Nella bistrattata università italiana il Museo Laboratorio d’Arte
Contemporanea (Mlac, nella foto a fianco) costituisce un
esempio più unico che raro di best practice. Uno spazio nato più di
vent’anni fa all’interno del rettorato dell’Università romana “La Sapienza”.
Un progetto innovativo già allora ed ancora all’avanguardia.
Il
Mlac è stato ideato da Simonetta Lux, professoressa nel
dipartimento di Storia dell’arte presso la Facoltà di Scienze Umanistiche,
che nel 1985 ha voluto creare un luogo dove si potesse concretizzare una
concezione dell’arte, della storia dell’arte e della critica ripulite da
vecchi accademismi. Una nuova impostazione che ricerca un rapporto
diretto con l’opera d’arte e con gli artisti. Una prospettiva molto
stimolante per un museo che Simonetta Lux non trovava in
nessuna istituzione museale italiano d’allora ma che, come essa stessa ha
affermato in una recente intervista, non viene seguita nemmeno dai centri
per l’arte contemporanea nati negli ultimi anni. Fondamentale, per arrivare
a questa obiettivo, un profondo coinvolgimento dell’università. Vengono
organizzati perciò corsi di alta formazione, master e stage, rivolti a
laureati in Storia dell’Arte, Conservazione dei Beni Culturali o in
Architettura che si sviluppano proprio nel solco di un dialogo con gli
artisti chiamati ad esporre al Mlac, innovando così anche vecchie
strategie di insegnamento.
Si tratta di un laboratorio, appunto, perché il Mlac
non si ferma alla programmazione di esposizioni. Forma figure professionali
di curatori creativi, opera un’intensa attività scientifica e di
ricerca storico-critica, divulgata attraverso importanti progetti
editoriali. Il museo è infatti collegato a tre collane di pubblicazioni di
settore: Artisticamente, Proto-type e Luxflux Proto-type
arte contemporanea. Quest’ultima è una rivista che si presenta nella
doppia veste cartacea e virtuale, consultabile sul sito
www.luxflux.net. Le potenzialità del web sono sfruttate in tutta la loro
ricchezza dalla prof. Lux per i suoi progetti. Ne è un esempio il
quasi omonimo Museo Laboratorio delle Arti contemporanee, anch’esso
creato da Simonetta Lux nel corso degli anni di insegnamento presso
la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università della Tuscia.
Un museo che nasce sul modello del Mlac e che si caratterizza proprio
per il fecondo rapporto con Internet. La sezione dedicata all’arte
figurativa del museo si sviluppa soprattutto on-line, dove è stato creato
uno spazio per la presentazione dell’arte immateriale. Una sezione
aperta e molto ampia, destinata ad accogliere contributi rintracciati sul
web provenienti da tutto il mondo. Si tratta di Videoarte e
Net.Art. Se la videoarte è ormai affermata e riconosciuta (tanto
che spesso si commette l’errore di identificare arte e tecnica), la Net.Art
(nata una decina di anni fa) è un campo di indagine e sperimentazione del
tutto aperto. Non si tratta semplicemente di utilizzare il canale del web
per diffondere arte. Spiega infatti Marco Deseriis, autore del
libro “Net.Art L’Arte della connessione”, che il suffisso net
esaltava il carattere processuale e collaborativo di una pratica che
sostituiva le opere con le operazioni, le rappresentazioni con la produzioni
di nuovi circuiti comunicativi e di senso. La complessità nell’approccio
critico alla Net.art è evidente se si pensa che nel 1999 il premio
per questa categoria ad Ars Electronica è stato assegnato al sistema
operativo open source Linux.
Le più
recenti tendenze scaturite dall’incontro tra arte e nuove tecnologie, sono
campi di interesse anche per il Mlac che può vantare una ricchissima
mediateca. Sono consultabili infatti all’interno di apposite
postazione nel museo più di 2000 titoli che costituiscono il patrimonio
audiovisivo accumulato a partire dal 1993. Fu in quell’anno che Bruno
di Marino fondò l’archivio per raccogliere materiale riguardante le
arti elettroniche ed informatiche, il cinema sperimentale
d’artista, animazioni d’autore e sperimentale e clip musicali.
Di
questo segno anche la mostra in corso, visitabile fino al 22 dicembre negli
spazi del museo, una personale di Jessica Iapino (Roma, 1979).
“Eden”, questo il titolo del lavoro che verrà presentato a Roma dopo
la vittoria al The Berkeley Film and Video Festival, è un’installazione
costituita da una proiezione video di 3’55’’, sculture e foto digitali.
L’eclettismo nelle scelte tecniche rispecchia la formazione dell’artista ma
anche la natura mista del Museo. Al contempo la mostra rientra nel programma
di Master Individuali in Cura Critica ed installazioni Museali
organizzato dal Mlac. Nello stesso periodo sarà aperta al pubblico
anche la prima personale in Italia dell’artista brasiliana Lia Chaia
(San Paolo, 1978). Anche in questo caso si opera sulla sconfinamento tra
tecniche diverse, come il video, la performance, pittura, scultura,
installazioni, fotografia, con un occhio di riguardo proprio verso le
tecniche più all’avanguardia. Ambedue le esposizioni del mese di dicembre
rientrano infatti nel progetto finanziato dalla Regione Lazio “Applicazione
nuove tecnologie multimediali arte contemporanea”.
A
completare il percorso nelle arti contemporanee il museo contiene anche un
importante archivio musica contemporanea. Il Mlac associa alla
tradizionale attività archivistica, anche l’organizzazioni di concerti e di
incontri con personalità importanti della sperimentazione musicale
contemporanea, anche in questo caso con molta attenzione verso la formazione
degli studenti.
“Eden” e “Entre Vias” sono due esposizioni
che confermano la vivacità del Mlac e la sua importanza in una città
come Roma che è ancora alla ricerca di istituzioni forti per quanto riguarda
l’arte contemporanea. Nella capitale stanno lentamente sorgendo i nuovi
spazi per il Macro, lo spazio comunale dedicato all’arte
contemporanea, e per il Maxxi, il primo centro d’arte del XXI secolo
statale in Italia. Due cantieri molto impegnativi economicamente, affidati
ad architetti di fama internazionale, che arrancano tra i continui tagli
alla cultura. Il piccolo Mlac invece vive sempre nuovo e sempre
innovativo nonostante i modesti spazi che gli sono concessi all’interno
dell’Università in grado di superare la penuria di risorse, proprio grazie a
questa perfetta simbiosi di ricerca e formazione.