“Non
esistono fatti, ma solo stati d’animo”, una delle
battute conclusive della crepuscolare commedia di
Ettore Scola La terrazza (1980).
Il ritratto di una generazione sconfitta, radunata
su una terrazza dell’alta borghesia romana è
affidato nella locandina del film ad Alberto
Sughi, che già da trent’anni raccontava il
dramma esistenziale di una società in crisi. Gli
stati d’animo sono al centro dell’opera di
Sughi, soggetto di un realismo che già nei primi
anni Cinquanta si presentava in modo completamente
originale, su una scena artistica divisa tra il
realismo socialista e l’avvento dell’avanguardia. La
critica lo ha definito “realismo esistenziale”,
riconoscendo in esso forti debiti nei confronti
della migliore tradizione artistica e culturale
novecentesca. Da una parte un legame con i grandi
sbeffeggiatori della borghesia, Otto Dix
e Grosz, dall’altra i narratori della
solitudine umana, come Edward Hopper,
ma evidenti sono i legami anche con Bacon
e la tradizione dell’action painting, da
De Kooning a Matta, e
l’Informale europeo. La filosofia e il teatro
dell’assurdo sono altri due punti di riferimento
fondamentale per Sughi che, a partire dagli
anni Sessanta concentrerà la sua attenzione sugli
oggetti. Ma la distanza con la contemporanea Pop Art
non potrebbe essere più distante. Sughi, con
il Sartre di “L’essere e il nulla”,
vede negli oggetti i demoni di cui
l’individuo alienato si circonda per superare la sua
solitudine, riversando se stesso e la sua fragile
esistenza in essi. Nelle sue opere ritroviamo
oggetti quotidiani, appendiabiti, valigie, scarpe,
vestiti, con cui l’uomo ha barattato il suo spirito.
La sua pittura è stata spesso associata al cinema
della crisi, da Antonioni a
Ferreri, a Monicelli. Una
vicinanza al cinema che è già inscritta nelle sue
origini, a Cesena, dove nacque nel 1928, in quel
lembo di Italia in cui sono nati alcuni dei maggiori
cineasti italiani del dopoguerra. Nonostante le sue
ampie vedute artistiche, la sua apertura alle più
moderne tendenze artistiche europee e d’Oltreoceano
già dalla fine degli anni Quaranta, Sughi è
sempre rivolto alle sue terre d’origine e all’epos
contadino. Nei suoi primi disegni si coglie già una
critica sociale, concentrata sulla condizione
proletaria. Nei decenni successivi sarà la
borghesia, con le sue degenerazioni, ipocrisie, le
sue grandi abbuffate a porsi al centro dell’opera di
Sughi.
Al
Vittoriano, fino al 23 settembre, sono
esposti ottanta dei suoi lavori maggiori, una
personale che ripercorre tutta la carriera artistica
di Sughi fino ai nostri giorni, passando per
il momento cruciale dei primi anni Novanta.
Un’ideologia che crolla, e il pittore che si chiede
“Andare dove?”, dipingendo un uomo con una valigia
che si allontana da una casa rossa. Sono esposte
anche le opere dedicate alla natura,
apparentemente anomale in un percorso artistico
tutto concentrato sull’analisi della psicologia
umana. Ma Sughi propone una natura, memore della
lezione di Magritte, sospesa, carica
di memoria. Le opere più recenti sono ritratti della
solitudine nei luoghi tradizionali dell’aggregazione
sociale: bar, strade, cinema.
Una
tavolozza che poche volte si discosta dai neri e dai
grigi, colori cupi in cui si dissolve l’uomo
ritraggono una commedia umana in tono crepuscolari e
tragici, calati in un tempo sospeso e immobile, uno
spazio definito solo delle ombre.