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Pensare
che ‘magicamente’ e soprattutto ‘improvvisamente’
il disastro concentrato nel settore dei mutui, gli ormai
famigerati subprime, i cosiddetti prestiti ninja
(no income, no job, no asset), abbia congelato il
mercato del credito, provocato il fallimento di storici
istituti bancari (vedi Lehman Brothers) e portato il
mercato sull'orlo di un collasso finanziario senza che
nessuno degli operatori sia intervenuto, è difficile da
credere. Eppure le sirene di allarme da parte degli
osservatori e degli addetti ai lavori, già all'inizio
dell’anno scorso, ci sono state. Tra quelli che avevano
intuito un simile tsunami c'è l'avvocato ed ex banchiere
Charles Morris, che in questo libro descrive
come la nascita della cosiddetta "finanza strutturata",
l'assenza di regolamentazione e soprattutto il grande
successo del mercato dei derivati, abbiano alimentato la
bolla creditizia la cui implosione sta creando danni
incalcolabili. Ciò che rende unica questa crisi, sottolinea
Morris, è che "l'innovazione
finanziaria" ha permesso di convertire istantaneamente la
bolla dei mutui ipotecari in una fonte di finanziamento per
la spesa dei consumatori, raddoppiando in questo modo
l'ammontare del debito.
La palla di neve
dei subprime è divenuta così una valanga. Questi
erano pari al 2% del credito totale interno agli Stati Uniti
e anche un totale mancato rimborso sarebbe stato assorbito
dai capitali finanziari esistenti, se si fosse capito per
tempo che doveva essere sistemata subito questa partita. La
si è lasciata invece incancrenire causando le prime
dichiarazioni di insolvenza le quali, creando panico sul
mercato, hanno solo sortito l’effetto di ingrossare la
valanga, la cui dimensione è oggi incalcolabile (si parla di
10 trilioni di dollari): essa non ha più origine nei
subprime, ma nel mercato stesso.
Oggi il valore
degli asset è di gran lunga inferiore alla piramide di
debiti che è stata costruita sulla loro base e questo genera
un problema di solvibilità, non di liquidità. Inondando il
sistema con sempre più credito le istituzioni pubbliche
(come il piano Paulson intende fare) rischiano di peggiorare
la situazione.
"Stiamo
assistendo agli ultimi giorni di un altro ciclo
politico-ideologico durato venticinque anni: il rantolo del
capitalismo finanziario selvaggio propagandato dalla Scuola
di Chicago".
“Questo
sistema finanziario ipertrofico -
conclude Morris - deve fare
una drastica cura dimagrante e ritornare a vendere beni e
servizi reali. Affinché ciò accada, però, è necessario un
periodo di recessione: prima lo affronteremo, meglio sarà.”
Vari sono i
processi economici che devono avviarsi perché la crisi possa
indirizzarsi verso una soluzione soddisfacente:
1.
Deve
diminuire l’indebitamento privato, sia quello delle
famiglie, sia quello delle istituzioni finanziarie e
industriali: la società costruita sul debito è all’origine
di questa crisi. Quindi se il risparmio aumenta, la crescita
ne risentirà.
2.
E’
necessario quantificare le perdite del settore finanziario.
Infatti le stime variano e aumentano col passare del tempo,
in quanto il toxic waste è nascosto in tutti i
bilanci delle istituzioni finanziarie, bancarie,
assicurative e industriali.
3.
Deve
continuare con maggior decisione il processo di
ricapitalizzazione del sistema finanziario
In uno dei blog
per economisti più frequentati, il 10 gennaio di quest’anno
uno degli utenti scriveva: “Economic power comes with
money, and today the US doesn’t have it: Asia and the Gulf
have.” Poche parole che esprimono molto bene, a mio
parere, il prossimo futuro verso cui ci dirigiamo: una
riorganizzazione geopolitica e geoeconomica a livello
globale è inevitabile. L’Europa ha oggi un’occasione
straordinaria per far sentire la propria voce, ma solo se
saprà farlo in maniera decisa e coordinata. Questo
compromesso geopolitico fra le grandi sfere di influenza
politica attuali dovrà tradursi in regole generali prima, e
poi in regole differenti da regione a regione: da questo
punto di vista l’Europa è la macro-area che ha il know
how più avanzato e sperimentato, anche se non privo di
errori.
E’ interesse di
tutti – americani, cinesi, europei e russi – arrivare a un
nuovo accordo per tamponare la crisi e per renderla
gestibile. Si tratta solo di vedere se, come afferma la
frangia liberista, sia necessario resistere e ampliare gli
spazi di mercato, in modo che la tempesta sia più violenta
ma più breve; o come affermano coloro che si definiscono
pragmatici, sia meglio tamponare la crisi con un
coinvolgimento diretto dello Stato, col rischio però di
trasferire sull’economia reale (le varie Main Street)
il peso dell’operazione.
Giovanni Carlone
21 novembre 2008 |