Alberto Sughi

Dal 21 luglio al 23 settembre 2007

Roma, Vittoriano

Via San Pietro in Carcere

Tutti i giorni: 9.30-18.45

 Ingresso libero

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Redazione

“Non esistono fatti, ma solo stati d’animo”, una delle battute conclusive della crepuscolare commedia di Ettore Scola La terrazza (1980). Il ritratto di una generazione sconfitta, radunata su una terrazza dell’alta borghesia romana è affidato nella locandina del film ad Alberto Sughi, che già da trent’anni raccontava il dramma esistenziale di una società in crisi. Gli stati d’animo sono al centro dell’opera di Sughi, soggetto di un realismo che già nei primi anni Cinquanta si presentava in modo completamente originale, su una scena artistica divisa tra il realismo socialista e l’avvento dell’avanguardia. La critica lo ha definito “realismo esistenziale”, riconoscendo in esso forti debiti nei confronti della migliore tradizione artistica e culturale novecentesca. Da una parte un legame con i grandi sbeffeggiatori della borghesia, Otto Dix e Grosz, dall’altra i narratori della solitudine umana, come Edward Hopper, ma evidenti sono i legami anche con Bacon e la tradizione dell’action painting, da De Kooning a Matta, e l’Informale europeo. La filosofia e il teatro dell’assurdo sono altri due punti di riferimento fondamentale per Sughi che, a partire dagli anni Sessanta concentrerà la sua attenzione sugli oggetti. Ma la distanza con la contemporanea Pop Art non potrebbe essere più distante. Sughi, con il Sartre di “L’essere e il nulla”,  vede negli oggetti i demoni di cui l’individuo alienato si circonda per superare la sua solitudine, riversando se stesso  e la sua fragile esistenza in essi. Nelle sue opere ritroviamo oggetti quotidiani, appendiabiti, valigie, scarpe, vestiti, con cui l’uomo ha barattato il suo spirito.

La sua pittura è stata spesso associata al cinema della crisi, da Antonioni a Ferreri, a Monicelli. Una vicinanza al cinema che è già inscritta nelle sue origini, a Cesena, dove nacque nel 1928, in quel lembo di Italia in cui sono nati alcuni dei maggiori cineasti italiani del dopoguerra. Nonostante le sue ampie vedute artistiche, la sua apertura alle più moderne tendenze artistiche europee e d’Oltreoceano già dalla fine degli anni Quaranta, Sughi è sempre rivolto alle sue terre d’origine e all’epos contadino. Nei suoi primi disegni si coglie già una critica sociale, concentrata sulla condizione proletaria. Nei decenni successivi sarà la borghesia, con le sue degenerazioni, ipocrisie, le sue grandi abbuffate a porsi al centro dell’opera di Sughi.

Al Vittoriano, fino al 23 settembre, sono esposti ottanta dei suoi lavori maggiori, una personale che ripercorre tutta la carriera artistica di Sughi fino ai nostri giorni, passando per il momento cruciale dei primi anni Novanta. Un’ideologia che crolla, e il pittore che si chiede “Andare dove?”, dipingendo un uomo con una valigia che si allontana da una casa rossa. Sono esposte anche le opere dedicate alla natura, apparentemente anomale in un percorso artistico tutto concentrato sull’analisi della psicologia umana. Ma Sughi propone una natura, memore della lezione di Magritte, sospesa, carica di memoria. Le opere più recenti sono ritratti della solitudine nei luoghi tradizionali dell’aggregazione sociale: bar, strade, cinema.

 Una tavolozza che poche volte si discosta dai neri e dai grigi, colori cupi in cui si dissolve l’uomo ritraggono una commedia umana in tono crepuscolari e tragici, calati in un tempo sospeso e immobile, uno spazio definito solo delle ombre.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com     

14 settembre 2007     

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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