La crisi della democrazia corre via cavo

Alla Biennale di Venezia Francesco Vezzoli presenta “Democrazy”: due spot elettorali che mostrano il malessere il dibattito politico nelle società democratiche

 

Dal 10 giugno al 21 novembre 2007

Padiglione italiano, Arsenale
52 Esposizione internazionale d'arte di Venezia

 

Venezia, Giardini Biennale – Arsenale
Orario di apertura h. 10 > h. 18
Giardini chiuso il lunedì
Arsenale chiuso il martedì

www.labiennale.org

Ingresso (comprensivo di tutte le sedi espositive della Biennale)
Intero 15€ Ridotto 12 € Studenti 8 €

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Redazione


La politica è come un’industria dello spettacolo

Ronald Reagan

Due video di un solo minuto, spot elettorali di due ipotetici candidati alle presidenziali americane del 2008. Nell’arena si confrontano due icone mediatiche del nostro tempo: Sharon Stone e Bernard-Henry Levy. La seducente attrice sex symbol e il filosofo di fama mondiale presentano il loro programma elettorale spettacolarrizato e ridotto a mere frasi ad effetto, come la politica ci ha abituati in questi ultimi anni.

Democrazy” è l’ultima opera del bresciano Francesco Vezzoli, presentata al Padiglione italiano della 52esima Biennale d’arte di Venezia. Il progetto video si inserisce nella mostra che riapre in Laguna uno spazio appositamente creato per la rappresentanza del nostro paese. La curatrice Ida Giannelli (direttrice del Museo d’arte contemporanea del Castello di Rivoli), ha scelto di porre a confronto nel Padiglione italiano Francesco Vezzoli e Giuseppe Penone. Due artisti, due generazioni, due concezioni dell’arte e dell’artista, due linguaggi espressivi a confronto. Alla ricerca nel campo delle più diverse tecniche multimediali di Vezzoli si affianca la tradizione della scultura della storicizzata Arte Povera di Penone. Il glamour televisivo e il silenzio contemplativo delle “Sculture di Linfa” che vi fanno da contrappunto, mostrando i due poli dell’arte italiana contemporanea, la sua varietà e complessità.

Vezzoli ci pone davanti ad una delle più gravi emergenze che la democrazia deve affrontare: la politica è diventata il trionfo dello spettacolo. Le leggi che regolano il dibattito pubblico, e soprattutto le campagne elettorali, sono sempre più vicine a quelle del mondo dello spettacolo e dello show business.  L’allarme fu lanciato già negli anni Sessanta da Guy Debord (1931-1994) in “La società dello spettacolo”, ripreso da McLuhan e negli anni Ottanta da Neil Postman nell’interessantissimo saggio “Divertirsi da morire. l discorso pubblico nell’era dello spettacolo”, recentemente edito da Marsilio in Italia. Postman scriveva dopo la campagna elettorale da cui uscì vincitore l’ex-attore Ronald Reagan. Era il 1984, e la mente non poteva che correre a George Orwell e alla sua distopia. Ma Postman riconosce nel mondo attuale uno scenario ben più drammatico di quelloimmaginato dalla scrittore inglese. Non esiste un Grande Fratello che censura, controlla, schiavizza. Postman denuncia la somiglianza con il “Mondo nuovo” dell’omonimo romanzo di Aldous Huxley, in cui i libri, lo scrivere, l’informazione non sono né vietati né censurati, ma più subdolamente nessuno prova più interesse nei loro confronti: la gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. Non esiste un Grande Fratello ma il Grande Fratello presso il quale cercano rifugio migliaia di uomini. Questa tendenza ha invaso anche il dibattito politico e la politica stessa. Politica, religione, notizie, sport, educazione, economia, tutto è diventato un appendice della grande industria dello spettacolo, e nessuno protesta, anzi nemmeno ci bada. Siamo tutti pronti a divertirci da morire afferma Postman. E mai analisi fu più azzeccata, basta pensare che molti hanno dichiarato di aver assistito al teatrino del dibattito elettorale Prodi-Berlusconi per divertimento. Ronald Reagan era l’esempio più eclatante, l’avanguardia di quegli uomini politici che avrebbero dominato le scene dei decenni successivi, i tele-populisti come vengono chiamati da Vincenzo Susca nel recente saggio “Ai confini dell’immaginario”. Arnold Schwarzeneger e per altri versi Silvio Berlusconi ne sono solo l’esempio più immediato. Ma ormai ogni uomo politico deve rientrare nel gioco di un subdolo reality show in cui la posta in gioco è la democrazia.

Vezzoli sceglie per la sua immaginaria campagna elettorale proprio un’attrice, rappresentante esplicita del mondo della celluloide e della finzione, e un filosofo, che rappresenta la ricerca della verità attraverso l’interpretazione della realtà. Ma entrambi utilizzano le stesse tecniche, si vendono allo stesso modo all’elettorato. Per realizzare “Democracy” Vezzoli ha consultato alcuni dei più importanti media advisor del momento. I discorsi, i movimenti, le espressioni di Sharon Stone sono state studiate da Mark McKinnon, consulente dell’ultima campagna elettorale di Gerorge W. Bush. Per Bernard-Henry Levy invece gli strateghi della vittoria di Bill Clinton, Bill Knapp e Jim Mulhall. Nessun tentativo di dare un colore politico all’uno o all’altro candidato. Gli spot elettorali sono speculari, i candidati si chiamano Patricia Hill e Patrick Hill. Non hanno più importanza i contenuti ma la fotogenia, la sicurezza, la retorica. Il discorso politico non risponde più alle regole dell’argomentazione, della logica, ma si sottomette alle forche caudine dei formati televisivi (1). Ormai la televisione è diventata il luogo principe del confronto politico, Porta a Porta è la terza Camera del nostro Paese, i voti di milioni di elettori sembrano dipendere da ceroni, impostazioni della voce, giacche e cravatte.  E la televisione comunica soprattutto per immagini, una forma non adeguata al contenuto che deve essere espresso in uno scontro politico: la forma è contro il contenuto (2), lo esclude. Ma forse ci si trova davanti solo alla punta dell’iceberg del problema. Bisogna domandarsi, infatti, se nella politica esistono ancora contenuti.

Francesco Vezzoli decostruisce e analizza in “Democrazy” i subdoli sistemi di manipolazione ideologica di massa, facendo propria la preoccupazione di Neil Postman del 1985: l’arena televisiva comporta  una sostanziale riduzione della democrazia anche nei paesi sviluppati.

 Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

 

(1) Menduni E., Introduzione a “Divertirsi da morire”, Postman N., Marsilio (2002)

(2) Postman N., “Divertirsi da morire”, op.cit., p. 21

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola

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