"Gatti da tetto":
tutti i colori del Centro America di inizio anni '90 nel
libro di Rolo Dìez
Iscriviti alla newsletter
I
gatti randagi, si sa, si arrangiano come possono. Si
dividono le fette di territorio non ancora occupato con
fratellanza e solidarietà. Nella Città del Messico dei primi
anni Novanta i gatti randagi sono soliti occupare i
sottotetto. Spazi inesistenti, avanzi fra le mura degli
appartamenti di periferia. Scampoli di cemento sfuggiti alla
bulimia palazzinara che partorisce dormitori ai margini
della megalopoli, formicai per operai senza speranza e
giovani senza futuro. In questi spazi i gatti vanno a farsi
il loro nido. Perché anche quelli più randagi, alla fine,
hanno bisogno di un punto di riferimento, per piccolo che
sia. Così anche Clara e Don Mario finiscono
tra i muri portanti e le gronde di un formicaio di città, ad
abitare le superfici sottili che separano le famiglie e le
vite, una miseria dall’altra. Le abitano, le arredano, le
abbelliscono. E si inventano un amore per superare le
rumorose notti metropolitane.
Don Mario
dispensa saggezza negli anfratti del povero edificio. È
stato un insegnante e un rivoluzionario. Quasi settantenne e
ancora non troppo disilluso, si adatta ad insegnare a
leggere e scrivere alle giovani ragazze del quartiere,
quelle che noi chiameremmo colf e badanti,
venute da lontano per racimolare qualche soldo. Fuori il
caos di una città enorme che sta cambiando. La sua fauna
variopinta, la droga, il rumore assordante, le continue
migrazioni. Nel sottotetto di Don Mario, l’antica semplicità
di giovani donne che imparano a leggere, a vivere e a
difendersi. E fanno sempre più domande sulla vita e sulla
società, per la gioia del loro mentore. E poi c’è Clara,
bella e ventenne. La più sveglia fra le allieve. Un sogno
talmente proibito per il vecchio professore, da tramutarsi
in realtà. Una realtà ambigua, i cui confini non sono mai
definiti. La realtà di due povere anime, un po’ amiche e un
po’ amanti. Che dormono insieme per risvegliare la vita e
per farsi compagnia. Una realtà che Julio non capirà
mai. E che, di fatto, non è tenuto a capire. Julio viene
dalla costa ed è il nuovo abitante del sottotetto. Quasi
scontata la sua immediata dedizione al saggio Don Mario.
Ancora più scontata la sua attrazione verso Clara, unica
nota di colore in quel mondo fatto di ombre e mosse furtive.
Don Mario, dal canto suo, guarda con occhio nostalgico e
paterno questo amore nuovo di zecca fra due anime tutto
sommato innocenti.
Nella
vita di Clara c’è però un brutto fantasma che ricompare
ciclicamente. È Ojeda, il padrone di casa con cui in
passato ha intessuto una breve relazione. Una relazione
fatta di ricatti, più che di passione. Ojeda è un povero
cristo che deve le sue ricchezze alla moglie. Una moglie
arcigna che lo maltratta e lo tradisce, ma dalla quale non
ha il coraggio di separarsi per non dover rinunciare alla
vita agiata alla quale si è abituato. La sua storia con
Clara è tormentata. Forse la ama, ma la sua mente non
rifugge le logiche della sudditanza tipiche di situazioni
del genere. Una povera cameriera di provincia ed il ricco,
volgare, cornuto mantenuto. Il copione è già scritto. E non
può essere a lieto fine.
Lui la
cerca e la copre di regali per poi, al primo cambio d’umore,
maltrattarla e ricattarla. Lei scappa e lui la perseguita
piangendo pentito. Fino al tragico, prevedibile epilogo.
Julio
impara la vita della capitale in un’officina e dai racconti
di Don Mario e immagina a malapena il passato e le alterne
vicende della sua amata. In fondo, lui è lì per restituirle
un’innocenza rubatale troppo presto. Un’innocenza che si
ritrova nei giochi amorosi della sera con il giovane,
ingenuo immigrato. Un’innocenza che si perde due metri sotto
terra, quando un braccio pallido della ragazza riemerge
dalla terra bagnata sotto gli occhi increduli di Julio e di
Don Mario, che giurano vendetta. Ed è sul loro sguardo
pietoso e in cerca di giustizia che, improvvisamente, si
volta pagina. Ci ritroviamo immersi nelle esistenze
consumate di cinque ultraquarantenni provenienti dai quattro
angoli del Sudamerica. Il Negro, il Rubio, il Cacho, il
Pelado e il Gordo. Un’altra storia, che finisce per
essere sempre la stessa. Ancora anime sperdute nella
capitale, alla ricerca del riscatto di tutta una vita.
Cinque ex
combattenti, ognuno impegnato nella sua rivoluzione. Ognuno
con le cicatrici della galera e della persecuzione. Non è
impresa facile, per la gente come loro, quello che si dice
rifarsi una vita. Ognuno ci prova come può. Vendono
libri, vendono sceneggiature, vendono il corpo. Spesso ai
limiti della legalità. Qualcuno facendosi pure un pacco di
soldi. Ma le cicatrici non si cancellano e le rivoluzioni
perdute reclamano le proprie ragioni. Ogni occasione è
buona per crearsi un rifugio angusto, con sigarette sempre
accese ed il bricco del mate sempre sul fuoco. Ogni
occasione è buona per ritrovarsi davanti a una bevuta a
progettare il colpo della vita. Quello che giustifichi
l’abitudine radicata alla clandestinità. L’occasione, quella
vera, si presenterà grazie al Rubio - il bello - e ad una
segretaria dalle gambe inconfondibili. A beneficiarne, con
un inatteso colpo di scena finale, un’anziana zitella che
vive in miseria e solitudine, comincia a fumare a
settant’anni e balla il tango col suo gatto.
Un libro
colorato ed affollato questo Gatti da tetto (Rolo
Dìez, Ed. Tropea, Milano 1999). Pubblicato in Messico nel
1992, ne descrive perfettamente l’atmosfera della capitale,
dove si riversano gli abitanti di mezzo continente.
Ispiratissimo, l’autore si (e ci) immerge completamente
negli odori e nel viavai della città. Un viavai fatto di
ragazzi perdigiorno, di mode che durano una stagione,
asfalto, chewing gum, caldo, cocaina e videogiochi. Una
selva informe che può risucchiarti senza che nessuno se ne
accorga. Un mondo di formiche stanche che si muovono
frenetiche verso la fine del millennio. Povera gente in
cerca di uno spazio fra un tetto e l’altro in cui dividere i
ricordi e le malinconie della sera. Gente in cerca soltanto
di serenità.
Ben
definita la caratterizzazione dei personaggi, soltanto
apparentemente distanti fra loro. La seconda parte del
libro, particolarmente impetuosa, lascia che la storia sia
raccontata dagli aneddoti e dalle battute dei suoi
protagonisti. Aneddoti che, nella loro semplicità, spiegano
benissimo i rapporti fra i paesi latinoamericani e le storie
dei loro abitanti.
Martina
Manescalchi
10 agosto 2009
Periodico registrato
il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore
Tommaso Martini
Direttore responsabile Edoardo
Semmola