Lezioni Americane

Il sistema museale americano può essere esportato nel nostro Paese? Due mondi a confronto sul numero de LaLente dedicato agli Stati Uniti

15 gennaio '07 - Stati Uniti

 

I musei americani sono molto spesso additati come esempio di vivacità culturale e soprattutto come perfette macchine dal punto di vista amministrativo ed economico.  Alcuni politici e intellettuali chiamano così  in causa il “modello americano” quando si dibatte sul futuro del patrimonio culturale italiano. Essi individuano nella natura privata dei musei americani il punto di riferimento per risolvere gli annosi problemi della gestione e della tutela dei beni culturali. Una posizione avvalorata dalla fallace equazione secondo la quale a una gestione privata corrisponde dinamismo ed efficienza. Ma un’analisi del sistema museale americano ci mostra che questa via non è percorribile in Italia e ci mette inoltre in guardia dalle forme di privatizzazione fino ad ora tentate sia da governi di centro-destra  che di centro-sinistra.

I nostri musei hanno ben poco in comune con quelli americani. Sia da un punto di vista istituzionale, gestionale ed amministrativo, sia sotto l’ottica più strettamente legata alla funzione culturale del museo. Negli ultimi anni si deve al noto studioso e direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis un impegno attento e appassionato sull’argomento. Ne sono testimonianza due importanti libri (“Italia S.pa.” pubblicato da Einaudi nel 2003 e “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, una raccolta di articoli e interviste, edizione Electa -2005), numerosi interventi su giornali e riviste specializzate ed infine la recente nomina a presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali.

Settis è impegnato a dimostrare, innanzitutto, che primo ostacolo all’applicazione del “modello americano” in Italia è una profonda differenza ontologica tra musei italiani e statunitensi.

I primi grandi musei d’Oltreoceano nacquero agli inizi del Novecento. Furono i membri delle principali famiglie di magnati ad aprire al pubblico le loro collezioni private. Collezioni formatesi acquistando il meglio disponibile sul mercato dell’arte, molto spesso opere d’arte europee. Ciò che caratterizza questi musei è quindi la mancanza di un nesso storico con la città che gli ospita (1). Nel caso italiano invece, i musei sono radicati nel territorio, raccolgono il passato e l’identità di un luogo. Sono memoria storica della nostra identità: nascono in massima parte dalla storia della città e del territorio che li ospita, si nutrono di ciò che nelle stesse città è stato prodotto e collezionato, raccontano non solo se stessi ma la storia e la cultura del nostro Paese (2).  È questo il principio che dovrebbe essere alla base di qualsiasi riflessione sul patrimonio culturale. Ed è in virtù di tali considerazioni che in Italia il dovere dello Stato di tutelare e conservare  i beni culturali è sancito dalla Costituzione con il lungimirante e all’epoca (ma ancora oggi) innovativo Articolo 9 (3): la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione. Un articolo prezioso poiché, come sostiene il noto costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, può e deve esser letto in due direzioni: la Repubblica tutela la cultura, la cultura tutela la Repubblica (4).

Purtroppo alcuni provvedimenti degli ultimi anni sembrano muoversi nella direzione del disconoscimento del legame museo-territorio. Né è esempio la creazione delle sovrintendenze speciali per i poli musseali nelle principali città italiane (Roma, Firenze, Napoli, Venezia). Un percorso portato a termine dal ministro Giuliano Urbani, ma iniziato negli anni di governo del centro-sinistra, che separa il museo dal suo territorio. Negli Stati Uniti i musei dedicati agli indiani e i parchi nazionali (patrimonio culturale simile a quello italiano, poiché connesso col passato e l’identità della nazione), sono di proprietà pubblica. Esiste una sola raccolta d’arte pubblica, la National Gallery di Washington, frutto della donazione allo Stato da parte di  Andrew W. Yellow della propria collezione d’arte europea nel 1937. È significativo che il funzionamento di questo museo è molto simile a quello dei musei italiani (inalienabilità delle opere, consistenti finanziamenti pubblici, ecc…).

Ma non sono solo ragioni storiche e culturali a evidenziare l’impossibilità di un’applicazione del “modello americano nel nostro Paese.

Uno dei primi fraintendimenti riguardo ai musei americani è pensare che, visto che si tratta di istituzioni private, esse non pesino in alcun modo sul bilancio dell’amministrazione pubblica. In realtà questi musei si reggono su un finanziamento misto, pubblico-privato. Per fare un esempio, nel rapporto annuale del Metropolitan Museum per l’anno fiscale 2005-06 (1 luglio 2005- 30 Giugno 2006) i fondi provenienti dal comune di New York sono stimati in 25 milioni di dollari (circa il 15% delle risorse del museo) (5).  

I fondi privati che sostengono il  Guggenheim Museum, il Metropolitan e circa altri ventimila musei americani (6), hanno diverse provenienze. A distanza di decenni sono ancora essenziali le donazioni dei loro fondatori. Il caso spesso citato da Settis è quello del Getty Museum di Los Angeles, una realtà che egli conosce molto bene essendo stato direttore del Getty Research Institute for the History of Art and the Humanities dal 1994 al 1999. Le spese di gestione del museo, ma anche del centro di ricerca e di conservazione, sono coperte dai guadagni frutto dell’investimento in borsa del lascito di J. Paul Getty (750 milioni di dollari). Un investimento ben amministrato ha portato questo patrimonio iniziale a decuplicarsi. Il museo può sopravvivere autonomamente non certo per gli introiti diretti, che coprono meno del 10% delle spese. Ci si dimentica o non si conosce questa realtà, quando in Italia ci si riferisce al sistema museale americano e si sognano musei con bilanci in attivo. È inimmaginabile che un museo italiano possa disporre di capitali di tali dimensioni. La convinzione tutta italiana è quella di poter sostenere le spese del museo grazie agli introiti di biglietteria, bookshop, visite guidate ecc… È  sconcertante quindi la proposta fatta dall’allora Ministro Rocco Buttiglione di risanare la situazione dei musei aumentando, appunto, il prezzo dei biglietti. Idea che ha ben poco a che fare con il sistema americano come dimostra il fatto che l’ingresso al Getty Museum è gratuito. Il museo americano gestito come un’azienda, e pertanto produttore del reddito necessario a sostenerne le spese di gestione, – afferma Settis-  semplicemente non esiste (7).

A questi consistenti lasciti originari si aggiungono le donazioni che ogni anno incidono in modo sostanziale sul bilancio. Scorrendo l’elenco dei benefattori dei principali musei americani (8), si scorge una grande varietà nella tipologia e nel peso delle donazioni. Si va dalle grandi aziende che staccano assegni a sei cifre, ai privati cittadini che donano poche migliaia di euro. Il 70% delle donazioni ammonta a mille-duemila dollari (9). Quest’ultime sono quindi il maggior sostegno per i musei, incoraggiate da un’estesa politica di defiscalizzazione. Sarebbe molto più costruttivo prendere come punto di riferimento gli Stati Uniti per considerare seriamente la questione della defiscalizzazione (come recentemente è stato fatto in Francia), piuttosto che come esempio per la privatizzazione dei nostri musei. In questo senso ha dichiarato di volersi muovere il neoministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli nel tracciare le linee guida del suo dicastero.

La via verso la privatizzazione che viene proposta in Italia è una formula ibrida, che parte dell’interruzione del continuum che dovrebbe caratterizzare la difesa dei beni culturali, dalla loro catalogazione fino alla fruizione, compresi i servizi annessi. Negli ultimi anni è stata introdotta una distinzione tra tutela e proprietà, che devono restare affidate allo Stato, e gestione, che invece può essere appaltata a ditte private. La contraddizione è evidente. Ed è l’esempio degli stessi musei americani a rivelarla. Per un privato questa attività dovrà per forza di cose essere redditizia. Ma i musei americani a gestione (e, va ricordato, anche a proprietà) privata sono organizzazioni no profit. Settis denuncia che per ottenere un guadagno dalla gestione di un museo, i privati dovrebbero ricorrere a soluzioni che poco hanno a che fare con la cultura, la formazione e la conservazione: mostre di grande richiamo turistico, politica di prestiti indiscriminata e attenta solo al ritorno in denaro, tagli sulle attività meno redditizie, come ricerca e restauro, ecc...

L’altro grande errore insito in questa soluzione sta proprio nella separazione tra tutela e gestione. Un percorso già iniziato alla fine degli anni Novanta dall’allora Ministro Walter Veltroni, che prevedeva di affidare la gestione e valorizzazione del patrimonio culturale alle Regioni, e la tutela allo Stato. Ma ben presto la situazione è andata degenerando e la tutela del patrimonio si è avventurata così a sicuro naufragio, in una sorta di “triangolo delle Bermuda”, fra Stato, regioni e privati (10). L’ingresso dei privati in modo massiccio nel settore si avvia con la Finanziaria 2002, la prima del secondo Governo Berlusconi. Il binomio tutela/gestione viene applicato anche al rapporto con i privati (11), creando al contempo una grande confusione di competenze tra Stato, privati e regioni (sei regioni hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro questo articolo, ritenendo lese le proprie competenze stabilita dalla riforma del titolo V della Costituzione). Passo successivo del governo Berlusconi e del Ministro Giulio Tremonti  fu l’istituzione della “Patrimonio S.p.a” (aprile 2002). L’art. 7 del decreto che istituisce tale società ne definisce le funzioni: “valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio dello Stato”. Il risultato è che tutto il patrimonio culturale del nostro paese può essere in linea teorica venduto o affittato ai privati, d’intesa tra Ministro dell’Economia e Ministro dei Beni Culturali. Fu compiuto in questo modo un ulteriore passo sulla via cieca dell’alienazione del patrimonio ai privati, un percorso che mostra una sostanziale continuità tra i governi di centro-sinistra e centro-destra. Secondo Settis i primi hanno sostanzialmente spianato la strada ai secondi. La Finanziaria 2002 e il cosiddetto “decreto Tremonti” sono stati da subito oggetto di forti critiche. Fu presentata al Governo italiano anche una petizione firmata da una quarantina di direttori dei principali musei del mondo. Tra essi anche direttori di istituzioni americane, a conferma che la via scelta in Italia era stata scelta aveva ben poco a che fare con il “modello americano”. Il Codice Urbani (12) approvato nel gennaio del 2004, contiene norme di garanzia per la tutela dei beni culturali, in contrasto con le leggi precedentemente varate dal governo Berlusconi. Ciò evidenzia due visioni contrapposte, l’una, scrisse Settis al tempo del dibattito successivo all’approvazione del Codice, che punta sulla tutela del patrimonio, l’altra invece sulle dismissioni indiscriminate (13). Il risultato sarà l’inserimento nel Codice, durante l’ultimo giorno della sua discussione, della contestatissima norma del “silenzio-assenso”. Nel Codice vi è un’altra importante norma relativa al rapporto con i privati nella gestione del patrimonio culturale. Riguarda le Fondazioni ed equipara la loro gestione “indiretta” (poiché appunto, non in mano pubblica ma a privati o fondazioni) a quella “diretta”. Si prevede la possibilità di “conferire in uso” i musei alle Fondazioni di riferimento, in cambio di una presenza maggioritaria dello Stato nel consiglio d’amministrazione della Fondazione stessa. Un articolo che conferma la tendenza alla riduzione dei musei a merci di scambio con gli agognati e (remotissimi) finanziamenti privati (14).

Questo breve excursus sulla legislazione italiana in materia di beni culturali mostra come il riferimento agli Stati Uniti si sia rivelato uno scimiottamento inconcludente o dannoso. Il “modello americano” viene richiamato solo per cercare legittimizzazioni e giustificazioni a leggi che sottraggono allo Stato il dovere, sancito dalla Costituzione, di proteggere il patrimonio culturale: l’intervento del privato è stato troppo spesso concepito in Italia non in sussidio di quello pubblico, ma invece in sostituzione, o in supplenza di un’amministrazione pubblica in ritirata (15)

Salvatore Settis non demonizza soluzioni che possono svilupparsi da un’attenta osservazione della realtà d’Oltreoceano e non nega l’importanza che i privati possono ricoprire anche in Italia. Innanzitutto, e questa volta sì il modello americano è un ottimo esempio, tramite donazioni incoraggiate da un regime di agevolazioni fiscali (16). L’amministrazione pubblica dovrebbe inoltre rilanciare il proprio ruolo a partire da un intervento sulle risorse umane del Ministero (negli ultimi anni le assunzioni sono state bloccate, l’età media dei funzionari ha raggiunto i 55 anni). Le risorse umane dei musei americani sono qualificatissime. I direttori dei musei sono figure molto contese, le cui competenze storico-artistiche devono essere integrate con un’eccellente formazione manageriale.

Nell’affermare che la vera, la grande “redditività” del patrimonio cultuale è […] in quel profondo senso di identificazione, che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato (17), Settis auspica un futuro di crescita armonica di pubblico e privato, per evitare questo gioco della patata bollente al quale la politica negli ultimi anni ci ha abituati.

Foto: Il Guggenheim Museum e il Moma - foto di Tommaso Martini

(1) Settis S., “Italia S.p.a.”, Einaudi (2000), p. 19

(2) Settis S., “Italia S.p.a.”, op. cit. , p. 19

(3) L’articolo più originale della nostra Costituzione, ebbe a dire il presidente Carlo Azzeglio Ciampi ai tempi del dibattito relativo all’approvazione del Codice Urbani (gennaio 2004).

(4) Questa idea è il cuore dell’intervento fatto da Gustavo Zagrebelsky a Palazzo Barberini in occasione dell’incontro dedicato alla presentazione del volume di articoli e saggi di Salvatore Settis “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto” (Roma, 14 novembre 2005).

(5) 22.411 risultano essere le associazioni no profit rintracciabili nel motore di ricerca del mondo del no profit americano www.guidestar.org digitando la parola chiave “museum”.

(6) Questi dati possono essere reperiti con estrema facilità sul sito del Metropolitan Museum (www.metmuseum.org), dove sono pubblicate per intero le cento pagine del “Annual Reporto for the year 2005-2006”, nelle quali si rende pubblico il bilancio del museo. I dati citati si trovano a pagina 61.

(7) Settis S, “Lo stato è in ritirata? Solo se lo vuole”, “Il Giornale dell’arte”, n. 257 settembre 2006, p. 8

(8) In una logica della trasparenza del tutto estranea nel Nostro Paese, sui siti dei vari musei, possiamo trovare gli elenchi di tutti i donatori, molto spesso anche l’ammontare della donazione stessa.

(9) Lo afferma Settis in un’intervista a alla “Stampa” del giugno 2006

(10) Settis S., “Italia S.p.a”, op. cit, p. 108

(11) Legge n. 448 del 28 dicembre 2001, Art. 33

(12) “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, Decreto legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004

(13) Settis S., “Il Codice della discordia”, “Architetture pisane”, n. 2, anno 2004, riportato in Salvatore S., “Battaglia senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto”, Electa (2005), p. 213

(14) Settis S., “Se il museo è una merce di scambio”, “La Repubblica”,  15 febbraio 2004, riportato in Salvatore S., “Battaglia senza eroi”,op. cit., p. 209

(15) Settis S., “Lo Stato è in ritirata? Solo se lo vuole”, cit., p. 9

(16) Negli Stati Uniti anche i biglietti per il teatro possono essere detratti dalle tasse.

(17) Settis S., “Ma il museo ha un futuro?”, “La Repubblica”, 30 giugno 2006, p. 53