“L’arte
cannibalizza ogni linguaggio,
ogni mezzo, ogni ambito”
Sono
passati quasi cento anni da quando Francesco
Zanardi costruì il forno del pane comunale
per porre fine alla carestia post bellica.
L’allora
sindaco di Bologna non avrebbe mai potuto immaginare
che quel luogo, costruito per rispondere ad un
bisogno del popolo, si sarebbe trasformato in un
grande museo d’arte. Oggi invece l’antico edificio è
qui pronto ad accogliere quelle che sono le esigenze
e i bisogni di una città che non deve più combattere
per la sussistenza, ma che ha voglia di rinnovarsi,
di crescere al ritmo di arte contemporanea!
Quale
necessità più grande per la città se non quella di
costruire un vero e proprio quartiere artistico dove
radunare giovani e adulti che hanno voglia di
osservare, conoscere e imparare non più soltanto dal
passato, ma da un presente vivo e in movimento.
Un’alternativa intelligente quella proposta dalla
città petroniana, una scommessa che non tarderà a
vincere.
Un grande
complesso che si estende lungo 9.500 mq di cui la
metà è destinata agli spazi espositivi. Superando le
scalinate interne l’ambiente accoglie anche una
biblioteca, un’emeroteca nel piano ammezzato,
laboratori didattici, book shop, sale riunioni e
ristorante dalle ore 10 fino a tarda sera.
Dopo 12
anni di lavori il Mambo, che nasce come
evoluzione della rinomata GAM (Galleria
d’Arte Moderna), ha finalmente aperto i battenti il
5 maggio, accogliendo circa diecimila persone tra
cui presenti ospiti di rilievo come il Presidente
del Consiglio Romano Prodi e il
Ministro per beni e le attività culturali
Francesco Rutelli.
Si è
scelto di iniziare questo percorso artistico
partendo da: Vertigo.
Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web,
a cura di Germano Celant e
Gianfranco Maraniello.
Vertigo non è una mostra,
essa è piuttosto la mostra di tutto quello
che il secolo precedente ci ha lasciato in eredità.
Vi sono raccolte opere che, seppur diverse tra loro,
diventano filo conduttore nell’interpretazione delle
performance artistiche relative all’arte
contemporanea dei nostri giorni.
Un tuffo
nella storia, o nella non-storia dell’arte, partendo
dal momento in cui essa ha smesso di essere tecnica,
abbandonando gli statuti classici per lanciarsi nel
“concettuale”.
Ad aprire
la mostra troviamo opere di Picasso,
ready made di Duchamp, altri grandi
rappresentanti del Dadaismo, del Nuovo Realismo,
della corrente Fluxus, della Pop art, per
arrivare come anticipa anche il titolo, alla
video arte e alla web arte.
In mostra
presenti più di 500 opere tra film video libri e
installazioni che ci faranno cadere nella “vertigo”
delle esperienze estetiche del secolo appena
trascorso.
Il
fruitore contemporaneo, oggi, non è più chiamato a
fare solo da spettatore all’opera, egli è un vero
performer che instaura una comunicazione
sinergica non solo con l’opera ma con l’artista
stesso.
È questa
l’esigenza che contraddistingue l’arte dalle prime
avanguardie in poi: comunicare con tutti i sensi
(come insegnano i primi manifesti del futurismo),
partecipare sinesteticamente.
Non
dobbiamo quindi, stupirci se l’artista non si sporca
più le mani per compiere questa fruizione
comunicativa, come Ives Klein, che
intingendo direttamente le modelle nella pittura,
imprime il loro corpo sulla tela.
Nam June Paike
afferma che “come la tecnica del collage ha
sostituito la pittura ad olio, così il tubo catodico
rimpiazzerà la tela” e così sarà dalla body art
alla Land art, dal minimalismo all’arte povera in
poi.
Questa
collettiva, portandoci a confronto con gli artisti
più rappresentativi del secolo, ci aiuta ad
analizzare coscientemente i moti evolutivi delle
vicende artistiche di questo periodo.
Tra i
tanti operatori culturali troviamo: Mimmo Rotella
con i suoi inconfondibili Decollages, Marina
Abramovic che sottopone il suo corpo a
sforzi estremi, Vik Muniz di cui sono
presenti i suoi fotomontaggi che ricostruiscono
grandi opere della storia dell’arte, Bill
Viola che nell’opera “Study for Emergence”
riproduce la deposizione del Cristo, Alexander
Rodchenko, George Brecht,
Andrè Kertesz, Andy Wharol,
Cindy Sherman, Giulio Paolini,
Yoko Ono, Lucio Fontana,
Matthew Barney e tanti altri.
Abbiamo di
fronte un vero e proprio manuale d’arte che si
allontana dalle pagine scritte per prendere vita e
manifestarsi ai nostri occhi nei più svariati modi.
Lo
scenografico allestimento fa da cornice a questo
importante momento comunicativo, ideato da
Denis Santachiara, permette di comprendere
tutte le performance riadattando perfettamente
l’ampio spazio espositivo.
Si potrebbe
fare un'analogia tra il museo e le opere ospitate al
suo interno in questi giorni. Parliamo infatti di
uno spazio espositivo da poco trasformato in museo
e di
espressioni artistiche che da Duchamp in poi,
abbandonano lo statuto di quell’arte per così dire
ortodossa. Quale luogo più consono allora a dare il
via, nell’accogliente città petroniana, a
performance artistico-sperimentali?