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La
Dulwich Picture Gallery, situata a sud di Londra, in
una zona lontana dalle consuete rotte turistiche, oltre ad
ospitare la più antica collezione pubblica della Gran
Bretagna, possiede anche uno spazio riservato alle mostre
temporanee, che negli ultimi anni ha saputo richiamare
l’attenzione del pubblico per le scelte di estrema qualità.
The Age of Enchantment
è una mostra che intende celebrare l’epoca d’oro del
libro illustrato in Gran Bretagna, tra il XIX e XX
secolo, con una serie di opere eccellenti, alcune mai
esposte prima d’oggi, in gran parte provenienti da musei
britannici o da collezioni private.
Tema della mostra è quel particolare periodo tra tarda era
vittoriana e Art Decò, caratterizzato da lusso, decadenza e
la volontà di rompere gli schemi restrittivi della società
del tempo. Molti illustratori decisero di prendere in
prestito motivi del passato: fantasie rococò, elementi
esotici dell’Oriente e i mondi popolati di fate, tanto cari
alla fantasia vittoriana.
In uno dei più tumultuosi periodi della storia europea, la
ricca società poteva permettersi di ignorare il caos e
concedersi il lusso di raffinatezze esotiche, carte da
parati dai racemi intricati, allegorie fantastiche.
Nell’ambito dell’illustrazione libraria e nell’editoria di
pregio, gli artisti si sentirono dunque liberi di esplorare
nuovi territori e abbandonarsi agli eccessi, mediante un
linguaggio visivo volto più ad affascinare che a scioccare.

Lo sviluppo dei
traffici commerciali tra l’Occidente e paesi come Cina e
Giappone significò non solo una massiccia invasione di
prodotti e oggetti d’arte asiatica, ma anche una nuova fonte
d’ispirazione per gli artisti dell’epoca.
L’estetica
orientale fu adottata già nell’ultimo trentennio
dell’Ottocento dal movimento Arts & Crafts, nonché da un
certo numero di illustratori, attratti dalla spazialità
delle stampe giapponesi e dal gusto per le linee semplici ed
eleganti,
I lavori esposti a
Dulwich sono tutti originali, stampe, matrici, disegni a
inchiostro di china e acquerello, spesso eseguiti su
pergamena, carte di riso o colorate.
Il gusto per tutto
ciò che rappresentava decadenza, piacere oscuro e tentazione
divenne non solo una corrente di pensiero, ma denominatore
comune di intellettuali e artisti come Oscar Wilde
e Aubrey Beardsley.
Quest’ultimo,
oltre ad influenzare molti artisti ed esteti contemporanei,
illustrò l’opera di Wilde, “Salomè” (1894),
introducendo uno dei simboli del decadentismo, il pavone, le
cui piume, così elaborate ed esotiche, finiranno per
diventare icona del movimento Art Nouveau.
Beardsley
ripropone il motivo degli ‘occhi’ di pavone nelle vesti
indossate dalla figura femminile in “The Peacock Skirt”,
mediante uno stile personalissimo e allucinato, giocato sui
contrasti del bianco e del nero.
Grazie all’opera
di esteti del calibro di Beardsley, artista fecondo, morto
giovanissimo di tubercolosi, il libro diviene oggetto d’arte
e da collezione. Impreziosito da bei caratteri tipografici,
finissime rilegature e un’accurata selezione di stampe, esso
è reso ancor più prezioso e appetibile dal numero limitato
di edizioni e dall’intervento di artisti quali
Laurence Housman (illustratore, poeta e scrittore),
Charles Ricketts ed Edmond Dulac.
Inguaribile
anglofilo, Dulac si trasferisce a Londra, deciso a lasciare
un segno nel mondo dell’editoria. Nella sua cinquantennale
carriera, egli non si dedicherà solo all’illustrazione di
libri, ma anche alla scenografia e al design.
La
morte prematura di Beardsley lascia dunque una scia di
seguaci, attratti soprattutto dai temi gotici e dalla
monocromia essenziale, di foggia orientaleggiante.
Uno dei migliori
interpreti di questo filone, con i suoi disegni fantastici e
inconsueti, e gli arabeschi di inchiostro che vanno ad
intessere composizioni bizzarre, è sicuramente Sidney
Sime, disegnatore meticoloso, amante del teatro e
del grottesco.
C’è poi un gruppo
di artisti che si volge all’innocenza e alla freschezza
dell’infanzia, con il suo mondo popolato di fate e racconti
tradizionali.
Dalla Scozia, due
donne, Jessie King and Annie French,
attirano il pubblico con scenari fantastici, colori pastello
e acquerelli femminili, eterei, lontani dalle oscure
suggestioni vittoriane.
Con l’era
Eduardiana il colore si fa strada e una nuova generazione di
artisti e illustratori è pronta a trasformare le visioni in
bianco e nero di Beardsley ricorrendo a vivide tavolozze
cromatiche, riscoprendo l’idilliaca campagna inglese e le
bellezze naturali, secondo un approccio quasi surreale.
Le illustrazioni
si popolano di animali, piante, insetti, secondo
composizioni magiche che preludono alle fantasie proprie
dell’Art Decò.
La mostra, più che
catturare la portata e l’intensità della lezione di Bearsley,
sembra testimoniare la graduale diluizione della sua
monocromia allucinata, a favore di ambientazioni oniriche e
multicolori, e il progressivo cambiamento di gusti,
dall’estetica inquietante all’ossessione decorativa.
Lo spettatore
resta comunque meravigliato e sopraffatto dalla densità di
mondi infinitesimali, ricamati ad inchiostro nero india,
fatti di bolle, petali, gemme e occhi di pavone, frammenti
di stelle, donne fatali, creature infernali, favole e
nursery rhymes. Miracoli di bellezza che solo la pazienza e
un pennino intriso di china hanno saputo inventare.
Claudica Colia
claudiacolia@sindromedistendhal.com
27 gennaio 2008
Immagini:
Aubrey Beardsley, The Peacock Skirt, 1894, collezione
privata Edmund Dulac, The Ice Maiden, 1915, The Royal
Pavilion, Art Gallery & Museums, Brighton Sidney Sime, The
Zagabog, 1900, collezione privata
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