Vilipendio alla libertà di espressione

A Bolzano, il sequestro di un’opera d’arte accusata di vilipendio alla nazione ci induce a riflettere sullo stato della libertà della creazione artistica

4 marzo 2007 - Libertà e progresso

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Redazione


 

Nell’ottobre 2006 ha suscitato grande scalpore il sequestro dell’opera “Confini immaginari” esposto a Bolzano nella mostra Group Theraphy. Un evento che ha portato la stampa italiana ed internazionale ad interrogasi sullo stato della libertà della creazione artistica, su quali siano i limiti oltre i quali l’arte va a scontrarsi con la legge.

L’opera in questione è un’installazione realizzata da Goldiechiari, pseudonimo sotto il quale le giovani artiste romane Eleonora Chiari e Sara Goldischmiedt firmano, ormai da dieci anni, le proprie creazione artistiche. Opere che con sottile ironia e grandi qualità artistiche,

Lo scandalo dell’istallazione “Confini immaginari” prendeva forma  all’ingresso del pubblico nel foyer del Museion, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano. Una fotocellula attivava una riproduzione dell’inno nazionale italiano combinato con il rumore di uno sciacquone di un gabinetto. Un’associazione troppo ardita, un insulto all’identità italiana in una Provincia in cui la frattura tra il gruppo di lingua tedesca e quello di lingua italiana è ancora ben lontana dall’essere colmato. La denuncia è partita immediata da parte di esponenti di Alleanza Nazionale. È seguito l’inesorabile sequestro il 19 ottobre 2006, a poco più di un mese dall’apertura della mostra. L’accusa rivolta alle due giovani artiste romane era formulata in riferimento all’articolo 292 del codice penale:  “Vilipendio alla bandiera o ad altro emblema dello Stato”. Il reato contestato non era stato però riconosciuto, e l’opera era riapparsa nelle sale del Museion il 10 novembre. Ma la sua seconda permanenza è stata ancora più breve. Il 17 novembre il GIP ha rilevato la violazione dell’articolo 291, in base al quale “Confini immaginari” costituisce vilipendio alla nazione. Dal 17 novembre l’opera non è più visibile al pubblico. Completamente censurata, tanto che è impossibile reperirne una riproduzione fotografica anche su Internet.

L’evento ha avuto almeno il merito di suscitare un ampio dibattito che si è concretizzato in una conferenza tenutasi nell’ambito della terza edizione della fiera d’arte di Bolzano, Kunstart , a cui hanno partecipato tutte le parti in causa. Un dibattito in cui le ragioni della ricerca artistica e della libera invenzione espressiva si sono scontrate con l’ottusità della politica, della stampa e della Procura.

La città e la Procura di Bolzano non sono estranei e episodi di questo tipo. Eventi che cozzano con la vivacità culturale del capoluogo altoatesino, primo in Italia per il coinvolgimento a aventi culturali da parte della popolazione. Territorio all’avanguardia artisticamente, grazie alla presenza di dinamiche gallerie private, di Kunstart, una delle più promettenti fiere d’arte (a maggio la quarta edizione), e la prossima apertura della nuova sede di Museion. Il Museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano è già attivo dal 1985, ma dal 2008 aprirà la nuova e prestigiosa sede. Molti già lo indicano come il più promettente museo d’arte contemporanea italiano, in competizione con le importanti strutture che stanno sorgendo a Roma. Una situazione che ha spinto il comitato organizzativo di Manifesta, la più importante Biennale itinerante d’arte europea, a scegliere il territorio del Trentino Alto Adige per l’edizione del prossimo anno.

La censura però nasce anche in una situazione apparentemente così florida e favorevole. Risale a pochi mesi fa il caso analogo del “Cubo” dell’artista milanese Alberto Garutti. Un’istallazione creata all’interno di un complesso di alloggi popolari nel quartiere bolzanino Don Bosco. Una teca in cui esporre a rotazione ogni tre mesi delle opere della collezione permanente del Museion, selezionate dallo stesso Garutti, artista  da sempre impegnato a rompere la concezione tradizionale di museo e nella ricerca di un rapporto diretto con il pubblico. Un’iniziativa volta a portare l’arte contemporanea, i suoi interrogativi e la sua complessità, nella vita quotidiana, nel paesaggio di ogni giorno. Nell’autunno 2006 nel Cubo è stata esposta l’opera della coppia di artisti parigini  Claire Fontaine, costituita dalla scritta “I love comunism”. Un’opera che si inserisce in una poetica sviluppata da Claire Fontane per la quale l’artista è la figura che può e deve spronare la società a prendere coscienza di sé e delle proprie contraddizioni. In molti invece gridarono allo scandalo, alla provocazione gratuita e irrispettosa. Nel giro di pochi giorni, le spinte di parte della popolazione e la mobilitazione del movimento giovanile di Alleanza Nazionale, ha convinto l’Assessorato alla cultura di lingua italiana a richiedere la rimozione dell’opera. Ciò che sconvolge, in questo caso e in quello di Goldiechiari, è l’incapacità di confrontarsi con l’arte in modo aperto. Questa censura, queste castrazioni della libertà artistica, sono frutto di un’ottusità che l’arte per prima potrebbe essere in grado di combattere. Nessuno di coloro che sono rimasti scandalizzati dall’opera esposta nel Cubo, ha interpretato lo slogan di Claire Fontaine come uno scimiottamento delle scritte da t-shirt “I love New York”, “I love Italia”. È stata definita “comunista” un’opera che invece poteva esser letta come una durissima critica a quelle alle “facce” della gaberiana “Quando è moda è moda”. L’opera sequestrata di Goldiechiari, per la quale attualmente sulle giovani artiste pesa una pesante accusa, è vilipendio verso l’inno nazionale solo ad una agghiacciante lettura superficiale. Legare le ieratiche e ossequiosamente rispettate note dell’inno al rumore del cesso, era un tentativo di riflettere su duo suoni che hanno uno statuto così diverso nel nostro immaginario. Portare nella vita quotidiana un suono che ha tradizionalmente una collocazione opposta. Associare il suono della quotidianità e il suono per eccellenza d’ufficialità può spingerci ad una riflessione sui simboli intoccabili da smitizzare ed avvicinare. Ma le prospettive di analisi sono molteplici. L’installazione può ricordare la famosa sequenza de “Il fantasma della libertà” in cui la genialità surrealista di Bunuel inverte due azioni socialmente considerate opposte, e in una improbabile serata i convitati al tavolo sono seduti su dei gabinetti e si rifugiano in uno spazio riservato e isolato per mangiare.

Leggere l’arte in una direzione univoca, non darle alcuna possibilità di portare significati diversi da quelli che noi vogliamo attribuirle è già una censura. È un limitare la libertà dell’arte, la libertà dell’opera di parlarci e di imporci di riflettere.  Letizia Ragaglia, curatrice della mostra in cui è stata esposta “Confini immaginari”, ha sottolineato come compito dell’arte è offrirci prospettive diverse, impedire un’anestesia della percezione e della reazione. L’effetto dell’anestesia a cui il mondo contemporaneo e i mass media ci sottopongono, è dimostrato proprio da questo modo di porsi davanti al gabinetto di Goldiechiari o al Cubo di Garutti. Allarmante in questo senso la provocazione lanciata dal rappresentante politico che ha sporto denuncia verso Goldiechiari, nel corso del dibattito “Arte e libertà” organizzato in occasione della terza edizione di Kunstart proprio per discutere del caso di “Confini immaginari”. Egli chiedeva insistentemente al pubblico come avrebbe reagito davanti a un’opera che presentasse un pedofilo e un grande cuore, oppure davanti ad una fotografia del cancello del campo di concentramento di Auschwitz se sopra capeggiasse l’aggettivo “bello”. Anche in questo caso, un approccio all’arte molto sterile e controproducente che concepisce solo la possibilità del negazionismo e non una riflessione più profonda su quello che un’opera di questo tipo potrebbe dirci. Una riflessione che è stata condotta da grandi artisti che furono deportati nei campi di concentramento. Della bellezza dei campi parlò il pittore dalmata Zoran Music, internato per quindici mesi a Dachau, che disegnava per non far sfuggire questa grandiosa e tragica bellezza, che egli coglieva nell’inferno dei lager: quanta tragica eleganza in questi fragili corpi. I dettagli così precisi. La bellezza di cui parla Music, che evidentemente alcuni censurerebbero preventivamente, è il frutto di un amore senza limiti nell’essere umano, di cui Music vuole coglierne la straordinarietà anche vedendolo cadavere o mucchio di ossa. Music scrive bello sopra Auschwitz, non per negarne l’ineffabile tragicità, ma per un senso di fiducia nell’umanità e nell’umano. Un altro famoso deportato espresse un sentimento simile. Nelle ultime righe del suo capolavoro “Essere senza destino”, il Nobel Imre Kertesz conclude il ricordo dei drammatici mesi trascorsi ad Auschwitz scrivendo: “Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno”.

La provocazione del rappresentante di Alleanze Nazionale che ha presentato la denuncia contro Goldiechiari ci dimostra come sia molto difficile poter affrontare un problema di questo tipo senza nessuna sensibilità culturale ed artistica. Tanto che provocatoriamente Giacinto Di Pietrantonio, direttore della Galleria d’arte moderne e contemporanea di Bergamo, (GAMeC), intervenendo nel dibattito a Kunstart, ipotizzava il museo come una zona franca, dove non può più essere la legge dello Stato a comandare, ma in cui si dà il più ampio spazio alla libertà creativa dell’uomo, senza alcun limite che non sia il rispetto degli universali diritti umani. Ma in un’ipotesi di questo tipo è insita una contraddizione. A ben guadare la libertà dell’arte le deriva paradossalmente dai limiti che le sono imposti. L’arte sarà sempre un tentativo di andare oltre, di superare leggi e politica. La sua ricerca sarà sempre pionieristica, in un confronto duro e contraddittorio con la realtà. E la creatività potrà esprimersi al meglio solo cercando di avversare i tentativi di bloccare questa ricerca. La massima libertà artistica, i massimi risultati creativi, sono sempre stati raggiunti come risposta a dei limiti, a dei confini soffocanti. È naturale quindi, e genuino che un’opera come “Confini immaginari” venga sequestrata. A patto che si dibatta affinché l’arte vinca e, in questo caso, l’opra venga nuovamente esposta al pubblico. A patto che non si smetta mai di reclamare la possibilità di esprimersi liberamente. In questa contraddizione, e non nella visione di un museo dove domina l’anarchia,  si nasconde la vera libertà dell’arte.

Tommaso Martini per www.lalente.net tommasomartini@sindromedistendhal.com

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola

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