Nell’ottobre 2006 ha suscitato grande scalpore il
sequestro dell’opera “Confini immaginari”
esposto a Bolzano nella mostra Group Theraphy.
Un evento che ha portato la stampa italiana ed
internazionale ad interrogasi sullo stato della
libertà della creazione artistica, su quali
siano i limiti oltre i quali l’arte va a scontrarsi
con la legge.
L’opera in
questione è un’installazione realizzata da
Goldiechiari, pseudonimo sotto il quale le
giovani artiste romane Eleonora Chiari
e Sara Goldischmiedt firmano, ormai da
dieci anni, le proprie creazione artistiche. Opere
che con sottile ironia e grandi qualità artistiche,
Lo
scandalo dell’istallazione “Confini immaginari”
prendeva forma all’ingresso del pubblico nel foyer
del Museion, il Museo d’arte moderna e
contemporanea di Bolzano. Una fotocellula attivava
una riproduzione dell’inno nazionale italiano
combinato con il rumore di uno sciacquone di un
gabinetto. Un’associazione troppo ardita, un insulto
all’identità italiana in una Provincia in cui la
frattura tra il gruppo di lingua tedesca e quello di
lingua italiana è ancora ben lontana dall’essere
colmato. La denuncia è partita immediata da parte di
esponenti di Alleanza Nazionale. È seguito
l’inesorabile sequestro il 19 ottobre 2006, a poco
più di un mese dall’apertura della mostra. L’accusa
rivolta alle due giovani artiste romane era
formulata in riferimento all’articolo 292 del codice
penale: “Vilipendio alla bandiera o ad altro
emblema dello Stato”. Il reato contestato non era
stato però riconosciuto, e l’opera era riapparsa
nelle sale del Museion il 10 novembre. Ma la sua
seconda permanenza è stata ancora più breve. Il 17
novembre il GIP ha rilevato la violazione
dell’articolo 291, in base al quale “Confini
immaginari” costituisce vilipendio alla nazione. Dal
17 novembre l’opera non è più visibile al pubblico.
Completamente censurata, tanto che è impossibile
reperirne una riproduzione fotografica anche su
Internet.
L’evento
ha avuto almeno il merito di suscitare un ampio
dibattito che si è concretizzato in una conferenza
tenutasi nell’ambito della terza edizione della
fiera d’arte di Bolzano, Kunstart , a cui
hanno partecipato tutte le parti in causa. Un
dibattito in cui le ragioni della ricerca artistica
e della libera invenzione espressiva si sono
scontrate con l’ottusità della politica, della
stampa e della Procura.
La città e
la Procura di Bolzano non sono estranei e episodi di
questo tipo. Eventi che cozzano con la vivacità
culturale del capoluogo altoatesino, primo in Italia
per il coinvolgimento a aventi culturali da parte
della popolazione. Territorio all’avanguardia
artisticamente, grazie alla presenza di dinamiche
gallerie private, di Kunstart, una delle più
promettenti fiere d’arte (a maggio la quarta
edizione), e la prossima apertura della nuova sede
di Museion. Il Museo d’arte moderna e contemporanea
di Bolzano è già attivo dal 1985, ma dal 2008 aprirà
la nuova e prestigiosa sede. Molti già lo indicano
come il più promettente museo d’arte contemporanea
italiano, in competizione con le importanti
strutture che stanno sorgendo a Roma. Una situazione
che ha spinto il comitato organizzativo di
Manifesta, la più importante Biennale itinerante
d’arte europea, a scegliere il territorio del
Trentino Alto Adige per l’edizione del prossimo
anno.
La censura
però nasce anche in una situazione apparentemente
così florida e favorevole. Risale a pochi mesi fa il
caso analogo del “Cubo” dell’artista milanese
Alberto Garutti. Un’istallazione creata
all’interno di un complesso di alloggi popolari nel
quartiere bolzanino Don Bosco. Una teca in cui
esporre a rotazione ogni tre mesi delle opere della
collezione permanente del Museion, selezionate dallo
stesso Garutti, artista da sempre impegnato
a rompere la concezione tradizionale di museo e
nella ricerca di un rapporto diretto con il
pubblico. Un’iniziativa volta a portare l’arte
contemporanea, i suoi interrogativi e la sua
complessità, nella vita quotidiana, nel paesaggio di
ogni giorno. Nell’autunno 2006 nel Cubo è stata
esposta l’opera della coppia di artisti parigini
Claire Fontaine, costituita dalla scritta
“I love comunism”. Un’opera che si inserisce in una
poetica sviluppata da Claire Fontane per la quale
l’artista è la figura che può e deve spronare la
società a prendere coscienza di sé e delle proprie
contraddizioni. In molti invece gridarono allo
scandalo, alla provocazione gratuita e irrispettosa.
Nel giro di pochi giorni, le spinte di parte della
popolazione e la mobilitazione del movimento
giovanile di Alleanza Nazionale, ha convinto
l’Assessorato alla cultura di lingua italiana a
richiedere la rimozione dell’opera. Ciò che
sconvolge, in questo caso e in quello di
Goldiechiari, è l’incapacità di confrontarsi con
l’arte in modo aperto. Questa censura, queste
castrazioni della libertà artistica, sono frutto di
un’ottusità che l’arte per prima potrebbe essere in
grado di combattere. Nessuno di coloro che sono
rimasti scandalizzati dall’opera esposta nel Cubo,
ha interpretato lo slogan di Claire Fontaine
come uno scimiottamento delle scritte da t-shirt “I
love New York”, “I love Italia”. È stata definita
“comunista” un’opera che invece poteva esser letta
come una durissima critica a quelle alle “facce”
della gaberiana “Quando è moda è moda”. L’opera
sequestrata di Goldiechiari, per la quale
attualmente sulle giovani artiste pesa una pesante
accusa, è vilipendio verso l’inno nazionale solo ad
una agghiacciante lettura superficiale. Legare le
ieratiche e ossequiosamente rispettate note
dell’inno al rumore del cesso, era un tentativo di
riflettere su duo suoni che hanno uno statuto così
diverso nel nostro immaginario. Portare nella vita
quotidiana un suono che ha tradizionalmente una
collocazione opposta. Associare il suono della
quotidianità e il suono per eccellenza d’ufficialità
può spingerci ad una riflessione sui simboli
intoccabili da smitizzare ed avvicinare. Ma le
prospettive di analisi sono molteplici.
L’installazione può ricordare la famosa sequenza de
“Il fantasma della libertà” in cui la genialità
surrealista di Bunuel inverte due azioni socialmente
considerate opposte, e in una improbabile serata i
convitati al tavolo sono seduti su dei gabinetti e
si rifugiano in uno spazio riservato e isolato per
mangiare.
Leggere
l’arte in una direzione univoca, non darle alcuna
possibilità di portare significati diversi da quelli
che noi vogliamo attribuirle è già una censura. È un
limitare la libertà dell’arte, la libertà dell’opera
di parlarci e di imporci di riflettere. Letizia
Ragaglia, curatrice della mostra in cui è stata
esposta “Confini immaginari”, ha sottolineato come
compito dell’arte è offrirci prospettive diverse,
impedire un’anestesia della percezione e della
reazione. L’effetto dell’anestesia a cui il mondo
contemporaneo e i mass media ci sottopongono, è
dimostrato proprio da questo modo di porsi davanti
al gabinetto di Goldiechiari o al Cubo di
Garutti. Allarmante in questo senso la
provocazione lanciata dal rappresentante politico
che ha sporto denuncia verso Goldiechiari,
nel corso del dibattito “Arte e libertà” organizzato
in occasione della terza edizione di Kunstart
proprio per discutere del caso di “Confini
immaginari”. Egli chiedeva insistentemente al
pubblico come avrebbe reagito davanti a un’opera che
presentasse un pedofilo e un grande cuore, oppure
davanti ad una fotografia del cancello del campo di
concentramento di Auschwitz se sopra capeggiasse
l’aggettivo “bello”. Anche in questo caso, un
approccio all’arte molto sterile e controproducente
che concepisce solo la possibilità del negazionismo
e non una riflessione più profonda su quello che
un’opera di questo tipo potrebbe dirci. Una
riflessione che è stata condotta da grandi artisti
che furono deportati nei campi di concentramento.
Della bellezza dei campi parlò il pittore dalmata
Zoran Music, internato per quindici mesi
a Dachau, che disegnava per non far sfuggire questa
grandiosa e tragica bellezza, che egli coglieva
nell’inferno dei lager: quanta tragica eleganza in
questi fragili corpi. I dettagli così precisi. La
bellezza di cui parla Music, che evidentemente
alcuni censurerebbero preventivamente, è il frutto
di un amore senza limiti nell’essere umano, di cui
Music vuole coglierne la straordinarietà anche
vedendolo cadavere o mucchio di ossa. Music scrive
bello sopra Auschwitz, non per negarne l’ineffabile
tragicità, ma per un senso di fiducia nell’umanità e
nell’umano. Un altro famoso deportato espresse un
sentimento simile. Nelle ultime righe del suo
capolavoro “Essere senza destino”, il Nobel
Imre Kertesz conclude il ricordo dei
drammatici mesi trascorsi ad Auschwitz scrivendo: “Non
esiste assurdità che non possa essere vissuta con
naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la
felicità mi aspetta come una trappola inevitabile.
Perché persino là, accanto ai camini,
nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che
assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre
dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse,
proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì,
è di questo, della felicità dei campi di
concentramento che dovrei parlare loro, la prossima
volta che me lo chiederanno”.
La
provocazione del rappresentante di Alleanze
Nazionale che ha presentato la denuncia contro
Goldiechiari ci dimostra come sia molto difficile
poter affrontare un problema di questo tipo senza
nessuna sensibilità culturale ed artistica. Tanto
che provocatoriamente Giacinto Di Pietrantonio,
direttore della Galleria d’arte moderne e
contemporanea di Bergamo, (GAMeC), intervenendo nel
dibattito a Kunstart, ipotizzava il museo come una
zona franca, dove non può più essere la legge dello
Stato a comandare, ma in cui si dà il più ampio
spazio alla libertà creativa dell’uomo, senza alcun
limite che non sia il rispetto degli universali
diritti umani. Ma in un’ipotesi di questo tipo è
insita una contraddizione. A ben guadare la libertà
dell’arte le deriva paradossalmente dai limiti che
le sono imposti. L’arte sarà sempre un tentativo di
andare oltre, di superare leggi e politica. La sua
ricerca sarà sempre pionieristica, in un confronto
duro e contraddittorio con la realtà. E la
creatività potrà esprimersi al meglio solo cercando
di avversare i tentativi di bloccare questa ricerca.
La massima libertà artistica, i massimi risultati
creativi, sono sempre stati raggiunti come risposta
a dei limiti, a dei confini soffocanti. È naturale
quindi, e genuino che un’opera come “Confini
immaginari” venga sequestrata. A patto che si
dibatta affinché l’arte vinca e, in questo caso,
l’opra venga nuovamente esposta al pubblico. A patto
che non si smetta mai di reclamare la possibilità di
esprimersi liberamente. In questa contraddizione, e
non nella visione di un museo dove domina
l’anarchia, si nasconde la vera libertà dell’arte.
Tommaso
Martini per
www.lalente.net
tommasomartini@sindromedistendhal.com