerosi mestieri,
sull’incidenza dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione sul paesaggio
e sull’ambiente. Ovviamente in una città come Genova non può mancare una
stanza dedicata ai porti e ai loro operai.
Ampia è la sezione riservata alle lotte dei lavoratori e agli scioperi.
Dalle bandiere rosse che sfilano nei dipinti di Jules Adler (Luxeuil,
1865-1952), nelle foto di Fabrizio Ferri (Roma, 1952) o in uno
dei celebri specchi di Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933),
alla desacralizzazione dei simboli di decenni di lotte, operata da
Andy Warhol (Pittsburgh, 1928-New York 1987) in “Falce e martello”(1976).
L’automazione del lavoro è una tematica privilegiata nel percorso
espositivo. La sua analisi avviene soprattutto per il tramite di opere
recenti. Uno dei famosi accumuli di Arman (Nizza, 1928- New
York, 2005) è presentato come una metafora della società dei consumi: “Infinity
of Typewriters and Infinity of Monkeys and Infinity of Time=Hamlet”(1962)
è costituito da una serie di macchine da scrivere, ormai rifiuti
inutilizzabili, ma testimonianze di un passato. Il corpo stesso dell’uomo si
trasforma in macchina, entra a far parte delle macchine, come il corpo di
Charlie Chaplin che penetra fisicamente negli ingranaggi della
grande fabbrica nel film a cui si ispira il titolo della mostra stessa.
Questo connubio tra uomo e macchina lo aveva già raffigurato Van Gogh,
nel 1884, con “Il tessitore” e raggiunge l’apice con gli artisti che
raffigurano veri e propri uomini-macchina. Ne sono esempio Heinrich
Hoerle (Colonia 1895-1936) con “Tre invalidi (Uomini-macchina)”
(1930) o le opere del futurista Fortunato Depero (Fondo,
1892-Rovereto 1960), in cui vi è una totale corrispondenza tra le figure
umane, il paesaggio e gli strumenti del lavoro. L’uniformità metallica dei
colori e le forme geometricamente rigide, sembrano racchiudere in un unico
macchinario tutti gli elementi rappresentati, risultato che è la naturale
esplicazione del motto “W la macchina e lo stile d’acciaio”, titolo
di un manifesto in cui l’artista trentino dichiara, in perfetta sintonia con
la poetica futurista: La macchina serve molto/ La macchina è varia e
bella / La macchina non tradisce (7).
Ma gli ambienti di lavoro non sono solo le fabbriche. Negli ultimi anni gli
artisti si sono concentrati anche sui luoghi del terziario avanzato.
Damien Hirst (Bristol, 1965), ha chiuso in una vetrina un ufficio,
volendo significare che l’isolamento degli uffici e del lavoro moderno ha
condotto l’uomo a rinunciare a qualsiasi tentativo di fuga, come indica lo
stesso titolo dell’opera: “The acquired inability to escape, inverted”
(1993).
Le altre mostre organizzate per il Centenario della Cgil riprendono e
approfondiscono alcune di queste tematiche. Oltre alla già ricordata “Duecento
artisti per cento anni. I colori del lavoro”, organizzata dalla sezione
provinciale della Cgil di Siracusa, va menzionata “I costruttori.
Il lavoro in 100 anni di arte italiana”, mostra itinerante che dopo
Castel Sismondo a Rimini ha toccato Palermo (dove si è conclusa il 30
settembre), concentrandosi sulla raffigurazione del corpo dei lavoratori
nell’arte del Novecento.
Interessante l’approccio all’iconografia del lavoro della mostra “Il
lavoro inciso”, ospitata dalle città di Lecce e attualmente di Milano
(dove si concluderà il 21 ottobre). L’esposizione presenta un centinaio di
opere grafiche di importanti artisti. Opere che si collocano nel secolo che
va dalla metà dell’Ottocento ai primi anni del secondo dopoguerra. Il grande
valore di questa mostra è quello di metterci davanti a incisioni, acqueforti
o disegni di piccole dimensioni, che ci invitano ad avvicinarci, ad entrare
in intimità con i soggetti rappresentati, partecipare alle loro sofferenze o
alle loro proteste. La mostra si concentra soprattutto sui volti dei
lavoratori, sui quali si può leggere la storia dell’uomo e del suo
destino, intrappolato dagli ingranaggi dell’era moderna. Queste opere
sono poi rese più forti e vive proprio dalla tecnica esecutiva: l’incisione
rende incisivo il messaggio e il soggetto rappresentato.
Purtroppo la grande qualità della mostra “Tempo moderno”non è stata
premiata da un adeguato successo di pubblico. Dal 13 aprile al 30 luglio
2006, sono transitati nelle sale del Palazzo Ducale di Genova poco più di
trentamila visitatori. Una media decisamente inferiore alle mostre-evento
create da grandi operazioni di marketing e dai media, ma povere di contenuti
e di innovazione.
Note:
(1) Cit. da Casadio G. in
“Duecento artisti per cento anni . I colori del lavoro”, p. 6
(2) Zappulla G. in “Duecento artisti per cento anni . I colori del lavoro”,
p. 20
(3) Casadio G in “CGIL: le raccolte d’arte” Vol. 1, p.11
(4) Celant G., “Tempo moderno. Da Van Gogh a Warhol”, p. 3
(5) Celant G. op. cit., p.4
(6) A. Scotti (a cura di), “Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il Quarto Stato”,
Gabriele Mazzotta editore, Milano 1976, p. 104 cit in Celant G., op. cit.,
p. 74
(7) F. Depero, “W la macchina e lo stile d’acciaio” in G. Celant, op. cit.,
p. 168
Mostre in corso
TEMPO
MODERNO. DA VAN GOGH A WARHOL
Genova, Palazzo Ducale
Dal 13-04-2006 al 30-07-2006
200 ARTISTI PER 100 ANNI
Siracusa, Palazzo del Governo
dal 06-01-2006 al 15-01-2006
I COSTRUTTORI. IL LAVORO IN 100 ANNI DI ARTE ITALIANA
Rimini, Castel Sismondo
Dal 28-02-2006 al 01-05-2006
Palermo, Reale Albergo delle Povere
dal 13-07-2006 al 30-09-2006
IL LAVORO INCISO
Lecce, Museo provinciale Sigismondo Castromediano
28-04-2006 al 27-08-2006
Milano, Palazzo delle Stelline
dal 14-09-2006 al 21-10-2006
MADE IN ITALY - CGIL 100
Roma, Galleria Santa Cecilia
dal 16-06-2006 al 29-07-2006
L’ARTE DEL LAVORO, IL LAVORO DELL’ARTE
La Spezia, Camec
Dal 10-12-2005 al 08-01-2006