La politica è
come un’industria dello spettacolo
Ronald Reagan
Due video di
un solo minuto, spot elettorali di due ipotetici
candidati alle presidenziali americane del 2008.
Nell’arena si confrontano due icone mediatiche del
nostro tempo: Sharon Stone e
Bernard-Henry Levy. La seducente attrice sex
symbol e il filosofo di fama mondiale presentano il loro
programma elettorale spettacolarrizato e ridotto a mere
frasi ad effetto, come la politica ci ha abituati in
questi ultimi anni.
“Democrazy”
è l’ultima opera del bresciano Francesco Vezzoli,
presentata al Padiglione italiano della 52esima Biennale
d’arte di Venezia. Il progetto video si inserisce nella
mostra che riapre in Laguna uno spazio appositamente
creato per la rappresentanza del nostro paese. La
curatrice Ida Giannelli (direttrice del
Museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli), ha
scelto di porre a confronto nel Padiglione italiano
Francesco Vezzoli e Giuseppe Penone.
Due artisti, due generazioni, due concezioni dell’arte e
dell’artista, due linguaggi espressivi a confronto. Alla
ricerca nel campo delle più diverse tecniche
multimediali di Vezzoli si affianca la tradizione
della scultura della storicizzata Arte Povera di
Penone. Il glamour televisivo e il silenzio
contemplativo delle “Sculture di Linfa” che vi fanno da
contrappunto, mostrando i due poli dell’arte italiana
contemporanea, la sua varietà e complessità.
Vezzoli ci pone davanti ad una
delle più gravi emergenze che la democrazia deve
affrontare: la politica è diventata il trionfo dello
spettacolo. Le leggi che regolano il dibattito
pubblico, e soprattutto le campagne elettorali, sono
sempre più vicine a quelle del mondo dello spettacolo e
dello show business. L’allarme fu lanciato già negli
anni Sessanta da Guy Debord (1931-1994) in
“La società dello spettacolo”, ripreso da McLuhan
e negli anni Ottanta da Neil Postman
nell’interessantissimo saggio “Divertirsi da morire.
l discorso pubblico nell’era dello spettacolo”,
recentemente edito da Marsilio in Italia. Postman
scriveva dopo la campagna elettorale da cui uscì
vincitore l’ex-attore Ronald Reagan. Era
il 1984, e la mente non poteva che correre a
George Orwell e alla sua distopia. Ma Postman
riconosce nel mondo attuale uno scenario ben più
drammatico di quelloimmaginato dalla scrittore inglese.
Non esiste un Grande Fratello che censura, controlla,
schiavizza. Postman denuncia la somiglianza con
il “Mondo nuovo” dell’omonimo romanzo di
Aldous Huxley, in cui i libri, lo scrivere,
l’informazione non sono né vietati né censurati, ma più
subdolamente nessuno prova più interesse nei loro
confronti: la gente sarà felice di essere oppressa e
adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare.
Non esiste un Grande Fratello ma il Grande Fratello
presso il quale cercano rifugio migliaia di uomini.
Questa tendenza ha invaso anche il dibattito politico e
la politica stessa. Politica, religione, notizie,
sport, educazione, economia, tutto è diventato un
appendice della grande industria dello spettacolo, e
nessuno protesta, anzi nemmeno ci bada. Siamo tutti
pronti a divertirci da morire afferma Postman.
E mai analisi fu più azzeccata, basta pensare che molti
hanno dichiarato di aver assistito al teatrino del
dibattito elettorale Prodi-Berlusconi per divertimento.
Ronald Reagan era l’esempio più eclatante,
l’avanguardia di quegli uomini politici che avrebbero
dominato le scene dei decenni successivi, i
tele-populisti come vengono chiamati da Vincenzo
Susca nel recente saggio “Ai confini
dell’immaginario”. Arnold Schwarzeneger e
per altri versi Silvio Berlusconi ne sono
solo l’esempio più immediato. Ma ormai ogni uomo
politico deve rientrare nel gioco di un subdolo reality
show in cui la posta in gioco è la democrazia.
Vezzoli sceglie per la sua
immaginaria campagna elettorale proprio un’attrice,
rappresentante esplicita del mondo della celluloide e
della finzione, e un filosofo, che rappresenta la
ricerca della verità attraverso l’interpretazione della
realtà. Ma entrambi utilizzano le stesse tecniche,
si vendono allo stesso modo all’elettorato. Per
realizzare “Democracy” Vezzoli ha consultato alcuni dei
più importanti media advisor del momento. I
discorsi, i movimenti, le espressioni di Sharon Stone
sono state studiate da Mark McKinnon, consulente
dell’ultima campagna elettorale di Gerorge W. Bush. Per
Bernard-Henry Levy invece gli strateghi della vittoria
di Bill Clinton, Bill Knapp e Jim Mulhall.
Nessun tentativo di dare un colore politico all’uno o
all’altro candidato. Gli spot elettorali sono speculari,
i candidati si chiamano Patricia Hill e Patrick Hill.
Non hanno più importanza i contenuti ma la fotogenia, la
sicurezza, la retorica. Il discorso politico non
risponde più alle regole dell’argomentazione, della
logica, ma si sottomette alle forche caudine dei
formati televisivi (1). Ormai la televisione è
diventata il luogo principe del confronto politico,
Porta a Porta è la terza Camera del nostro Paese, i voti
di milioni di elettori sembrano dipendere da ceroni,
impostazioni della voce, giacche e cravatte. E la
televisione comunica soprattutto per immagini, una forma
non adeguata al contenuto che deve essere espresso in
uno scontro politico: la forma è contro il contenuto
(2), lo esclude. Ma forse ci si trova davanti solo alla
punta dell’iceberg del problema. Bisogna domandarsi,
infatti, se nella politica esistono ancora contenuti.
Francesco Vezzoli decostruisce
e analizza in “Democrazy” i subdoli sistemi di
manipolazione ideologica di massa, facendo propria
la preoccupazione di Neil Postman del 1985: l’arena
televisiva comporta una sostanziale riduzione della
democrazia anche nei paesi sviluppati.
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
(1) Menduni
E., Introduzione a “Divertirsi da morire”, Postman N.,
Marsilio (2002)
(2) Postman
N., “Divertirsi da morire”, op.cit., p. 21
Periodico
registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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