Arte

Mostre in corso

Televisione

Musica

Film

Sindrome di Alzheimer

Teatro

Libri

Links

Redazione

La scrittura, il cinema, il teatro secondo Dacia Maraini

di Antonella Fontanella

Intervista alla grande scrittrice Dacia Maraini, presente il 10 ottobre al Centro Culturale Candiani di Mestre per conversare su La lunga vita di Marianna Ucrìa, il suo romanzo da cui Roberto Faenza ha tratto un film.

 Iscriviti alla newsletter


iscriviti cancellati

 

Titolo La lunga vita di Marianna Ucria

Dati 272 p.

Anno 1992

Editore: Bur

Euro. 7,80

Ordina da IBS Italia

 


My status

Locations of visitors to this page

 

 

 

 

 

Nell’ambito di una breve rassegna organizzata dal Centro Donna di Mestre e intitolata Dal romanzo al film, il 10 ottobre 2007 il Centro Culturale Candiani ha ospitato la grande scrittrice Dacia Maraini, che ha conversato con la responsabile del Centro Donna, Gabriela Camozzi, in relazione al   suo romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria”, da cui Roberto Faenza ha tratto il film che è stato proiettato dopo il dibattito.

 La storia, ambientata nel Settecento siciliano,  narra di Marianna Ucrìa,  sordomuta a causa di un trauma, che può comunicare con il mondo che la circonda soltanto attraverso la scrittura.

«Per Marianna», spiega la Maraini, «la scrittura non è un piacere, è una necessità, attraverso la scrittura riesce a comunicare qualche cosa alla sua famiglia, alle persone con cui vorrebbe parlare e non può. Marianna, in quanto donna privata di parola, acquista un’autonomia che non le spettava, poiché, a metà Settecento, i sordomuti erano considerati incapaci di intendere e di volere, tenuti lontani anche dalla Chiesa poiché ritenuti privi della capacità  di  intendere  la voce di Dio. Proprio per questo motivo la scrittura è uno strumento di grande crescita e di grande forza per tutte le persone».

Interrogata sulla versione cinematografica di Faenza, la scrittrice ha espresso il parere secondo cui cinema e  scrittura  sono talmente diversi da non essere paragonabili.  Per la Maraini, il linguaggio cinematografico  va visto come un linguaggio «prevalentemente basato sulle immagini, le parole sono sussidiarie». Il romanzo, al contrario, è costituto da parole che «suggeriscono  immagini interiori ma non le danno. Il valore formativo del romanzo è proprio questo: fare di ogni lettore un protagonista, poiché chi legge un romanzo lo riscrive nella sua mente. Cinema e letteratura sono delle arti, che, seppur in relazione, sono completamente diverse e vanno giudicate separatamente, in maniera assolutamente diversa, con  criteri estetici differenti».

La Maraini, ha spiegato, inoltre, la differenza  abissale che sussiste   tra  letteratura e   teatro: «Il linguaggio letterario è un linguaggio orizzontale, in quanto è lo svolgimento del tempo narrativo, mentre il teatro è l’opposto, è una pietrificazione del tempo, tutto si riconduce al presente anche quando si parla di avvenimenti passati, ed  è per questo che il teatro è l’arte più politica che ci sia. Più del cinema, più della letteratura. Presuppone, infatti, la presenza dell’attore e del pubblico. Il teatro ha questa capacità straordinaria di essere antico e moderno insieme, di rappresentare, simbolicamente, la realtà del momento».

 Dopo il dibattito, Dacia Maraini ha rilasciato la seguente intervista:

 Signora Maraini, poco fa  si è discusso sulla differenza tra cinema e letteratura. Ma secondo lei, quali sono gli aspetti del romanzo che Roberto Faenza è riuscito a rendere meglio?

Beh, la condizione della sordomuta in Sicilia, nel Settecento. Credo che l’ambientazione sia fatta molto bene.

La Woolf, nel saggio Una stanza tutta per sé (1929) sottolineò quanto fosse importante, per la donna, il raggiungimento dell’indipendenza economica e psicologica dall’uomo per poter scrivere e avere un ambiente protetto in cui poter concentrarsi….

Certo, riflettere.

…Esortava, inoltre, le donne, a scrivere orgogliose di essere donne senza dimenticare, però, che la mente dell’artista dovrebbe essere androgina. Lei è d’accordo con quest’ultima affermazione?
Sì, però, bisogna anche tenere conto che la storia ha creato delle differenze pure  in profondità. Androgina. Si. Ma la storia non è androgina, la storia è una storia di separazione. E quando uno scrive non può evitare di parlare anche di questa separazione.

Ritiene che la libertà di esprimersi attraverso la scrittura sia stata acquisita da tutte le culture?

Beh, tutte le società primitive non avevano la scrittura. La scrittura è una grande forza, è una forma di emancipazione. La scrittura dà autonomia, dà forza. Dà capacità di esprimere in profondità cose che il linguaggio orale non riesce a comunicare.

 Lei ha scritto molte opere per il teatro. Qual è la sua idea di teatro?

L’ho detto prima, per me il teatro è il luogo politico per eccellenza, il luogo dove si discute sull’etica, veramente sul comportamento, sul rapporto dell’uomo con gli altri uomini, e sul rapporto dell’uomo con Dio.

 C’è un tipo di teatro che non le piace?

Il teatro d’evasione non mi piace. Secondo me il teatro ha una forza simbolica tale che va usato per quello che è: ossia un luogo politico per eccellenza, senza diventare pedanti. Si può essere politici e far ridere, essere meravigliosi, essere poetici. Non è che deve essere una cosa pedante. Per esempio nelle grandi tragedie greche c’era di tutto, anche l’umorismo.

Proprio per il teatro lei ha scritto un testo su Suor Juana Inés de la Cruz, suora scrittrice vissuta nel Messico del Seicento, in piena inquisizione. Cos’è che più l’ha affascinata di questo personaggio?

Il suo grande senso di libertà. Lei aveva intelligenza e cultura, per questo si mise a studiare la geografia, la storia, la filosofia. Ma ad un certo punto ha voluto dire la sua sul libero arbitrio e allora  è ostacolata dalla Chiesa che l’ha costretta a smettere di scrivere.  Fino a quel momento le era stato permesso di scrivere solo di altre cose.

A proposito di Chiesa, il Papa spesso è solito sostenere che bisogna difendere la famiglia naturale. Cosa pensa del concetto di famiglia naturale?

Penso che sia un’aberrazione, penso che non esista la famiglia naturale. La natura vuole la violenza del più forte sul più debole. In natura il più forte si mangia il più debole. Non c' è niente da fare, è questa la legge della natura. Poi la famiglia non c’è in natura perché i figli si accoppiano con i padri, con le madri, i fratelli con le sorelle. Quindi il concetto di famiglia che ha la Chiesa è profondamente strutturale e storico, è un prodotto culturale. Non ha niente a che vedere con la natura.

In un articolo apparso sul  “Corriere” del 26 novembre 2006 lei esortava ad accettare l’umile richiesta di Welby, «un uomo che desiderava la morte proprio perchè amava tanto la vita».

Che cosa le è rimasto più impresso di tale vicenda?

La cosa che mi ha colpito di più è il fatto che la Chiesa gli ha impedito di fare un funerale come lui avrebbe voluto. Mi ha colpito che ci sia  questa rigidità.

Proprio l’altro giorno ho letto una lettera a Repubblica in cui si diceva: -“ Ma come, a Pavarotti che aveva due mogli, è stato permesso il funerale, e a Welby no?!”. ( sorride)

Nei suoi romanzi ha spesso raccontato storie di violenze ai danni di donne e bambini. Considera importante una scrittura che è legata all’impegno civile?

Mah, a me viene naturale. Non è un progetto. Non penso che sia mio dovere. Lo faccio perché mi viene spontaneo.

Grazie e arrivederci.

Arrivederci.

Antonella Fontanella antos75@tiscali.it 

12 ottobre 2007

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola