I
musei americani sono molto spesso additati come esempio di
vivacità culturale e soprattutto come perfette macchine dal
punto di vista amministrativo ed economico. Alcuni politici
e intellettuali chiamano così in causa il “modello
americano” quando si dibatte sul futuro del patrimonio
culturale italiano. Essi individuano nella natura privata
dei musei americani il punto di riferimento per risolvere
gli annosi problemi della gestione e della tutela dei beni
culturali. Una posizione avvalorata dalla fallace equazione
secondo la quale a una gestione privata corrisponde
dinamismo ed efficienza. Ma un’analisi del sistema museale
americano ci mostra che questa via non è percorribile in
Italia e ci mette inoltre in guardia dalle forme di
privatizzazione fino ad ora tentate sia da governi di
centro-destra che di centro-sinistra.
I nostri musei
hanno ben poco in comune con quelli americani. Sia da un
punto di vista istituzionale, gestionale ed amministrativo,
sia sotto l’ottica più strettamente legata alla funzione
culturale del museo. Negli ultimi anni si deve al noto
studioso e direttore della Normale di Pisa Salvatore
Settis un impegno attento e appassionato
sull’argomento. Ne sono testimonianza due importanti libri
(“Italia S.pa.” pubblicato da Einaudi nel 2003 e “Battaglia
senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”,
una raccolta di articoli e interviste, edizione Electa
-2005), numerosi interventi su giornali e riviste
specializzate ed infine la recente nomina a presidente del
Consiglio Superiore per i Beni Culturali.
Settis
è impegnato a dimostrare, innanzitutto, che primo ostacolo
all’applicazione del “modello americano” in Italia è
una profonda differenza ontologica tra musei italiani e
statunitensi.
I primi grandi
musei d’Oltreoceano nacquero agli inizi del Novecento.
Furono i membri delle principali famiglie di magnati ad
aprire al pubblico le loro collezioni private. Collezioni
formatesi acquistando il meglio disponibile sul mercato
dell’arte, molto spesso opere d’arte europee. Ciò che
caratterizza questi musei è quindi la mancanza di un
nesso storico con la città che gli ospita (1). Nel caso
italiano invece, i musei sono radicati nel territorio,
raccolgono il passato e l’identità di un luogo. Sono memoria
storica della nostra identità: nascono in massima parte
dalla storia della città e del territorio che li ospita, si
nutrono di ciò che nelle stesse città è stato prodotto e
collezionato, raccontano non solo se stessi ma la storia e
la cultura del nostro Paese (2). È questo il principio
che dovrebbe essere alla base di qualsiasi riflessione sul
patrimonio culturale. Ed è in virtù di tali considerazioni
che in Italia il dovere dello Stato di tutelare e conservare
i beni culturali è sancito dalla Costituzione
con il lungimirante e all’epoca (ma ancora oggi) innovativo
Articolo 9 (3): la Repubblica tutela il paesaggio
e il patrimonio storico e artistico della nazione. Un
articolo prezioso poiché, come sostiene il noto
costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, può e
deve esser letto in due direzioni: la Repubblica tutela la
cultura, la cultura tutela la Repubblica (4).
Purtroppo alcuni
provvedimenti degli ultimi anni sembrano muoversi nella
direzione del disconoscimento del legame museo-territorio.
Né è esempio la creazione delle sovrintendenze speciali per
i poli musseali nelle principali città italiane (Roma,
Firenze, Napoli, Venezia). Un percorso portato a termine dal
ministro Giuliano Urbani, ma iniziato negli
anni di governo del centro-sinistra, che separa il museo dal
suo territorio. Negli Stati Uniti i musei dedicati agli
indiani e i parchi nazionali (patrimonio culturale simile a
quello italiano, poiché connesso col passato e l’identità
della nazione), sono di proprietà pubblica. Esiste una sola
raccolta d’arte pubblica, la National Gallery di
Washington, frutto della donazione allo Stato da parte
di Andrew W. Yellow della propria collezione
d’arte europea nel 1937. È significativo che il
funzionamento di questo museo è molto simile a quello dei
musei italiani (inalienabilità delle opere, consistenti
finanziamenti pubblici, ecc…).
Ma non sono solo
ragioni storiche e culturali a evidenziare l’impossibilità
di un’applicazione del “modello americano” nel
nostro Paese.
Uno dei primi
fraintendimenti riguardo ai musei americani è pensare che,
visto che si tratta di istituzioni private, esse non pesino
in alcun modo sul bilancio dell’amministrazione pubblica. In
realtà questi musei si reggono su un finanziamento misto,
pubblico-privato. Per fare un esempio, nel rapporto annuale
del Metropolitan Museum per l’anno fiscale 2005-06 (1
luglio 2005- 30 Giugno 2006) i fondi provenienti dal comune
di New York sono stimati in 25 milioni di dollari (circa il
15% delle risorse del museo) (5).
I fondi privati
che sostengono il Guggenheim Museum, il Metropolitan e
circa altri ventimila musei americani (6), hanno diverse
provenienze. A distanza di decenni sono ancora essenziali le
donazioni dei loro fondatori. Il caso spesso citato da
Settis è quello del Getty Museum di Los Angeles,
una realtà che egli conosce molto bene essendo stato
direttore del Getty Research Institute for the History of
Art and the Humanities dal 1994 al 1999. Le spese di
gestione del museo, ma anche del centro di ricerca e di
conservazione, sono coperte dai guadagni frutto
dell’investimento in borsa del lascito di J. Paul
Getty (750 milioni di dollari). Un investimento ben
amministrato ha portato questo patrimonio iniziale a
decuplicarsi. Il museo può sopravvivere autonomamente non
certo per gli introiti diretti, che coprono meno del 10%
delle spese. Ci si dimentica o non si conosce questa realtà,
quando in Italia ci si riferisce al sistema museale
americano e si sognano musei con bilanci in attivo. È
inimmaginabile che un museo italiano possa disporre di
capitali di tali dimensioni. La convinzione tutta italiana è
quella di poter sostenere le spese del museo grazie agli
introiti di biglietteria, bookshop, visite guidate ecc… È
sconcertante quindi la proposta fatta dall’allora Ministro
Rocco Buttiglione di risanare la situazione
dei musei aumentando, appunto, il prezzo dei biglietti. Idea
che ha ben poco a che fare con il sistema americano come
dimostra il fatto che l’ingresso al Getty Museum è
gratuito. Il museo americano gestito come un’azienda,
e pertanto produttore del reddito necessario a sostenerne
le spese di gestione, – afferma Settis-
semplicemente non esiste (7).
A questi
consistenti lasciti originari si aggiungono le donazioni che
ogni anno incidono in modo sostanziale sul bilancio.
Scorrendo l’elenco dei benefattori dei principali musei
americani (8), si scorge una grande varietà nella tipologia
e nel peso delle donazioni. Si va dalle grandi aziende che
staccano assegni a sei cifre, ai privati cittadini che
donano poche migliaia di euro. Il 70% delle donazioni
ammonta a mille-duemila dollari (9). Quest’ultime sono
quindi il maggior sostegno per i musei, incoraggiate da
un’estesa politica di defiscalizzazione. Sarebbe
molto più costruttivo prendere come punto di riferimento gli
Stati Uniti per considerare seriamente la questione della
defiscalizzazione (come recentemente è stato fatto in
Francia), piuttosto che come esempio per la privatizzazione
dei nostri musei. In questo senso ha dichiarato di volersi
muovere il neoministro per i Beni e le Attività Culturali
Francesco Rutelli nel tracciare le linee guida
del suo dicastero.
La via verso la
privatizzazione che viene proposta in Italia è una formula
ibrida, che parte dell’interruzione del continuum che
dovrebbe caratterizzare la difesa dei beni culturali, dalla
loro catalogazione fino alla fruizione, compresi i servizi
annessi. Negli ultimi anni è stata introdotta una
distinzione tra tutela e proprietà, che devono
restare affidate allo Stato, e gestione, che invece
può essere appaltata a ditte private. La contraddizione è
evidente. Ed è l’esempio degli stessi musei americani a
rivelarla. Per un privato questa attività dovrà per forza di
cose essere redditizia. Ma i musei americani a gestione (e,
va ricordato, anche a proprietà) privata sono organizzazioni
no profit. Settis denuncia che per ottenere un
guadagno dalla gestione di un museo, i privati dovrebbero
ricorrere a soluzioni che poco hanno a che fare con la
cultura, la formazione e la conservazione: mostre di grande
richiamo turistico, politica di prestiti indiscriminata e
attenta solo al ritorno in denaro, tagli sulle attività meno
redditizie, come ricerca e restauro, ecc...
L’altro grande
errore insito in questa soluzione sta proprio nella
separazione tra tutela e gestione. Un percorso
già iniziato alla fine degli anni Novanta dall’allora
Ministro Walter Veltroni, che prevedeva di
affidare la gestione e valorizzazione del patrimonio
culturale alle Regioni, e la tutela allo Stato. Ma
ben presto la situazione è andata degenerando e la tutela
del patrimonio si è avventurata così a sicuro naufragio, in
una sorta di “triangolo delle Bermuda”, fra Stato, regioni e
privati (10). L’ingresso dei privati in modo massiccio
nel settore si avvia con la Finanziaria 2002, la prima del
secondo Governo Berlusconi. Il binomio tutela/gestione
viene applicato anche al rapporto con i privati (11),
creando al contempo una grande confusione di competenze tra
Stato, privati e regioni (sei regioni hanno fatto ricorso
alla Corte Costituzionale contro questo articolo, ritenendo
lese le proprie competenze stabilita dalla riforma del
titolo V della Costituzione). Passo successivo del governo
Berlusconi e del Ministro Giulio Tremonti
fu l’istituzione della “Patrimonio S.p.a” (aprile 2002).
L’art. 7 del decreto che istituisce tale società ne
definisce le funzioni: “valorizzazione, gestione ed
alienazione del patrimonio dello Stato”. Il risultato è
che tutto il patrimonio culturale del nostro paese può
essere in linea teorica venduto o affittato ai privati,
d’intesa tra Ministro dell’Economia e Ministro dei Beni
Culturali. Fu compiuto in questo modo un ulteriore passo
sulla via cieca dell’alienazione del patrimonio ai
privati, un percorso che mostra una sostanziale continuità
tra i governi di centro-sinistra e centro-destra. Secondo
Settis i primi hanno sostanzialmente spianato la
strada ai secondi. La Finanziaria 2002 e il
cosiddetto “decreto Tremonti” sono stati da subito oggetto
di forti critiche. Fu presentata al Governo italiano anche
una petizione firmata da una quarantina di direttori dei
principali musei del mondo. Tra essi anche direttori di
istituzioni americane, a conferma che la via scelta in
Italia era stata scelta aveva ben poco a che fare con il “modello
americano”. Il Codice Urbani (12) approvato nel
gennaio del 2004, contiene norme di garanzia per la tutela
dei beni culturali, in contrasto con le leggi
precedentemente varate dal governo Berlusconi. Ciò evidenzia
due visioni contrapposte, l’una, scrisse Settis
al tempo del dibattito successivo all’approvazione del
Codice, che punta sulla tutela del patrimonio,
l’altra invece sulle dismissioni indiscriminate (13).
Il risultato sarà l’inserimento nel Codice, durante
l’ultimo giorno della sua discussione, della contestatissima
norma del “silenzio-assenso”. Nel Codice vi è
un’altra importante norma relativa al rapporto con i privati
nella gestione del patrimonio culturale. Riguarda le
Fondazioni ed equipara la loro gestione “indiretta” (poiché
appunto, non in mano pubblica ma a privati o fondazioni) a
quella “diretta”. Si prevede la possibilità di “conferire in
uso” i musei alle Fondazioni di riferimento, in cambio di
una presenza maggioritaria dello Stato nel consiglio
d’amministrazione della Fondazione stessa. Un articolo che
conferma la tendenza alla riduzione dei musei a merci di
scambio con gli agognati e (remotissimi) finanziamenti
privati (14).
Questo breve
excursus sulla legislazione italiana in materia di beni
culturali mostra come il riferimento agli Stati Uniti si sia
rivelato uno scimiottamento inconcludente o dannoso. Il “modello
americano” viene richiamato solo per cercare
legittimizzazioni e giustificazioni a leggi che
sottraggono allo Stato il dovere, sancito dalla
Costituzione, di proteggere il patrimonio culturale:
l’intervento del privato è stato troppo spesso concepito in
Italia non in sussidio di quello pubblico, ma invece in
sostituzione, o in supplenza di un’amministrazione pubblica
in ritirata (15)
Salvatore
Settis non demonizza soluzioni che
possono svilupparsi da un’attenta osservazione della realtà
d’Oltreoceano e non nega l’importanza che i privati possono
ricoprire anche in Italia. Innanzitutto, e questa volta sì
il modello americano è un ottimo esempio, tramite donazioni
incoraggiate da un regime di agevolazioni fiscali
(16). L’amministrazione pubblica dovrebbe inoltre rilanciare
il proprio ruolo a partire da un intervento sulle risorse
umane del Ministero (negli ultimi anni le assunzioni sono
state bloccate, l’età media dei funzionari ha raggiunto i 55
anni). Le risorse umane dei musei americani sono
qualificatissime. I direttori dei musei sono figure molto
contese, le cui competenze storico-artistiche devono essere
integrate con un’eccellente formazione manageriale.
Nell’affermare che
la vera, la grande “redditività” del patrimonio cultuale
è […] in quel profondo senso di identificazione, che stimola
la creatività delle generazioni presenti e future con la
presenza e la memoria del passato (17), Settis
auspica un futuro di crescita armonica di pubblico e
privato, per evitare questo gioco della patata bollente al
quale la politica negli ultimi anni ci ha abituati.
Foto: Il
Guggenheim Museum e il Moma - foto di Tommaso Martini
(1) Settis S.,
“Italia S.p.a.”, Einaudi (2000), p. 19
(2) Settis S.,
“Italia S.p.a.”, op. cit. , p. 19
(3) L’articolo
più originale della nostra Costituzione, ebbe a dire il
presidente Carlo Azzeglio Ciampi ai tempi del dibattito
relativo all’approvazione del Codice Urbani (gennaio 2004).
(4) Questa idea è
il cuore dell’intervento fatto da Gustavo Zagrebelsky a
Palazzo Barberini in occasione dell’incontro dedicato alla
presentazione del volume di articoli e saggi di Salvatore
Settis “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra
istituzioni e profitto” (Roma, 14 novembre 2005).
(5) 22.411
risultano essere le associazioni no profit
rintracciabili nel motore di ricerca del mondo del no
profit americano www.guidestar.org digitando la parola
chiave “museum”.
(6) Questi dati
possono essere reperiti con estrema facilità sul sito del
Metropolitan Museum (www.metmuseum.org), dove sono
pubblicate per intero le cento pagine del “Annual Reporto
for the year 2005-2006”, nelle quali si rende pubblico il
bilancio del museo. I dati citati si trovano a pagina 61.
(7) Settis S, “Lo
stato è in ritirata? Solo se lo vuole”, “Il Giornale
dell’arte”, n. 257 settembre 2006, p. 8
(8) In una logica
della trasparenza del tutto estranea nel Nostro Paese, sui
siti dei vari musei, possiamo trovare gli elenchi di tutti i
donatori, molto spesso anche l’ammontare della donazione
stessa.
(9) Lo afferma
Settis in un’intervista a alla “Stampa” del giugno 2006
(10) Settis S.,
“Italia S.p.a”, op. cit, p. 108
(11) Legge n. 448
del 28 dicembre 2001, Art. 33
(12) “Codice dei
beni culturali e del paesaggio”, Decreto legislativo n. 42
del 22 gennaio 2004
(13) Settis S.,
“Il Codice della discordia”, “Architetture pisane”, n. 2,
anno 2004, riportato in Salvatore S., “Battaglia senza eroi.
I beni culturali tra istituzioni e profitto”, Electa (2005),
p. 213
(14) Settis S.,
“Se il museo è una merce di scambio”, “La Repubblica”, 15
febbraio 2004, riportato in Salvatore S., “Battaglia senza
eroi”,op. cit., p. 209
(15) Settis S.,
“Lo Stato è in ritirata? Solo se lo vuole”, cit., p. 9
(16) Negli Stati
Uniti anche i biglietti per il teatro possono essere
detratti dalle tasse.
(17) Settis S.,
“Ma il museo ha un futuro?”, “La Repubblica”, 30 giugno
2006, p. 53