Pagine
web, telefonia mobile, giornali on-line, tv tematiche. La
comunicazione si polverizza e da ogni pezzetto di carta
stracciata nasce un nuovo canale di informazione. Più
piccolo, più agevole, più
veloce.
I grandi eventi arrivano in video grazie a riprese fortuite,
amatoriali. Il materiale presente in rete diventa notizia da
prima pagina, il telegiornale mostra immagini riprese da
YouTube in una sorta di metacomunicazione
sempre più contaminata. E chi sfoglia un quotidiano è oramai
guardato con stupore. Tanto che l’editore del
New York
Times non crede che il suo giornale sarà
ancora in edicola nel 2043. Da questa considerazione prende
spunto
Vittorio
Sabadin, caporedattore e vicedirettore de
La Stampa dal 1986 al 2006, per il suo
saggio
L’ultima
copia del New York Times (ed. Donzelli, Roma
2007). Il testo fotografa lucidamente l’attuale situazione
dei quotidiani italiani, americani ed europei ed analizza il
modo in cui questi cerchino di adeguarsi alla concorrenza
digitale. La carta stampata è stata perlopiù colta
impreparata dalla continua innovazione tecnologica che ha
finito per sdoganare i banchi delle edicole con un
clic.
Sabadin parte dal recente cambiamento dei formati inglesi e
dalla storia della
free press
per arrivare al nucleo centrale della questione: come può la
carta stampata sopravvivere ad Internet e cosa farà il
giornalista del futuro?
L’informazione on-line è più immediata, più aggiornata e
fruibile gratuitamente in ogni momento. Inoltre i motori di
ricerca hanno sempre più vasta copertura ed i contenuti sono
perlopiù affidabili, vere e proprie fonti di notizie. Il
lettore continua però a preferire le notizie provenienti da
fonti autorevoli e la testata giornalistica diventa brand
riconosciuto, affidabile,
cliccato.
Perchè non usufruirne spostando il contenuto in rete,
dunque? Di fronte a questa prospettiva, incredibilmente, si
sono levate le stesse voci scettiche che, nel secolo scorso,
non avrebbero scommesso sul successo della
free press.
Il meccanismo è lo stesso: basarsi soltanto sugli introiti
pubblicitari. Nonostante le agenzie di stampa aprano in
continuazione siti propri e le testate giornalistiche
digitali si moltiplichino, i giornali on-line di derivazione
cartacea costituiscono comunque un canale preferenziale
proprio per la loro storia ed una sorta di affezione da
parte dei lettori che hanno stabilito con il proprio
quotidiano un rapporto di fiducia continuativo nel corso
degli anni. Internet come minaccia ma anche come prospetiva
di sviluppo, dunque. Il web può essere infatti un grande
strumento di divulgazione e può in questo modo contribuire
alla
salvezza del giornale cartaceo.
Se
in America ed in gran parte d’ Europa la sfida è stata
raccolta, seppur all’interno dell’annoso dibattito fra
apocalittici ed integrati, in Italia si fatica molto di più
ad unificare redazioni e figure professionali. Quotidiani
come il
New York Times o il
Washington
Post
lavorano da tempo con una sola redazione che si
occupa sia del cartaceo sia del web, con giornalisti che
sono sempre più figure a tuttotondo. In Italia la categoria
reagisce con il rigurgito pigro e snobistico della
casta
a cui appartiene. Come se l’Ordine proteggesse da ogni
pericolo, da ogni mutamento. Come se la figura del reporter
a caccia di notizie non fosse defunta da anni, e non
soltanto con l’avvento di Internet. Come se il supporto
potesse in qualche modo compromettere la dignità del
contenuto. Veri e propri gattopardi, i giornalisti italiani
sono restii a rendere più dinamica la propria professione.
Ne è un esempio il fallito tentativo di
Ferruccio De
Bortoli di unificare le redazioni de
Il Sole 24
Ore e
Il
Sole24Ore.com.
Proprio alla figura del giornalista Sabadin dedica una parte
consistente del suo libro. Descrive come
giornalista
del futuro, appunto, un professionista in grado
di destreggiarsi con i più svariati supporti e formati, con
i vari programmi e linguaggi per rivolgersi a tutte le fasce
di pubblico. La questione più spinosa rimane invece quella
relativa a chi sarà il vero giornalista. Lo scenario che si
sta aprendo è infatti quello di una piattaforma onnivora in
cui tutti possono fare informazione. Chi riprende un evento
fa notizia. Molti blog sono più visitati degli stessi
giornali. Paradossalmente, alcuni contenuti portati in rete
da comuni utenti del web sono addirittura migliori di quelli
istituzionali.
Non si sa quindi chi sarà o non sarà il giornalista; di
sicuro stiamo andando verso un’informazione sempre più
diversificata ed aggregata a livello di supporti. Ogni
lettore potrà quindi creare la sua personale scaletta di
notizie come un palinsesto televisivo. Una prospettiva del
tutto nuova che l’autore illustra è proprio quella dell’
e-paper, che anche
la Repubblica
sta sperimentando. Si tratta di un quotidiano elettronico,
leggibile su di un leggerissimo foglio dotato di
microparticelle caricabili di inchiostro positivamente o
negativamente. Se dovesse avere successo, i giornali
dovranno sempre più diversificare l’offerta adattandosi
finanche al singolo utente che ne diventerebbe, in pratica,
il direttore. In sostanza, sia che la crei, sia che la
richieda, sarà sempre di più il lettore a dettare legge,
ribellandosi alle agende setting imposte da agenzie e
redazioni. Lo stesso tipo di analisi potrebbe essere fatto
per il sistema televisivo: la televisione generalista sta
perdendo sempre più piede e assieme ad essa i
centri di
potere mediatico e gli
opinion
leader politico-salottieri.
Potrebbe essere l’avvento di una nuova
rivoluzione culturale. Una rivoluzione che parta dai
supporti per moltiplicare e migliorare i contenuti.
Martina
Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
2 marzo
2007
Nella foto: la nuova sede del New York Times nel centro di
Manhattan