Arte

Mostre in corso

Televisione

Musica

Film

Sindrome di Alzheimer

Teatro

Libri

Links

Redazione

I ragazzi del massacro

di Martina Manescalchi

Il noir di Scerbanenco mai abbastanza celebrato

 Iscriviti alla newsletter


iscriviti cancellati

 

 

 

 

 

 

My status

Locations of visitors to this page

 

 

 

 

 

«Mi ricordo che avevo quattordici anni quando lessi il suo primo libro. Era il 1974, lei era morto da cinque anni, ed era una domenica pomeriggio in cui avrei fatto qualunque cosa pur di non fare i compiti. L'alibi migliore era mettersi a leggere, ma nella libreria di mio nonno, da cui ero andato a pranzo, non c'era niente di decente. Poi, vedo quegli strani occhi che mi fissano obliqui e stilizzati dalla costola bianca di un Giallo Garzanti, appena sopra il titolo, “I ragazzi del massacro”. Lo sfilo, lo apro, leggo l'inizio. (…) Da quel momento non ho potuto mollare il libro, catturato, affascinato e sconvolto da una realtà che non conoscevo, da pieghe nascoste del cuore umano che non credevo neppure esistessero, da un mistero feroce, malinconico e disperato raccontato come non credevo fosse possibile, con quelle parole semplici, dirette e crude, apparentemente formali e precisine come quelle dell'inizio. Non ho fatto i compiti, sono andato male all'interrogazione e alla fine non mi sono neanche laureato, ma ho letto tutti i suoi romanzi simili a quello e sono diventato uno scrittore anch'io.»

Carlo Lucarelli da Lettera di Carlo Lucarelli a Giorgio Scerbanenco

 I ragazzi del massacro (Giorgio Scerbanenco, ed. Garzanti, Milano, 1968) è uno di quei libri che, sull’onta del riflusso giallista proveniente da oltreoceano, andrebbero decisamente rispolverati. Un po’ come tutta la sconfinata produzione di Giorgio Scerbanenco. Terzo della serie dedicata a Duca Lamberti, il romanzo si apre su uno scenario truculento che vede lo scempio sul cadavere della maestrina Matilde Crescenzaghi. Stuprata, uccisa e seviziata in un’aula della scuola serale di Milano A. e M. Fustagni, l’omicidio della giovane appare subito come una bravata sfuggita di mano ai suoi indisciplinati alunni. Perché l’ A. e M. Fustagni non è un istituto come tutti gli altri. Ad affollarne le aule non sono i figli del boom economico al suono della campanella delle otto. A frequentare l’istituto sono i figli di quelli che dal boom economico sono rimasti fuori e si muovono come fantasmi nelle loro case fatiscenti fra Lambrate e Piazzale Loreto. Hanno fra i quattordici e i vent’anni e vanno a scuola in un orario in cui i loro coetanei escono per la passeggiata della sera, gli undici allievi della Crescenzaghi. E chi non ha il padre in galera, ha la madre che batte. A qualcuno, in vece, sono toccati entrambi i privilegi. Chi non ha genitori problematici cerca di scansare la miseria a suon di bicchieri e cazzotti. In somma, come recita la primissima pagina del libro, «meglio sarebbe stato che la classe fosse tenuta da un sergente maggiore della Legione Straniera, e non da lei, fragile, delicata signorina della piccola borghesia dell'Alta Italia». Tant’è, la sera del delitto gli undici ragazzi se ne tornano bellamente a casa, senza tentare di scappare o nascondersi. Insicuri come il giorno prima, rabbiosi ed ubriachi, ma dentro i loro letti.

Il caso viene affidato a Duca Lamberti che, come è solito fare, non si ferma  di fronte alle apparenze. Ma chi è questo poliziotto schivo, acuto e deciso, che risolverà il caso della maestrina massacrata? Il passato di Duca Lamberti viene svelato a poco a poco dall’autore. Interrogatorio dopo interrogatorio. Duca, figlio di un poliziotto, è un giovane medico radiato dall’Ordine per aver somministrato un'iniezione letale ad un’anziana paziente. Durante i tre anni di carcere che è costretto a scontare per il reato, entra in  contatto con Càrrua, amico e collega del padre, che lo introduce nel mondo dell’investigazione. Dopo una serie di casi risolti grazie all’ostinazione e ad alcune brillanti intuizioni, Duca Lamberti accetta la proposta di Càrrua di diventare poliziotto presso la Questura di Milano.

Duca Lamberti interroga uno per uno i ragazzi del massacro che ha fatto buttare giù dal letto e portare in questura ancora alle prese con i sintomi post-sbornia. Li interroga in maniera violenta, ma senza alzare le mani (non perché non vorrebbe, ma perché gli è stato impedito). Cerca di fare leva sui loro stomaci ancora stravolti dall’orgia alcolica versando nella stanza due bottiglie di anice lattescente, il liquore di cui hanno abusato prima del massacro. Un liquore fortissimo che li ha fatti partire per il mondo della follia e della violenza. I giovani – tutti lapidariamente schedati da Càrrua – accusano il colpo e confessano di aver fatto uso della potente bevanda, ma ognuno sostiene di non aver fatto niente o, nella peggiore delle ipotesi, di essere stato costretto dagli altri. Gli altri, gli altri come indefinito mucchio dietro al quale ci si può nascondere bene. La sbornia, invece, è la maschera che giustifica ogni temporanea (ma nemmeno poi tanto) devianza e, soprattutto, ogni dimenticanza. Una cosa, però, il maldestro branco di periferia non si è dimenticato: chi sia stato a comprare ed offrire il liquore a tutti. Stranamente, l’artefice del delitto e dello scempio sarebbe stato l’unico schedato da Càrrua come bravo ragazzo e figlio di gente onesta. Una cosa è però sfuggita al vecchio poliziotto: questo bravo ragazzo dalla corporatura taurina è omosessuale. E l’omosessualità, nelle periferie milanesi degli anni Sessanta, non è concessa. Puoi essere figlio della puttana che batte il viale o del peggior delinquente o ubriacone e meritare comunque il rispetto del branco. Nessuno ti perdonerà mai il fatto di essere un invertito. Duca Lamberti non ci vede chiaro fin dall’inizio. È ovvio che ognuno cerchi di discolparsi come può e che si tenti di far ricadere le responsabilità sul debole del gruppo. Meno ovvio è che sia un timido ragazzo omosessuale, vessato da sempre dalle angherie dei compagni, a guidare lo stupro sanguinario contro la giovane insegnante. E perché tutti, ma proprio tutti, sostengono la stessa versione dei fatti? Ancora: perché, dopo il fattaccio, tutti se ne sono tornati tranquillamente a casa?

Fra le molte possibili in un ambiente tanto deviato, è quella del contrabbando la longa manus che ha fatto di questi ragazzi di vita  le pedine di un gioco più grande di loro, al quale hanno giocato ebbri di alcol e ben manovrati. Ma tutto questo lo sapremo soltanto alla fine, dopo aver seguito i tormenti interiori di Duca Lamberti, le sue nervose notti insonni, la morte della nipotina, la tensione ed il suicidio del ragazzo più bravo.  Dopo essere venuti in contatto con una Milano molto diversa da quella della Lambretta e delle canzoncine spensierate del dopoguerra. Quella di Scerbanenco è una Milano cupa e notturna, buia come i retrobottega dove si animano le sagome più losche del romanzo. L’aula della Crescenzaghi è infatti il vaso di pandora da cui escono fuori le figure che incarnano i primi sintomi del malessere sociale che esploderà qualche anno dopo. Un vaso da cui salta fuori l’esercito di zombie che vivono ai margini di Milano e della vita. Rabbiosi, frustrati, ignoranti e per questo sanguinari. Figure che Scerbanenco descrive con un’asciuttezza di linguaggio molto lontana dalle tendenze della nuova, ridondante letteratura noir (e non solo). Descrive i personaggi per quello che sono, senza lasciarsi andare ad eccessive aggettivazioni o perifrasi di vario genere. Periodi brevi, fitta punteggiatura e descrizioni essenziali che restituiscono perfettamente ogni singole emozione. E il sangue, il disagio, la violenza e le notti nebbiose.

Martina Manescalchi

24 giugno 2009

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola