|
« A vent’anni monsieur Dufay (Baudelaire) vestiva sempre
con un frac nero di un’ampiezza molto graziosa, con i
risvolti che una mano coltivata non lasciava in pace, e
portava un gilet lungo a dodici bottoni ma negligentemente
semiaperto su una camicia dai polsini plissettati. Oltre
alla cravatta floscia color sangue di bue sul solito abito
nero nella mano, guantata di rosa pallido –dico di “rosa”-
portava il suo cappello, superfluo per la sovrabbondanza di
una capigliatura a boccoli nerissimi che gli ricadeva sulla
spalle.» C. Cousin.
« Baudelaire era sempre molto
educato, molto altezzoso e untuosissimo nello stesso tempo,
c’era in lui qualcosa del monaco, del soldato e del
mondano.»
L. Cladel.
« Frequentavo la sera dei bordelli dove ci si divertiva
molto , come il Casino della rue Cadet, e là incontravo di
tanto in tanto Baudelaire che errava con un’espressione
sinistra in mezzo a ragazze che spaventava. Una sera aveva
intorno al collo una sorta di coda di topo gialla o verde,
comunque di un colore eccentrico, che gli serviva da
sciarpa.» C. Guys.
« Aveva al collo una cravatta di foulard rossa, sulla
quale ricadeva un enorme collo di camicia alla Colin, ed era
imprigionato in un grande paletot abbottonato e svolazzante
come una sottana. Aveva in lui del prete, della vecchia
donna e del commediante da strapazzo. Era soprattutto un
commediante da strapazzo.» J. Vallès.
« Non avevo mai visto Boudelaire in quello stato…
perorava, declamava, si vantava e si dimenava per correre al
martirio. “Hanno arrestato Flotte” diceva, “forse perché le
sue mani odoravano di polvere da sparo? Sentite le mie!” Per
quanto si sia pensato del coraggio di Baudelaire, nonostante
i dubbi sul colpo di temperino con il quale si graffiò al
ristorante Lescoffly e sul quale non so niente, quel giorno
era coraggioso e si sarebbe fatto ammazzare» J. Troubat.
« Un tavolino occupava il centro della pedana; lui vi si
teneva in piedi, in cravatta bianca, nel cerchio luminoso
diffuso da una lampada ad olio. La luce guizzava attorno
alle sue mani fini e mobili; lui metteva una certa
civetteria nel mostrarle; le mani avevano una grazia quasi
femminea nello stropicciare i fogli sparsi, negligentemente,
come a suggerire l’illusione della parola improvvisata… I
suoi polsini di tela molle si agitavano come le patetiche
maniche delle tonache. Sciorinava le sue frasi con una
unzione quasi evangelica; promulgava le sue predilezioni per
un maestro venerato con la voce liturgica di un vescovo che
enuncia una lettera pastorale… Indubbiamente, celebrava per
se stesso una messa di immagini gloriose; aveva la bellezza
grave di un cardinale delle lettere che officia davanti
all’Ideale.» C. Lemonnier.
« Invecchiato, scolorito, pesante nei movimenti anche se
era sempre magro, con i capelli bianche e una faccia sempre
rasata. Si sedeva da solo ad un tavolino, si faceva servire
un boccale di birra, una pipa che riempiva di tabacco,
accendeva, fumava: e tutto senza pronunciare una parola per
tutta la sera.» Philippe Audebrand.
Chi era Charles Baudelaire?
Come ha vissuto il grande poeta francese?
Qual è il rapporto tra la sua vita e la sua opera?
Giuseppe Montesano analizza approfonditamente il
contesto in cui Baudelaire è vissuto: il rapporto con sua
madre, le sue frequentazioni, la rivoluzione del ’48 e la
Parigi del III Impero, la fortuna, le disavventure, i debiti
e l’amore per Jeanne, la solitudine e la malattia. Niente
sfugge a Montesano. Questo saggio-romanzo (di 441
pagine), intrigante e dal sapore drammatico riesce a dare
una valida chiave di lettura dell’opera baudelairiana. A
qualcuno potrebbe dare fastidio la totale mancanza di note,
di cronologia e bibliografia; penso che la scelta
(probabilmente editoriale) giovi alla scorrevolezza del
testo e metta in risalto l’autosufficienza narrativa
dell’opera.
Mauro Tonolli
maurotonolli@sindromedistendhal.com
26 novembre 2007
La foto di Franca
Invernizzi è tratta dal sito
http://cinemaohcinema.splinder.com |