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L’ecologia
è sempre più
lontana dalle procedure della democrazia. Eppure sarebbe
possibile risanare la crisi partendo proprio dalle tematiche
ambientali. Ne parliamo con Daniele Ungaro,
professore di Sociologia Politica presso le Università di
Teramo e Trieste ed autore del libro “Democrazia ecologica”
(ed. Laterza, Milano 2006).
D. Professor
Ungaro, nel Suo libro “Democrazia ecologica” Lei parla di
“sviluppo socialmente sostenibile”: quanto crede che
l’Italia sia ancora lontana dal raggiungere risultati
importanti in tal senso?
R. Lontanissima.
In Italia c’è stato un fenomeno definibile di accumulazione
senza sviluppo. Questo deriva da precise cause culturali e
storiche. A modo suo Pasolini l’aveva capito con la celebre
metafora della “scomparsa delle lucciole”. Anche se
l’intuizione conteneva ancora qualcosa di nostalgico, il
dolore di un “ritorno” ad un’autenticità popolare perduta.
Lasciando stare la storia, la principale causa culturale la
identifico nella prevalenza del piccolo gruppo
sull’individuo da una parte e sulla società dall’altra. Il
piccolo gruppo è repressivo nei confronti dell’individuo e
nel contempo regressivo nei confronti della società.
Permette l’accumulazione di vantaggi e privilegi, non uno
sviluppo equamente diffuso e per l’appunto “socialmente
sostenibile”.
D. Quali ritiene
che siano i Paesi all’avanguardia, da prendere come
“modelli”?
R. Specificando
che non esiste “l’ecologia in un solo paese” e che al
contempo esistono “vie nazionali” allo sviluppo socialmente
sostenibile, i paesi in cui la modernità (fase ormai
conclusa) ha rappresentato la fuga (vittoriosa) dal piccolo
gruppo sono avvantaggiati. Penso al Nord Europa
specialmente.
D. Democrazia e
tecnica: quali cause hanno generato un così grosso
conflitto?
R. Essenzialmente
a partire dalla bomba atomica il sorgere della scienza
post-normale, quella cioè non più in grado di calcolare gli
effetti delle sue applicazioni. Ma se io non sono più in
grado di fare ciò, perdo un aspetto base della tecnica
scientifica moderna (e normale), la possibilità democratica
di controllo anche da parte del senso comune. La tecnica
scientifica si trasforma allora in magia, può trasformare in
maniera incomprensibile ogni essere vivente senza una
richiesta di verifica degli effetti conseguenti. Ma la magia
è incompatibile con la democrazia, perché solo gli iniziati
diventano i depositari delle scelte.
D. Cosa intende
per “diritto del giorno dopo”?
R. L’incapacità di
un sistema sociale, il diritto, nel regolare gli aspetti
distruttivi del progresso scientifico. Per cui si riesce a
regolare solo quello che si è già verificato. Si pensi
all’amianto. Il riconoscimento della sua nocività si è
giuridicamente affermato solo per risarcire i morti. Troppo
tardi.
D. I nuovi
movimenti sociali potranno accelerare in qualche modo lo
sviluppo di una democrazia ecologica?
R. Sì, se non
diventerà una lotta tra stregoni. Contro la magia della
tecnica scientifica incontrollabile, la magia della
soluzione attraverso l’azione. I movimenti possono essere
“il sale della terra”, ma non la scatola delle soluzioni
pronte.
D. Nel corso della
Sua analisi si sofferma lungamente sul fattore dei costi
sociali, incolpando il modello liberista di eccessiva ed
ottusa autoreferenzialità decisionale: pensa che la
situazione sia destinata a cambiare? Quali scenari immagina
per il futuro?
R. La sbornia
liberista post-1989 si sta placando, a livello
intellettuale. Ormai da più parti si riflette seriamente sui
costi sociali, sull’esistenza di beni pubblici (si pensi
all’acqua), sulla “lunghezza degli effetti causali”
derivanti dalla tecnica scientifica, sulla rilevanza del
sapere profano. A livello politico questo è ancora meno
avvertito, ma preso le cose inizieranno a cambiare anche sul
piano delle policies. Mi aspetto uno scenario di maggiore
consapevolezza ambientale, a livello globale. La questione
riguarda se la velocità dei cambiamenti di policy riuscirà a
stare dietro alla velocità degli effetti derivanti da
politiche sbagliate.
R. Nella seconda
parte del libro Lei cita il caso Monfalcone ed il caso
Marghera per dimostrare come lo Stato ed il mercato non
siano riusciti a tutelare la popolazione dal fattore
“rischio”. Può brevemente illustrare le Sue posizioni in
proposito?
R. Il rischio è
una scelta (altrimenti si parla di pericolo….) quindi se io
come individuo sono sottoposto a dei rischi è perché io lo
ho scelto o qualcuno lo ha scelto per me. Queste sono
questioni pubbliche che come tali devono essere trattate,
anche in forma innovativa rispetto alle vecchie forme di
rappresentanza e di scelta. Propongo uno slogan “Nessun
rischio senza rappresentanza degli stakeholders”. Cioè
ognuno di noi ha una posta in palio, nelle questioni
ambientali, quindi deve essere interpellato.
D. Ripartire
dall’ecologia per superare la crisi democratica, dunque…
R. L’aspetto più
grave e meno avvertito della crisi democratica è la pratica
esclusione del dibattito ecologico dalle procedure
democratiche.
Martina
Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
3 aprile 2007
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