Ormai
più di un anno fa il mondo islamico fu sconvolto da
un’ondata di proteste causate dalla pubblicazione di
vignette ritenute offensive nei confronti di
Maometto su alcuni giornali europei. Le prime
caricature del Profeta sono comparse sul giornale
conservatore danese Jyllands-Posten il 30
settembre del 2005. Il mondo islamico si infiammò
nei primi mesi del 2006. Le ambasciate danesi di
Indonesia, Somalia e Giordania subirono attacchi e
contestazioni, ambasciatori e rappresentanti delle
istituzioni di molti paesi arabi richiesero scuse
ufficiali da parte del governo danese. L’Europa si
divise tra chi riaffermava il valore della libertà
d’espressione, chi richiedeva una maggiore
attenzione in un momento di così grandi tensioni.
Ambasciatori e Ministri europei si dimisero (in
Svezia il ministro degli esteri Leila Freivals,
dopo aver ammesso di aver ostacolato la
pubblicazione delle vignette), ed altri gettarono
benzina sul fuoco mostrando in diretta una t-shirt
raffigurante una di queste vignette (il nostro
Roberto Calderoli, nella puntata di
DopoTg del 15 febbraio, gli scontri dei giorni
successivi a Bendasi, in Libia, causarono undici
morti).
Le
vignette furono il casus belli per le
ennesime proteste nei confronti dell’Occidente, ma
smossero in modo così forte le coscienze anche
perché andavano a toccare un punto molto complesso
della cultura e della religione islamica. Si tratta
della questione della raffigurazione della divinità
e più in generale della raffigurazione, tramite
scultura o pittura, di figure animali o umane: l’aniconismo.
Proprio in base a questo principio, l’arte islamica
è tradizionalmente basata sull’astrazione, la
stilizzazione, l’arabesco, le composizioni
geometriche, uno stile che privilegia la decorazione
alla rappresentazione. I motivi di questa tendenza
sono vari e complessi e non riconducibili
esclusivamente ad una ragione religiosa.
Alcuni
testi fondamentali della religione islamica si
occupano della rappresentazione. Il Corano non ne
parla, vi si trovano solo dei riferimenti
all’idolatria. Ma sono famosi alcuni passi degli
Hadith, testi in cui si raccolgano parole e detti di
Maometto. In particolar modo nella quarantottesima
sura del libro degli abiti di Abu Daud si legge “Gli
angeli non entreranno in una casa ove ci sia una
figura o un cane” (versetto 4152) oppure "Coloro
che saranno più severamente puniti il Giorno del
Giudizio sono l'assassino di un Profeta [...] e un
artefice di immagini o figure". Probabilmente si
tratta di testi risalenti all’VIII secolo, che
riflettono la crescente preoccupazione nei confronti
dell’idolatria. Sono decenni in cui questo problema
viene affrontato anche in abito cristiano, e
l’iconoclastia si diffonde in tutto l’Impero
Bizantino. Alcuni islamisti individuano nell’aniconismo
islamico una risposta allo strabordare delle
raffigurazioni umane e divine all’interno degli
edifici di culto cristiani. Un diverso atteggiamento
nei confronti della rappresentazione che può essere
interpretato anche teologicamente. L’islamista
Daniele Mascitelli, rileva infatti come
laddove il cristianesimo abbonda nella
raffigurazione di Gesù Cristo in quanto
'incarnazione' di Dio sulla terra e suo 'verbo',
nell'islam il 'verbo' di Dio, e sua 'incarnazione',
è il Corano materialmente raffigurabile nella
scrittura delle sue parole, e non nella
rappresentazione in immagini dei fatti in esso
narrati. Da ciò deriverebbe, inoltre, la
particolare perizia con cui vengono scritti i
manoscritti e i testi religiosi. Ma le
considerazioni di Mascitelli esulano
dall’ambito prettamente teologico-religioso, per
considerare l’importanza nella scelta di non
raffigurare uomini ed animali, del gusto e della
mentalità medievale, tesa al trascendete,
all’escatologico, più che alla realtà sensibile e
immanente.
Non
essendo comunque presente nei testi sacri un chiaro
divieto nei confronti della rappresentazione, nel
corso della storia e ancora oggi, non sono mancate
occasioni in cui, nella complessità di una secolare
storia artistica, questa regola è stata trasgredita
(una interessante rassegna di immagini del Profeta
in questo sito
http://nordish.net/mohammed_image_archive/islamic_mo_full).
Califfi e principi vivevano in sontuosi palazzi in
cui dipinti o mosaici raffiguravano corpi umani. Un
esempio in tempi più recenti è l’Egitto dei decenni
di passaggio tra il XIX e il XX secolo. In quel
periodo una fatwa dell’imam
dell’importantissima università sannita di Al Ahar,
si espresse a favore della libertà creativa,
escludendo comunque la rappresentazione dei profeti
e di Dio.

In Europa
invece, le vignette danesi, non sono state
ovviamente il primo caso di raffigurazione di
Maometto. Nell’agosto del 2002 si diffuse un
preoccupato allarme di attentati terroristici nei
confronti della cattedrale bolognese di San
Petronio. I principali quotidiani riportarono la
notizia di cinque magrebini arrestati nella
basilica. Alcune frasi registrate nel video che essi
stessi stavano girando hanno allarmato gli
inquirenti. Dopo poche settimane i presunti
terroristi sono stati scarcerati e completamente
scagionati. Le frasi che fecero pensare alla
preparazione di un attentato terroristico erano
riferite ad un famoso affresco presente in San
Petronio. Una raffigurazione di Maometto
all’Inferno.
L’affresco
decora una delle pareti della Cappella dei Re Magi,
inserendosi in un apocalittica tardo-gotica
rappresentazione dell’Inferno. Una visione di chiara
ispirazione dantesca. Sono celeberrimi i versi del
canto XXVIII della Commedia, con cui Dante
colloca Maometto tra i seminatori di scismi e
discordia:
"Già veggia, per mezzul
perdere o lulla,
com'io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi, e con le man s'aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com'io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così."
(Inferno,
Canto XXVIII, vv. 22-36)
Nell’affresco di San Petronio Maometto è
rappresentato come un vecchio dalla barba bianca,
completamente nudo e legato, torturato da un demone,
circondato da altri peccatori tra i quali si
riconoscono gli scismatici (Datan e Abiron), i
sacrileghi, gli incantatori (Pitonessa), gli eretici
(Ario). La stampa nazionale ha sempre riportato una
veduta d’insieme dell’affresco, portando il lettore
a identificare Maometto con la figura dominante
sulla parete. Un mostruoso essere dalle sembianze
animali, peloso e intento a triturare due uomini con
le sue bocche, con due facce di cui una all’altezza
della vita. Maometto occupa una piccola porzione
dell’affresco in alto a sinistra rispetto a questa
figura, chiaramente ispirata al Lucifero della
Commedia.
La
Cappella dei Re Magi di San Petronio, che ospita
l’affresco in questione, è la più antica di tutta la
basilica. Fu commissionata da un’importante famiglia
di mercanti di seta, la famiglia Bolognini.
Una cappella ricchissima, in cui agli affreschi
parietali, si aggiungono transenne in marmo,
l’importante polittico ligneo decorato con la storia
dei Re Magi, vetrate policrome. Una delle cappelle
più belle e importanti della basilica, la cui
costruzione iniziò nell’ultimo decennio del
Trecento. L’autore dell’affresco, Giovanni da
Modena, conosciuto anche come Giovanni di
Pietro Faloppi, lavorò all’interno della fabbrica di
San Petronio tra il 1408 e il 1420. Dell’artista
sono giunte fino a noi poche informazioni. Fu attivo
fino al 1455, a partire proprio dal 1408 quando
Bartolomeo Bolognini commissionò
l’affresco che, oltre all’Inferno, contiene una
visione dell’Aldilà basata sulla lezione dantesca.
Sei secoli
più tardi questo affresco si trova al centro di
ipotetici attentati, di attacchi da parte di imam e,
in modo ancora più preoccupante, l’affresco di
Giovanni da Modena è obiettivo di assurde soluzioni
di riappacificazione in un momento storico tanto
complesso. Divenuto per alcuni capro espiatorio
delle difficili tensioni nei confronti dell’Islam.
Francesco Cossiga, infatti, nel maggio
del 2002, scrisse una discussa lettera
all’arcivescovo di Bologna, il Cardinal Biffi.
Il senatore a vita richiese espressamente che
l’affresco fosse rimosso e trasportato in uno spazio
laico, dedicato alla contemplazione artistica e non
religiosa. Una soluzione che si mostra inutile
quanto irrispettosa della storia e della natura
dell’affresco. Un’opera interessantissima, che nella
sua ricchezza e nell’horror vacui tipico del gotico
internazionale, trasmette la sensibilità e la
religiosità dei committenti e della società del
Tardo Medioevo. È difficile immaginare come questo
Maometto dipinto sei secoli fa, testimone del suo
tempo, possa offendere la sensibilità di uomini che
vivono oggi.
Tommaso
Martini per
www.lalente.net
tommasomartini@sindromedistendhal.com