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Nell’ambito di una breve rassegna organizzata dal Centro
Donna di Mestre e intitolata Dal romanzo al film,
il 10 ottobre 2007 il Centro Culturale Candiani
ha ospitato la grande scrittrice Dacia Maraini,
che ha conversato con la responsabile del Centro Donna,
Gabriela Camozzi, in relazione al suo romanzo
“La lunga vita di Marianna Ucria”, da cui
Roberto Faenza ha tratto il film che è stato
proiettato dopo il dibattito.
La storia, ambientata nel Settecento siciliano, narra di
Marianna Ucrìa, sordomuta a causa di un trauma, che può
comunicare con il mondo che la circonda soltanto attraverso
la scrittura.
«Per Marianna», spiega la Maraini, «la scrittura
non è un piacere, è una necessità, attraverso la scrittura
riesce a comunicare qualche cosa alla sua famiglia, alle
persone con cui vorrebbe parlare e non può. Marianna, in
quanto donna privata di parola, acquista un’autonomia che
non le spettava, poiché, a metà Settecento, i sordomuti
erano considerati incapaci di intendere e di volere, tenuti
lontani anche dalla Chiesa poiché ritenuti privi della
capacità di intendere la voce di Dio. Proprio per questo
motivo la scrittura è uno strumento di grande crescita e di
grande forza per tutte le persone».
Interrogata sulla versione cinematografica di Faenza,
la scrittrice ha espresso il parere secondo cui cinema e
scrittura sono talmente diversi da non essere
paragonabili. Per la Maraini, il linguaggio
cinematografico va visto come un linguaggio «prevalentemente
basato sulle immagini, le parole sono sussidiarie». Il
romanzo, al contrario, è costituto da parole che «suggeriscono
immagini interiori ma non le danno. Il valore
formativo del romanzo è proprio questo: fare di ogni lettore
un protagonista, poiché chi legge un romanzo lo riscrive
nella sua mente. Cinema e letteratura sono delle arti, che,
seppur in relazione, sono completamente diverse e vanno
giudicate separatamente, in maniera assolutamente diversa,
con criteri estetici differenti».
La Maraini,
ha spiegato, inoltre, la differenza abissale che sussiste
tra letteratura e teatro: «Il linguaggio letterario
è un linguaggio orizzontale, in quanto è lo svolgimento del
tempo narrativo, mentre il teatro è l’opposto, è una
pietrificazione del tempo, tutto si riconduce al presente
anche quando si parla di avvenimenti passati, ed è per
questo che il teatro è l’arte più politica che ci sia. Più
del cinema, più della letteratura. Presuppone, infatti, la
presenza dell’attore e del pubblico. Il teatro ha questa
capacità straordinaria di essere antico e moderno insieme,
di rappresentare, simbolicamente, la realtà del momento».
Dopo
il dibattito, Dacia Maraini ha rilasciato la seguente
intervista:
Signora Maraini, poco fa si è
discusso sulla differenza tra cinema e letteratura. Ma
secondo lei, quali sono gli aspetti del romanzo che Roberto
Faenza è riuscito a rendere meglio?
Beh, la condizione della sordomuta in Sicilia, nel
Settecento. Credo che l’ambientazione sia fatta molto bene.
La Woolf, nel saggio Una
stanza tutta per sé (1929) sottolineò quanto fosse
importante, per la donna, il raggiungimento
dell’indipendenza economica e psicologica dall’uomo per
poter scrivere e avere un ambiente protetto in cui
poter concentrarsi….
Certo, riflettere.
…Esortava, inoltre, le donne,
a scrivere orgogliose di essere donne senza dimenticare,
però, che la mente dell’artista dovrebbe essere androgina.
Lei è d’accordo con quest’ultima affermazione?
Sì, però, bisogna anche tenere conto che la storia ha creato
delle differenze pure in profondità. Androgina. Si. Ma la
storia non è androgina, la storia è una storia di
separazione. E quando uno scrive non può evitare di parlare
anche di questa separazione.
Ritiene che la libertà
di esprimersi attraverso la scrittura sia stata acquisita da
tutte le culture?
Beh, tutte le società primitive non avevano la scrittura. La
scrittura è una grande forza, è una forma di emancipazione.
La scrittura dà autonomia, dà forza. Dà capacità di
esprimere in profondità cose che il linguaggio orale non
riesce a comunicare.
Lei ha scritto molte opere per il teatro. Qual è la sua
idea di teatro?
L’ho detto prima, per me il teatro è il luogo politico per
eccellenza, il luogo dove si discute sull’etica, veramente
sul comportamento, sul rapporto dell’uomo con gli altri
uomini, e sul rapporto dell’uomo con Dio.
C’è un tipo di
teatro che non le piace?
Il teatro d’evasione non mi piace. Secondo me il teatro ha
una forza simbolica tale che va usato per quello che è:
ossia un luogo politico per eccellenza, senza diventare
pedanti. Si può essere politici e far ridere, essere
meravigliosi, essere poetici. Non è che deve essere una cosa
pedante. Per esempio nelle grandi tragedie greche c’era di
tutto, anche l’umorismo.
Proprio per il teatro lei ha
scritto un testo su Suor Juana Inés de la Cruz, suora
scrittrice vissuta nel Messico del Seicento, in piena
inquisizione. Cos’è che più l’ha affascinata di
questo personaggio?
Il suo grande senso di libertà. Lei aveva intelligenza e
cultura, per questo si mise a studiare la geografia, la
storia, la filosofia. Ma ad un certo punto ha voluto dire la
sua sul libero arbitrio e allora è ostacolata dalla Chiesa
che l’ha costretta a smettere di scrivere. Fino a quel
momento le era stato permesso di scrivere solo di altre
cose.
A proposito di Chiesa, il Papa spesso è solito sostenere che
bisogna difendere la famiglia naturale. Cosa pensa del
concetto di famiglia naturale?
Penso che sia un’aberrazione, penso che non esista la
famiglia naturale. La natura vuole la violenza del più forte
sul più debole. In natura il più forte si mangia il più
debole. Non c' è niente da fare, è questa la legge della
natura. Poi la famiglia non c’è in natura perché i figli si
accoppiano con i padri, con le madri, i fratelli con le
sorelle. Quindi il concetto di famiglia che ha la Chiesa è
profondamente strutturale e storico, è un prodotto
culturale. Non ha niente a che vedere con la natura.
In un articolo apparso sul “Corriere” del 26
novembre 2006 lei esortava ad accettare l’umile richiesta di
Welby, «un uomo che desiderava la morte proprio perchè
amava tanto la vita».
Che cosa le è rimasto più impresso di tale vicenda?
La cosa che mi ha colpito di più è il fatto che la Chiesa
gli ha impedito di fare un funerale come lui avrebbe voluto.
Mi ha colpito che ci sia questa rigidità.
Proprio l’altro giorno ho letto una lettera a Repubblica in
cui si diceva: -“ Ma come, a Pavarotti che aveva due mogli,
è stato permesso il funerale, e a Welby no?!”. ( sorride)
Nei suoi romanzi ha spesso raccontato storie di violenze ai
danni di donne e bambini. Considera importante una scrittura
che è legata all’impegno civile?
Mah, a me viene naturale. Non è un progetto. Non penso che
sia mio dovere. Lo faccio perché mi viene spontaneo.
Grazie e arrivederci.
Arrivederci.
Antonella
Fontanella
antos75@tiscali.it
12 ottobre
2007 |