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Guernica , specchio del Novecento
di Tommaso Martini

Il Capolavoro di Picasso, cartina di tornasole di un secolo.

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20 novembre '06 - Spagna

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Arte e libertà, come il fuoco di Prometeo, sono cose che uno deve rubare perché siano usate contro l’ordine prestabilito” Pablo Picasso

 

La storia della celeberrima tela di Pablo Picasso (Malaga, 1895-Parigi, 1973) Guernica è una delle parabole più affascinanti della storia dell’arte del Novecento.  L’opera ha avuto un’importanza storica, artistica, culturale ma anche sociale e politica ineguagliabile, diventando fin dall’Esposizione Internazionale di Parigi in cui fu presentata per la prima volta, un simbolo di tutte le guerre, l’immagine archetipica dell’homo hominis  lupus. Fu subito evidente che il soggetto non era solo ciò che era avvenuto a Gernika pochi mesi prima e che la guerra rappresentata non era solo la Guerra civile spagnola. Il respiro di questa tela era molto più ampio, non circoscrivibile a un singolo episodio. Era una rappresentazione del dolore degli inermi causato dalle barbarie della guerra, della disperazione, un monito, una profezia di ciò che avrebbe sconvolto l’Europa intera pochi anni dopo.  

Nel 1937, secondo anno della Guerra civile spagnola, Gernika era una delle poche città basche che ancora resisteva alla falangi franchiste. Anche se l’importanza politica e strategica della cittadina (che contava poche migliaia di abitanti) era ormai finita da tempo, essa aveva un’enorme rilievo simbolico. Vi si trovava infatti l’antico Parlamento e l’albero secolare che rappresentava l’orgoglio e l’autonomia del popolo basco. Proprio per questo fu scelta come bersaglio per un atto bellico inedito per l’Europa, prodromo dei tanti disastri delle guerre a venire. Vi erano già stati nei decenni precedenti numerosi bombardamenti ad opere delle potenze coloniali in Asia e Africa. Lo studioso Sven Lindqvist ne ha ripercorso la storia in Sei morto! Il secolo delle bombe. Ciò che caratterizza il bombardamento di Gernika è che ciò non era mai avvenuto in casa nostra. Come afferma Lindqvist, a Gernika eravamo stati noi stessi a morire.  

Nel pomeriggio del 26 aprile 1937, numerose incursioni aeree italiane e tedesche rasero al suolo la città. Un attacco contro la popolazione civile e contro un simbolo, che aveva l’evidente scopo di piegare la resistenza basca distruggendo il morale della popolazione.

Le notizie cominciarono rapidamente a fare il giro del mondo. A Bilbao infatti, lontana pochi chilometri da Gernika e dal fronte, alloggiavano gli inviati dei maggiori giornali del mondo per seguire gli sviluppi della Guerra sul fronte basco. La sera stessa del 26 aprile si trovarono davanti alla macerie di Gernika. Nei giorni seguenti i principali quotidiani francesi, americani e inglesi ne parlano e pubblicano le fotografie della città devastata dal bombardamento. A Parigi la notizia si diffuse nel corso di una manifestazione per i diritti umani. Picasso viveva nella capitale francese da più di trent’anni, ma era rimasto sempre molto legato alla sua patria spagnola, in cui si era recato per l’ultima volta (e sarà l’ultima della sua vita), tre anni prima. La notizia lo raggiunse per bocca dei suoi connazionali ancora increduli davanti alle sporadiche notizie che arrivavano dalla Spagna.

Nei primi giorni del 1937 Picasso aveva ricevuto l’incarico da parte del governo repubblicano spagnolo di dipingere un murale per il padiglione iberico all’Esposizione Internazionale di Parigi. Un’opera che parlasse della guerra civile e dei soprusi nazionalisti. Nei mesi successivi il pittore aveva realizzato numerosi studi e bozzetti per quest’opera, non riuscendo però a rimodularli in una composizione organica. Le fotografie di Gernika sono uno shock talmente forte per Picasso che in soli cinque settimane riuscirà a potare a termine un’opera della proporzioni grandiose.  La recente mostra organizzata dai due principali musei madrileni, il Museo Nacional del Prado e il Museo Nazional Centro De Arte Reina Sofia, Picasso tradizione e avanguardia, ha ricostruito tutto il lungo percorso che ha portato alla realizzazione della versione definiva dell’opera., a partire dalle tavole “Sogne et menzogne de Franco”. Ciò che accomuna questi disegni preparatori è la mancanza di riferimenti espliciti al bombardamento. Questi studi mostrano il formarsi delle ormai famosissime figure protagoniste dell’opera così come fu presentata nel Padiglione Spagnolo il 12 luglio 1937. Vi sono immagini che appartengono alla cultura iberica, come il toro che, come nella corrida (soggetto di molte opere degli anni trenta di Picasso), è vittima inerme della crudeltà umana. Le altre figure d Guernica (che nella versione definitiva mostra una semplificazione rispetto agli studi precedenti) sono un cavallo dalla tremenda lingua appuntita, l’uccello appena abbozzato sullo sfondo, figure animali che si mischiano alla madre che piange il figlio morto, al soldato caduto ai piedi del quadro, con le membra scomposte e la spada spezzata, la donna che porge da una finestra un lume, una donna che scappa dall’incendio, un’altra che brucia urlando tra le fiamme.

Il Padiglione spagnolo accoglieva oltre a Guernica altre opere di artisti contemporanei. Il Padiglione era divenuto uno strumento di propaganda per il governo repubblicano (un’intera sezione era dedicata ai suoi interventi nel campo dell’istruzione). Attraverso le opere dei maggiori artisti che sposavano la causa repubblicana si voleva affermare la propria legittimità e mostrare al mondo intero il disastro della guerra. Davanti al Padiglione si trovava una scultura di Alberto Sanchez significativamente intitolata “Il popolo spagnolo ha un cammino che conduce a una stella”. L’opera di Picasso sposava in pieno gi intenti degli organizzatori del Padiglione ed è una perfetta dimostrazione dell’assunto espresso dallo stesso pittore, per cui la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico. Se l’arte di denuncia di Picasso si accompagnasse ad un effettivo impegno politico è una questione ancora molto dibattuta. Certo nel 1944 Picasso si iscrisse al Partito comunista ma probabilmente la sua vera militanza è tutta nelle sue opere.

Terminata l’Esposizione Internazionale, Guernica cominciò un lungo pellegrinaggio per l’Europa. La prima tappa fu il Nord Europa e la Penisola Scandinava. Nel settembre del 1938 l’opera fu esposta a Londra, con l’intento di portare l’attenzione dell’opinione pubblica inglese sulla Guerra civile spagnola e smuovere così la sostanziale indifferenza del Governo inglese verso ciò che stava accadendo in Spagna. Guernica si stava preparando per affrontare il viaggio più lungo e raggiungere gli Stati Uniti. La posizione di Washington sulla Guerra civile spagnola era stata quanto ormai ambigua. Il Neutrality Act (1 maggio 1937), impediva di fornire armi alle due fazione belligeranti nella penisola iberica. In realtà i risvolti di questo provvedimento furono tutti a scapito dei repubblicani. Infatti le aziende americane poterono indisturbate spedire ai nazionalisti furgoni e petrolio. L’opinione pubblica invece si era schierata con la causa repubblicana (sono molti gli intellettuali americani che raggiunsero la Spagna, il caso più famoso è quello di Ernest Hemingway). Lo scopo del tour americano di Guernica era quello di raccogliere fondi per i rifugiati. L’opera parte poche settimane dopo la caduta di Madrid e il termine della Guerra civile (marzo 1939). Furono organizzate esposizioni in molte cittadine americane da New York alla west coast. Quando in Europa scoppiò la seconda guerra mondiale Guernica si trovava al MOMA di New York, pezzo grosso di una retrospettiva dedicata al pittore spagnolo. Fu Picasso stesso a concordare con il direttore del museo Alfred Baar, che l’opera rimanesse al sicuro in America fino alla fine della guerra. Guernica non farà ritorno in Europa che quindici anni più tardi e solo per una serie di esposizioni temporanee (la prima della quali in Italia a Palazzo Reale di Milano). Il suo definitivo trasloco in Spagna avverrà nel 1981.

Il mondo dell’arte sta vivendo proprio in questi anni un enorme cambiamento. Le leggi razziali nella Germania nazista prima e lo scoppio della guerra in un secondo momento, convincono un gran numero di artisti europei a lasciare il Vecchio Continente e raggiungere l’America. Il centro catalizzatore del mondo dell’arte così si sposta da Parigi a New York, dove si incontrano artisti europei rappresentanti delle principali tendenze artistiche e dove si sta formando una nuova generazione di artisti americani. In questo contesto Guernica ha un ruolo fondamentale. Uno dei più importanti pittori europei trapiantati in America, Arshile Gorky (Khorkom, Armenia 1904- New York, 1948), considera Guernica come l’opera ponte tra la tradizione americana e la tradizione europea. Essa fu infatti un imprescindibile punto di riferimento per la generazione che nel dopoguerra avrebbe dato vita alla rivoluzione dell’Action Painting, fonte di ispirazione per artisti come Jackson Pollock, Robert Mothervwell, Willem de Kooning. Il critico d’arte Robert Rosenblum considera quest’opera come il big bang che diede una svolta fondamentale alla rinascita dell’arte americana. Guernica afferma così il suo altissimo valore artistico che era stato offuscato dall’importanza propagandistica e politica dell’opera stessa. Ma fu ancora per motivi politici che l’opera non ebbe vita facile nel museo newyorkese. Le autorità americane non vedevano di buon occhio Picasso. Per la sua militanza nel Partito Comunista non ottenne mai il visto per entrare negli Stati Uniti e fu spiato dall’FBI. Lo stesso direttore del MOMA dovette battersi con forza per poter continuare ad esporre Guernica negli anni del maccartismo. Baar fu costretto ad accettare alcuni compromessi, come cancellare dalla didascalia dell’opera ogni riferimento alla Guerra civile spagnola.

Negli anni Sessanta si comincia a discutere del definitivo ritorno di Guernica in Europa. Picasso stesso aveva posto come condizione che il suo capolavoro lasciasse il MOMA solo per tornare in una Spagna libera e repubblicana. Fu Francisco Franco stesso a fare un appello affinché il quadro fosse trasferito in Spagna. Era una strategia della sua politica di apparente distensione e libertà culturale, volta a nascondere i soprusi della propria dittatura agli occhi della comunità internazionale. Inoltre per Franco, far propria un’icona come Guernica significava anche sottrarre ai Baschi un’opera simbolo della loro indipendenza e della loro storia. L’apertura verso Picasso (di cui è testimonianza l’inaugurazione del Museu Picasso a Barcellona nel 1963) era quindi una calcolata mossa politica.

Gli anni successivi furono anni di complesse trattative tra il governo spagnolo, il direttore del MOMA, Ricasso e, dopo la sua morte, il suo avvocato e gli eredi. Nel saggio di recente pubblicazione in Italia “Guernica. Biografia di un’icona del Novecento", ( Gijs van Hensbergen , Euro. 17,60 Ordina da IBS Italia) Gijs van Hensbergen ricostruisce i termini di questa trattativa.  Guernica sembra diventare una cartina di tornasole della situazione della libertà e della democrazia in Spagna. Le trattative per Guernica si fecero concrete dopo la morte di Franco (19 novembre 1975) e l’incoronazione di Juan Carlos (22 novembre 1975) a Re di Spagna quando iniziò il difficile cammino verso una Spagna libera e democratica. Uno dei grandi scogli da superare era la disposizione di Picasso che aveva parlato espressamente di una Spagna repubblicana. Nonostante ciò nel 1981 l’avvocato incaricato dal pittore di occuparsi di Guernica dopo la sua morte, ritenne che la monarchia spagnola era matura per accogliere il quadro.

Si sviluppano però altre polemiche. Guernica diventa testimone delle spaccature interne del Paese. L’opera viene reclamata da diverse cittadine. Madrid, in quanto capitale, ritiene che l’opera deve essere ospitata in uno dei suoi musei, per riaffermare il valore che Guernica ha per tutta la popolazione spagnola. D’altra parte sono forti le pressioni affinché l’opera trovi collocazione nei Paesi Baschi. Questa soluzione viene considerata come un riconoscimento dei soprusi subiti della popolazione basca. Guernica potrebbe inoltre diventare un baluardo della lotta indipendentista. Barcellona invece ritiene di avere la precedenza sulle altre città candidate poiché da quasi vent’anni il suo Museu Picasso è un’istituzione di grande importanza.

Alla fine nell’ottobre del 1981 fu un’inaugurata la sala del Cason del Buen Retiro, a poca distanza dal Museo Nacional del Prado di Madrid, all’interno della quale venne esposta Guernica

L’ultimo viaggio Guernica lo ha compiuto una decina di anni più tardi, nel 1992. L’opera fu spostata nel Museo Nazional Centro De Arte Reina Sofia, nato quattro anni prima e destinato a diventare uno dei principali musei d’arte contemporanea d’Europa.

Nel 1997 l’apertura a Bilbao del Guggenheim Museum (a pochi chilometri da Gernika), dotato di tutti gli spazi e le misure di sicurezza per accogliere Guernica, riaccese il dibattito sulla proprietà morale del popolo basco dell’opera. Ma i conservatori del Reina Sofia ritennero che gli innumerevoli spostamenti che il capolavoro di Picasso ha subito negli anni e i maldestri restauri, rendono impossibile un’ulteriore spostamento dalla collocazione attuale. Anche recentemente si è riaperto il caso, dopo che il premier Josè’Luis Zapatero si è opposto ad un prestito al Guggenheim in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento di Gernika, che cadrà tra pochi mesi, il 26 aprile 2007.  Una decisione presa in considerazione dei problemi tecnici e di conservazione ma che ha avuto forti risonanze politiche.

L’anniversario del bombardamento forse servirà anche per capire cosa realmente sia accaduto quel pomeriggio del 1937 nella cittadina basca. Recentemente molte pubblicazioni hanno di gran lunga ridimensionato il bilancio di vittime civili nel bombardamento. Se ne è occupato Pio Moa in “Los mitos de la Guerra Civil” (Madrid, 2003) e in Italia le sue tesi sono state riproposte da Vittorio Messori, il quale ha addirittura riproposto la tesi franchista che Gernika fu distrutta dagli stessi baschi. Anche il Museo della pace di Gernika, centro di documentazione e formazione alla pace nato in uno dei palazzi storici della cittadina sopravvissuto al bombardamento, riduce a qualche centinaia i morti (mentre la maggior parte dei libri parlano di 1600 vittime), non ridimensionando però le responsabilità italiane, tedesche e dei nazionalisti spagnoli. Speriamo che i settant’anni che ci separano da quell’evento tremendo della storia d’Europa, potranno permetterne un’analisi meno ideologica ma al contempo lontana dal preoccupante revisionismo.   

Ripercorrere la storia di un’opera come Guernica può aprire sguardi nuovi su alcuni dei momenti più sanguinari e drammatici del Novecento, dalla Guerra civile spagnola alla dittatura franchista, dal maccartismo alla guerra del Vietnam, fino alle recenti lotte per l’indipendenza basca. È un percorso che viene delineato con grande precisione da Van Hensbergen nel già citato “Guernica. Biografia di un’icona del Novecento”.

Ancora oggi Guernica conserva la forza che le deriva proprio dalla semplicità e dall’astrazione. Picasso usa un linguaggio che affiora dall’inconscio, dimostrando la verità dell’idea espressa da Edmund Burke nel 1757: Immagini oscure, confuse, incerte hanno sulla fantasia un potere emotivo maggiore di quello che non abbiano le immagini più chiare e delineate. Forse per questa su energia, si preferì coprire con un telo la riproduzione di Guernica che si trova all’interno del Palazzo delle Nazioni Unite a New York, durante i giorni in cui il Consiglio discuteva del possibile intervento americano in Iraq. Pochi giorni dopo le bombe cadevano su Baghdad. Guernica può parlarci ancora oggi, ma è più semplice coprirla e dimenticarla.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com  

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola