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Crack di Charles R. Morris

di Giovanni Carlone

Come siamo arrivati al collasso del mercato e cosa ci riserva il futuro.

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Pensare che ‘magicamente’ e soprattutto ‘improvvisamente’  il disastro concentrato nel settore dei mutui, gli ormai famigerati subprime, i cosiddetti prestiti ninja (no income, no job, no asset), abbia congelato il mercato del credito, provocato il fallimento di storici istituti bancari (vedi Lehman Brothers) e portato il mercato sull'orlo di un collasso finanziario senza che nessuno degli operatori sia intervenuto, è difficile da credere.  Eppure le sirene di allarme da parte degli osservatori e degli addetti ai lavori, già all'inizio dell’anno scorso, ci sono state. Tra quelli che avevano intuito un simile tsunami c'è l'avvocato ed ex banchiere Charles Morris, che in questo libro descrive come la nascita della cosiddetta "finanza strutturata", l'assenza di regolamentazione e soprattutto il grande successo del mercato dei derivati, abbiano alimentato la bolla creditizia la cui implosione sta creando danni incalcolabili. Ciò che rende unica questa crisi, sottolinea Morris, è che "l'innovazione finanziaria" ha permesso di convertire istantaneamente la bolla dei mutui ipotecari in una fonte di finanziamento per la spesa dei consumatori, raddoppiando in questo modo l'ammontare del debito.

La palla di neve dei subprime è divenuta così una valanga. Questi erano pari al 2% del credito totale interno agli Stati Uniti e anche un totale mancato rimborso sarebbe stato assorbito dai capitali finanziari esistenti, se si fosse capito per tempo che doveva essere sistemata subito questa partita. La si è lasciata invece incancrenire causando le prime dichiarazioni di insolvenza le quali, creando panico sul mercato, hanno solo sortito l’effetto di ingrossare la valanga, la cui dimensione è oggi incalcolabile (si parla di 10 trilioni di dollari): essa non ha più origine nei subprime, ma nel mercato stesso.

Oggi il valore degli asset è di gran lunga inferiore alla piramide di debiti che è stata costruita sulla loro base e questo genera un problema di solvibilità, non di liquidità. Inondando il sistema con sempre più credito le istituzioni pubbliche (come il piano Paulson intende fare) rischiano di peggiorare la situazione.

"Stiamo assistendo agli ultimi giorni di un altro ciclo politico-ideologico durato venticinque anni: il rantolo del capitalismo finanziario selvaggio propagandato dalla Scuola di Chicago".

“Questo sistema finanziario ipertrofico - conclude Morris - deve fare una drastica cura dimagrante e ritornare a vendere beni e servizi reali. Affinché ciò accada, però, è necessario un periodo di recessione: prima lo affronteremo, meglio sarà.”

Vari sono i processi economici che devono avviarsi perché la crisi possa indirizzarsi verso una soluzione soddisfacente:

1.      Deve diminuire l’indebitamento privato, sia quello delle famiglie, sia quello delle istituzioni finanziarie e industriali: la società costruita sul debito è all’origine di questa crisi. Quindi se il risparmio aumenta, la crescita ne risentirà.

2.      E’ necessario quantificare le perdite del settore finanziario. Infatti le stime variano e aumentano col passare del tempo, in quanto il toxic waste è nascosto in tutti i bilanci delle istituzioni finanziarie, bancarie, assicurative e industriali.

3.      Deve continuare con maggior decisione il processo di ricapitalizzazione del sistema finanziario

In uno dei blog per economisti più frequentati, il 10 gennaio di quest’anno uno degli utenti scriveva: “Economic power comes with money, and today the US doesn’t have it: Asia and the Gulf have.” Poche parole che esprimono molto bene, a mio parere, il prossimo futuro verso cui ci dirigiamo: una riorganizzazione geopolitica e geoeconomica a livello globale è inevitabile. L’Europa ha oggi un’occasione straordinaria per far sentire la propria voce, ma solo se saprà farlo in maniera decisa e coordinata. Questo compromesso geopolitico fra le grandi sfere di influenza politica attuali dovrà tradursi in regole generali prima, e poi in regole differenti da regione a regione: da questo punto di vista l’Europa è la macro-area che ha il know how più avanzato e sperimentato, anche se non privo di errori.

E’ interesse di tutti – americani, cinesi, europei e russi – arrivare a un nuovo accordo per tamponare la crisi e per renderla gestibile. Si tratta solo di vedere se, come afferma la frangia liberista, sia necessario resistere e ampliare gli spazi di mercato, in modo che la tempesta sia più violenta ma più breve; o come affermano coloro che si definiscono pragmatici, sia meglio tamponare la crisi con un coinvolgimento diretto dello Stato, col rischio però di trasferire sull’economia reale (le varie Main Street) il peso dell’operazione.

Giovanni Carlone

21 novembre 2008

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola