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Erano belle
giornate, li facevano scendere dagli aerei...
(Silvio
Berlusconi, 18/02/2009)
Ci
sono libri che dovrebbero avere soltanto sontuose
rilegature. Magari in pelle, con il titolo scritto a
caratteri dorati, così da ricordarcene l’importanza che la
umile, timida edizione economica tende a non mettere in
risalto. Capita così di trovarsi fra le mani un librettino
da niente, poco più di cento pagine in formato tascabile, e
non immaginare che un oggetto così modesto possa aver
recuperato un pezzo di storia che tutti credevano – in molti
lo speravano – perduto.
Siamo nei
primi anni Novanta e l’Argentina sta gettandosi alle spalle
il ricordo della dittatura militare. I morti sono morti e
chi non c’è non c’è. Sono in pochi, oltre alle Madres
e alle Abuelas, ad interrogarsi sull’effettiva fine
di chi manca all’appello. Ad accusare l’esercito di torture
ci sono soltanto i torturati. E forse nemmeno più quelli,
che dopo oltre dieci anni hanno perduto le speranze e
vogliono soltanto dimenticare. Ma dimenticare non è
possibile. Lo sa bene l’ex capitano di marina Adolfo
Francisco Scilingo che, non reggendo più il macigno
interiore del segreto, decide di andare a depositare le sue
memorie a casa del giornalista Horacio
Verbitsky.
Nasce così Il Volo (Horacio Verbitsky,
Fandango Libri, Roma 2004), un libro che ha cambiato il
corso della storia.
L’ex militare avvicina il giornalista in
metropolitana. Sguardo spaurito, atteggiamento schivo,
quando esordisce con la frase Sono stato all’ESMA,
Verbitsky pensa immediatamente che si tratti di una delle
tante vittime sopravvissute agli orrori della
Escuela Superior de Mecánica de la Armada,
centro di detenzione coatta per i prigionieri politici
durante la dittatura militare, divenuta teatro delle
peggiori sevizie e torture. Invece no. Quel signore
ordinario e sparuto all’ESMA c’era stato, ma dall’altra
parte. Dalla parte del carnefice. Da qui in poi la storia si
scrive da sé. Ma non è proprio la storia che ci aspetta di
leggere. Non abbiamo di fronte un semplice militare pentito
in preda ad una crisi di coscienza. Abbiamo di fronte prima
di tutto un uomo che non capisce più cosa stia succedendo al
suo passato. Un uomo che non sa più cosa sia giusto e cosa
non lo sia. Un uomo con qualche brutto ricordo di
troppo.
Come
spesso accade, la confessione ha effetti catartici. Scilingo
non sa però di stare andando incontro ad una vera e propria
confessione. Almeno non apparentemente. Scilingo è un uomo
piccolo e si porta ancora dietro l’impostazione mentale di
cui l’ESMA lo ha dotato. Obbedire senza pensare. Una volta
scelto da chi prendere ordini, gli ordini non si discutono
più. Così si presenta a Verbitsky. Con l’unico interesse di
manifestare il proprio disappunto intorno alle scelte che il
Governo sta prendendo riguardo alle carriere degli ex
militari. Siamo nei primi anni Novanta, dicevamo, e il
Presidente Menem ce la sta mettendo tutta a far sì
che gli atroci delitti commessi durante gli anni della
dittatura passino inosservati innanzi al tribunale della
storia. Comincia così ad elargire promozioni ai militari
coinvolti nella Guerra Sporca. In particolare, il
capitano di fregata Juan Carlos Rolón ed il suo
camerata Antonio Pernías stanno per essere promossi
capitani di vascello. Promozione che gli viene però negata
quando, in seguito ad un articolo dello stesso Verbitsky su
Pagina/12, tornano alla ribalta gli orribili delitti
commessi dai due negli anni precedenti. Tanto per dirne una,
negli anni Ottanta Pernías era stato arrestato con l’accusa
di aver torturato undici donne del gruppo originario di
Plaza de Mayo. Il j’accuse serve per rinfrescare la
memoria all’opinione pubblica e basta a bloccare le
procedure di promozione. Pernías e Rolón, sentendosi
traditi dalla Marina, cominciano a parlare. Parlano e
affermano ciò che fino a quel momento le Forze Armate si
sono sempre affannate a negare: la Marina era coinvolta nel
sequestro, nell’assassinio e nella tortura dei prigionieri
politici. E da qui partono lo sdegno e il moto vendicativo
che spingono Scilingo a parlare.
Scilingo ce l’ha
con Menem – ma gli darà comunque il voto, come sottolinea
durante la lunga conversazione con Verbitsky – per avere,
alla fine, rifiutato la promozione ai suoi ex camerati. Per
lui è impensabile che un militare venga accusato
singolarmente, soltanto per aver eseguito degli ordini. In
fondo molti militari attivi in quegli anni sono poi
diventati ammiragli, perché Pernías e Rolón no? Cosa hanno
fatto di diverso dagli altri? Questo è, apparentemente, il
più grosso cruccio di Scilingo. Se in quel momento ciò che
stavano facendo – e lo facevano tutti – era legale ed
ordinato dall’Esercito, che motivo aveva il Governo, dopo
oltre dieci anni, di prendersela con i singoli militari?
Tutti o nessuno, insomma. Parte così, con una rivendicazione
che sembra politica ma che ha molto a che fare con la
coscienza, la sconvolgente intervista all’ ex capitano, oggi
uomo perseguitato dai fantasmi.
Per quanto
Verbitsky cerchi di deviare il discorso sui metodi ben poco
ortodossi utilizzati all’ESMA, Scilingo evita l’argomento,
tornando continuamente sulla questione delle promozioni.
Perché in fondo è proprio quello il punto. Nel momento in
cui vengono messi in discussione i metodi dell’esercito,
viene meno anche la coltre che proteggeva i suoi sensi di
colpa. Per anni è riuscito a tutelare la propria coscienza
nascondendosi dietro il fatto di avere eseguito degli
ordini, di aver agito in nome della Patria. E dissente con
veemenza ogni volta che il giornalista etichetta i militari
del periodo dittatoriale come una banda.
Una banda
può disporre delle infrastrutture della Marina, muovere
aerei? (pag. 14)
Aerei. Fino a quel
momento non si era mai sentito parlare ufficialmente di
aerei. Ne aveva parlato qualche superstite. Le Madres
ricordavano tragicamente i voli della morte, ma
qualunque voce al riguardo era stata sapientemente messa a
tacere. Quale regime, per quanto repressivo fosse, avrebbe
potuto tollerare e anzi incoraggiare una simile barbarie?
Eppure i voli della morte hanno costituito una realtà non
ancora totalmente archiviata nei cassetti della storia.
Nemmeno dopo trent’anni. Scilingo è il primo militare a
parlarne apertamente. Il Volo è la prima
testimonianza diretta prodotta al riguardo. Scilingo
racconta di due voli a cui partecipa nell’estate del 1977.
Racconta di come i prigionieri – con la scusa di vaccinarli
- venissero sedati e poi trascinati nei camion che li
portavano direttamente all’aereo. Qui una seconda iniezione
che li stordiva definitivamente per poi essere caricati
nell’aereo dove venivano spogliati e successivamente gettati
nel Rio de La Plata. Frequentemente partecipavano ai voli
anche ufficiali di alto rango della Marina per dare
sostegno morale. Scilingo ricorda che durante il suo
secondo volo un caporale della Prefettura cadde in preda ad
una potente crisi di nervi. Egli stesso, colto da nervosismo
nel corso del primo volo, scivola nel gettare i corpi dallo
sportello e per poco non viene risucchiato insieme ad essi.
Ci sono
particolari importanti, ma mi è difficile raccontarli.
Quando ci penso vado fuori di testa. Una volta che avevano
perso i sensi venivano spogliati e, quando il comandante, a
seconda di dove si trovava l’aereo, dava l’ordine, si apriva
lo sportello e venivano gettati di sotto nudi, a uno a uno.
(…) Non riesco a dimenticare
l’immagine dei corpi nudi sistemati uno sopra l’altro nel
corridoio dell’aereo come in un film sul nazismo. (pagg.
52-53)
In queste poche,
tormentate righe, tutto il senso e la rilevanza storica del
libro. L’ex militare si apre un po’ alla volta e dalle
accuse politiche passa alle confessioni – a sé stesso, più
che altro – e alle rivelazioni. Le domande del giornalista
si fanno sempre meno pressanti e l’intervista si trasforma
in un angoscioso soliloquio. La lotta di un uomo che crede
di aver fatto il suo dovere. Un militare che non si fa
troppe domande e ritiene lecito anche gettare in mare dei
giovani corpi di studenti – nessun assassino fra loro,
nessun delinquente – se è questo che gli viene chiesto. La
cosa più sconvolgente di questo sfumato personaggio verso
cui si finisce inevitabilmente per provare compassione, è
proprio il fatto che si decida a parlare nel momento in cui
lo Stato e l’opinione pubblica mettono in discussione il suo
operato. Anni di tensioni interiori, incubi, whiskey e
pasticche per annebbiare i ricordi. Anni vissuti con la
continua sensazione di cadere nel vuoto, appiccicato ai
corpi sudati di ragazzi addormentati. Anni terribili forse
più dei voli stessi, eppure si decide a parlare soltanto nel
momento in cui ufficialmente vengono messi indubbio i mezzi
utilizzati per la repressione. Anche questo la dice lunga
sull’ambiguo personaggio abituato, per scelta e formazione,
ad ascoltare sempre e soltanto la voce del padrone.
Verbitsky, che
sulla guerra sporca ha versato non soltanto inchiostro, è
ben più spietato del lettore. A volte, a noi che stiamo
dall’altra parte dell’oceano e che della dittatura argentina
conosciamo i racconti lontani di qualche parente emigrato,
viene quasi voglia di fermarlo, che la smettesse di
tartassare il poveretto, che già ogni giorno deve combattere
contro i suoi mostri. Ma Verbitsky conosce la storia molto
meglio di noi ed ha visto i fazzoletti bianchi volare in
alto, a Plaza de Mayo. Ed è per questo che non può
permettersi di concedere sconti ad un uomo che alla fine
nemmeno si è pentito. È devastato, ma non pentito. Tornando
indietro, se gli venisse ordinato, rifarebbe tutto. Non gli
concede niente e lo martella di interrogativi, di
particolari, di spiegazioni. Fino a lasciarlo solo,
scivolare nel suo abisso di ombre e freddo. Stretto fra il
rimorso e le certezze infrante, a gridare il tremendo
messaggio che nessun militare era estraneo ai fatti.
Tutti sapevano. Tutti, in qualche modo, partecipavano. A
turno negli aerei, a turno negli inferi maleodoranti dell’ESMA.
E chi non volava torturava, e chi non torturava vedeva
torturare. Tutti coinvolti in un girone infernale che ha
finito per inghiottirli. Tutti colpevoli, quindi tutti
innocenti. E viceversa.
“Poco dopo la
pubblicazione de Il Volo le organizzazioni non
governative Human Rights Watch e il Centro para la Justicia
y el Derecho Internacional si sono costituite parte civile
nelle cause intentate dai familiari delle vittime e, con
Il Volo alla mano, hanno chiesto di perseverare nelle
indagini sulla sorte dei desaparecidos tra il 1976 e
il 1983. Così sono nati i processi per la verità.
“ (dal Prologo di Gabriel R. Cavallo)
Oggi Adolfo
Francisco Scilingo sta scontando in Spagna il terzo dei 640
anni a cui è stato condannato
per crimini contro l'umanità, detenzione
illegale e torture.
Martina
Manescalchi
20 luglio
2009
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