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Arte
e libertà, come il fuoco di Prometeo, sono cose che uno deve
rubare perché siano usate contro l’ordine prestabilito” Pablo Picasso
La storia della celeberrima
tela di Pablo Picasso (Malaga, 1895-Parigi, 1973) Guernica
è una delle parabole più affascinanti della storia dell’arte del Novecento.
L’opera ha avuto un’importanza storica, artistica, culturale ma anche
sociale e politica ineguagliabile, diventando fin dall’Esposizione
Internazionale di Parigi in cui fu presentata per la prima volta, un simbolo
di tutte le guerre, l’immagine archetipica dell’homo hominis lupus.
Fu subito evidente che il soggetto non era solo ciò che era avvenuto a
Gernika pochi mesi prima e che la guerra rappresentata non era solo la
Guerra civile spagnola. Il respiro di questa tela era molto più ampio, non
circoscrivibile a un singolo episodio. Era una rappresentazione del dolore
degli inermi causato dalle barbarie della guerra, della disperazione, un
monito, una profezia di ciò che avrebbe sconvolto l’Europa intera pochi anni
dopo.
Nel 1937, secondo anno
della Guerra civile spagnola, Gernika era una delle poche città
basche che ancora resisteva alla falangi franchiste. Anche se l’importanza
politica e strategica della cittadina (che contava poche migliaia di
abitanti) era ormai finita da tempo, essa aveva un’enorme rilievo simbolico.
Vi si trovava infatti l’antico Parlamento e l’albero secolare che
rappresentava l’orgoglio e l’autonomia del popolo basco. Proprio per questo
fu scelta come bersaglio per un atto bellico inedito per l’Europa, prodromo
dei tanti disastri delle guerre a venire. Vi erano già stati nei decenni
precedenti numerosi bombardamenti ad opere delle potenze coloniali in Asia e
Africa. Lo studioso Sven Lindqvist ne ha ripercorso la storia
in Sei morto! Il secolo delle bombe. Ciò che caratterizza il
bombardamento di Gernika è che ciò non era mai avvenuto in casa nostra.
Come afferma Lindqvist, a Gernika eravamo stati noi stessi a
morire.
Nel pomeriggio del
26
aprile 1937, numerose incursioni aeree italiane e tedesche rasero al
suolo la città. Un attacco contro la popolazione civile e contro un simbolo,
che aveva l’evidente scopo di piegare la resistenza basca distruggendo il
morale della popolazione.
Le notizie cominciarono
rapidamente a fare il giro del mondo. A Bilbao infatti, lontana pochi
chilometri da Gernika e dal fronte, alloggiavano gli inviati dei maggiori
giornali del mondo per seguire gli sviluppi della Guerra sul fronte basco.
La sera stessa del 26 aprile si trovarono davanti alla macerie di
Gernika. Nei giorni seguenti i principali quotidiani francesi, americani e
inglesi ne parlano e pubblicano le fotografie della città devastata dal
bombardamento. A Parigi la notizia si diffuse nel corso di una
manifestazione per i diritti umani. Picasso viveva nella capitale
francese da più di trent’anni, ma era rimasto sempre molto legato alla sua
patria spagnola, in cui si era recato per l’ultima volta (e sarà l’ultima
della sua vita), tre anni prima. La notizia lo raggiunse per bocca dei suoi
connazionali ancora increduli davanti alle sporadiche notizie che arrivavano
dalla Spagna.
Nei primi giorni del 1937
Picasso aveva ricevuto l’incarico da parte del governo repubblicano
spagnolo di dipingere un murale per il padiglione iberico all’Esposizione
Internazionale di Parigi. Un’opera che parlasse della guerra civile e dei
soprusi nazionalisti. Nei mesi successivi il pittore aveva realizzato
numerosi studi e bozzetti per quest’opera, non riuscendo però a rimodularli
in una composizione organica. Le fotografie di Gernika sono uno shock
talmente forte per Picasso che in soli cinque settimane riuscirà a
potare a termine un’opera della proporzioni grandiose. La recente mostra
organizzata dai due principali musei madrileni, il Museo Nacional del
Prado e il Museo Nazional Centro De Arte Reina Sofia, Picasso
tradizione e avanguardia, ha ricostruito tutto il lungo percorso che ha
portato alla realizzazione della versione definiva dell’opera., a partire
dalle tavole “Sogne et menzogne de Franco”. Ciò che accomuna questi disegni
preparatori è la mancanza di riferimenti espliciti al bombardamento. Questi
studi mostrano il formarsi delle ormai famosissime figure protagoniste
dell’opera così come fu presentata nel Padiglione Spagnolo il 12 luglio
1937. Vi sono immagini che appartengono alla cultura iberica, come il toro
che, come nella corrida (soggetto di molte opere degli anni trenta di
Picasso), è vittima inerme della crudeltà umana. Le altre figure d Guernica (che nella versione definitiva mostra una semplificazione
rispetto agli studi precedenti) sono un cavallo dalla tremenda lingua
appuntita, l’uccello appena abbozzato sullo sfondo, figure animali che si
mischiano alla madre che piange il figlio morto, al soldato caduto ai piedi
del quadro, con le membra scomposte e la spada spezzata, la donna che porge
da una finestra un lume, una donna che scappa dall’incendio, un’altra che
brucia urlando tra le fiamme.
Il Padiglione spagnolo
accoglieva oltre a Guernica altre opere di artisti contemporanei. Il
Padiglione era divenuto uno strumento di propaganda per il governo
repubblicano (un’intera sezione era dedicata ai suoi interventi nel campo
dell’istruzione). Attraverso le opere dei maggiori artisti che sposavano la
causa repubblicana si voleva affermare la propria legittimità e mostrare al
mondo intero il disastro della guerra. Davanti al Padiglione si trovava una
scultura di Alberto Sanchez significativamente intitolata “Il
popolo spagnolo ha un cammino che conduce a una stella”. L’opera di Picasso sposava in pieno gi intenti degli organizzatori del Padiglione
ed è una perfetta dimostrazione dell’assunto espresso dallo stesso pittore,
per cui la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno
strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico. Se l’arte di
denuncia di Picasso si accompagnasse ad un effettivo impegno politico
è una questione ancora molto dibattuta. Certo nel 1944 Picasso si
iscrisse al Partito comunista ma probabilmente la sua vera militanza
è tutta nelle sue opere.
Terminata l’Esposizione
Internazionale, Guernica cominciò un lungo pellegrinaggio per
l’Europa. La prima tappa fu il Nord Europa e la Penisola Scandinava. Nel
settembre del 1938 l’opera fu esposta a Londra, con l’intento di portare
l’attenzione dell’opinione pubblica inglese sulla Guerra civile spagnola
e smuovere così la sostanziale indifferenza del Governo inglese verso
ciò che stava accadendo in Spagna. Guernica si stava preparando per
affrontare il viaggio più lungo e raggiungere gli Stati Uniti. La posizione
di Washington sulla Guerra civile spagnola era stata quanto ormai
ambigua. Il Neutrality Act (1 maggio 1937), impediva di fornire armi alle
due fazione belligeranti nella penisola iberica. In realtà i risvolti di
questo provvedimento furono tutti a scapito dei repubblicani. Infatti le
aziende americane poterono indisturbate spedire ai nazionalisti furgoni e
petrolio. L’opinione pubblica invece si era schierata con la causa
repubblicana (sono molti gli intellettuali americani che raggiunsero la
Spagna, il caso più famoso è quello di Ernest Hemingway). Lo
scopo del tour americano di Guernica era quello di raccogliere fondi
per i rifugiati. L’opera parte poche settimane dopo la caduta di Madrid e il
termine della Guerra civile (marzo 1939). Furono organizzate
esposizioni in molte cittadine americane da New York alla west coast.
Quando in Europa scoppiò la seconda guerra mondiale Guernica si
trovava al MOMA di New York, pezzo grosso di una retrospettiva dedicata al
pittore spagnolo. Fu Picasso stesso a concordare con il direttore del
museo Alfred Baar, che l’opera rimanesse al sicuro in America
fino alla fine della guerra. Guernica non farà ritorno in Europa che
quindici anni più tardi e solo per una serie di esposizioni temporanee (la
prima della quali in Italia a Palazzo Reale di Milano). Il suo definitivo
trasloco in Spagna avverrà nel 1981.
Il mondo dell’arte sta
vivendo proprio in questi anni un enorme cambiamento. Le leggi razziali
nella Germania nazista prima e lo scoppio della guerra in un secondo
momento, convincono un gran numero di artisti europei a lasciare il Vecchio
Continente e raggiungere l’America. Il centro catalizzatore del mondo
dell’arte così si sposta da Parigi a New York, dove si incontrano artisti
europei rappresentanti delle principali tendenze artistiche e dove si sta
formando una nuova generazione di artisti americani. In questo contesto Guernica ha un ruolo fondamentale. Uno dei più importanti pittori
europei trapiantati in America, Arshile Gorky (Khorkom,
Armenia 1904- New York, 1948), considera Guernica come l’opera ponte tra la tradizione americana e la tradizione europea. Essa fu
infatti un imprescindibile punto di riferimento per la generazione che nel
dopoguerra avrebbe dato vita alla rivoluzione dell’Action Painting,
fonte di ispirazione per artisti come Jackson Pollock, Robert Mothervwell,
Willem de Kooning. Il critico
d’arte Robert Rosenblum considera quest’opera come il big
bang che diede una svolta fondamentale alla rinascita dell’arte
americana. Guernica afferma così il suo altissimo valore artistico
che era stato offuscato dall’importanza propagandistica e politica
dell’opera stessa. Ma fu ancora per motivi politici che l’opera non ebbe
vita facile nel museo newyorkese. Le autorità americane non vedevano di buon
occhio Picasso. Per la sua militanza nel Partito Comunista non
ottenne mai il visto per entrare negli Stati Uniti e fu spiato dall’FBI. Lo
stesso direttore del MOMA dovette battersi con forza per poter continuare ad
esporre Guernica negli anni del maccartismo. Baar fu
costretto ad accettare alcuni compromessi, come cancellare dalla didascalia
dell’opera ogni riferimento alla Guerra civile spagnola.
Negli anni Sessanta si
comincia a discutere del definitivo ritorno di Guernica in Europa. Picasso stesso aveva posto come condizione che il suo capolavoro
lasciasse il MOMA solo per tornare in una Spagna libera e repubblicana. Fu
Francisco Franco stesso a fare un appello affinché il quadro
fosse trasferito in Spagna. Era una strategia della sua politica di
apparente distensione e libertà culturale, volta a nascondere i soprusi
della propria dittatura agli occhi della comunità internazionale. Inoltre
per Franco, far propria un’icona come Guernica significava
anche sottrarre ai Baschi un’opera simbolo della loro indipendenza e della
loro storia. L’apertura verso Picasso (di cui è testimonianza
l’inaugurazione del Museu Picasso a Barcellona nel 1963) era quindi
una calcolata mossa politica.
Gli anni successivi furono
anni di complesse trattative tra il governo spagnolo, il direttore del MOMA,
Ricasso e, dopo la sua morte, il suo avvocato e gli eredi. Nel saggio di
recente pubblicazione in Italia “Guernica. Biografia di un’icona del
Novecento", ( Gijs van Hensbergen , Euro. 17,60
Ordina da IBS Italia) Gijs van Hensbergen ricostruisce i termini di questa trattativa.
Guernica sembra
diventare una cartina di tornasole della situazione della libertà e della
democrazia in Spagna. Le trattative per Guernica si fecero concrete
dopo la morte di Franco (19 novembre 1975) e l’incoronazione di
Juan Carlos (22 novembre 1975) a Re di Spagna quando iniziò il
difficile cammino verso una Spagna libera e democratica. Uno dei grandi
scogli da superare era la disposizione di Picasso che aveva parlato
espressamente di una Spagna repubblicana. Nonostante ciò nel 1981 l’avvocato
incaricato dal pittore di occuparsi di Guernica dopo la sua morte,
ritenne che la monarchia spagnola era matura per accogliere il quadro.
Si sviluppano però altre
polemiche. Guernica diventa testimone delle spaccature interne del
Paese. L’opera viene reclamata da diverse cittadine. Madrid, in quanto
capitale, ritiene che l’opera deve essere ospitata in uno dei suoi musei,
per riaffermare il valore che Guernica ha per tutta la popolazione
spagnola. D’altra parte sono forti le pressioni affinché l’opera trovi
collocazione nei Paesi Baschi. Questa soluzione viene considerata come un
riconoscimento dei soprusi subiti della popolazione basca. Guernica
potrebbe inoltre diventare un baluardo della lotta indipendentista.
Barcellona invece ritiene di avere la precedenza sulle altre città candidate
poiché da quasi vent’anni il suo Museu Picasso è un’istituzione di
grande importanza.
Alla fine nell’ottobre del
1981 fu un’inaugurata la sala del Cason del Buen Retiro, a poca distanza dal
Museo Nacional del Prado di Madrid, all’interno della quale venne
esposta Guernica.
L’ultimo viaggio
Guernica lo ha compiuto una decina di anni più tardi, nel 1992. L’opera
fu spostata nel Museo Nazional Centro De Arte Reina Sofia, nato
quattro anni prima e destinato a diventare uno dei principali musei d’arte
contemporanea d’Europa.
Nel 1997 l’apertura a
Bilbao del Guggenheim Museum (a pochi chilometri da Gernika), dotato
di tutti gli spazi e le misure di sicurezza per accogliere Guernica,
riaccese il dibattito sulla proprietà morale del popolo basco dell’opera. Ma
i conservatori del Reina Sofia ritennero che gli innumerevoli
spostamenti che il capolavoro di Picasso ha subito negli anni e i
maldestri restauri, rendono impossibile un’ulteriore spostamento dalla
collocazione attuale. Anche recentemente si è riaperto il caso, dopo che il
premier Josè’Luis Zapatero si è opposto ad un prestito al Guggenheim in occasione del settantesimo anniversario del bombardamento
di Gernika, che cadrà tra pochi mesi, il 26 aprile 2007. Una decisione
presa in considerazione dei problemi tecnici e di conservazione ma che ha
avuto forti risonanze politiche.
L’anniversario del
bombardamento forse servirà anche per capire cosa realmente sia accaduto
quel pomeriggio del 1937 nella cittadina basca. Recentemente molte
pubblicazioni hanno di gran lunga ridimensionato il bilancio di vittime
civili nel bombardamento. Se ne è occupato Pio Moa in “Los
mitos de la Guerra Civil” (Madrid, 2003) e in Italia le sue tesi sono
state riproposte da Vittorio Messori, il quale ha addirittura
riproposto la tesi franchista che Gernika fu distrutta dagli stessi baschi.
Anche il Museo della pace di Gernika, centro di documentazione e
formazione alla pace nato in uno dei palazzi storici della cittadina
sopravvissuto al bombardamento, riduce a qualche centinaia i morti (mentre
la maggior parte dei libri parlano di 1600 vittime), non ridimensionando
però le responsabilità italiane, tedesche e dei nazionalisti spagnoli.
Speriamo che i settant’anni che ci separano da quell’evento tremendo della
storia d’Europa, potranno permetterne un’analisi meno ideologica ma al
contempo lontana dal preoccupante revisionismo.
Ripercorrere la storia di
un’opera come Guernica può aprire sguardi nuovi su alcuni dei momenti
più sanguinari e drammatici del Novecento, dalla Guerra civile spagnola alla
dittatura franchista, dal maccartismo alla guerra del Vietnam, fino alle
recenti lotte per l’indipendenza basca. È un percorso che viene delineato
con grande precisione da Van Hensbergen nel già citato “Guernica.
Biografia di un’icona del Novecento”.
Ancora oggi Guernica
conserva la forza che le deriva proprio dalla semplicità e dall’astrazione.
Picasso usa un linguaggio che affiora dall’inconscio,
dimostrando la verità dell’idea espressa da Edmund Burke nel
1757: Immagini oscure, confuse, incerte hanno sulla fantasia un potere
emotivo maggiore di quello che non abbiano le immagini più chiare e
delineate. Forse per questa su energia, si preferì coprire con un telo
la riproduzione di Guernica che si trova all’interno del Palazzo
delle Nazioni Unite a New York, durante i giorni in cui il Consiglio
discuteva del possibile intervento americano in Iraq. Pochi giorni dopo le
bombe cadevano su Baghdad. Guernica può parlarci ancora oggi, ma è
più semplice coprirla e dimenticarla.
Tommaso Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
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