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La
White Space Gallery è uno spazio particolare,
racchiuso tra le mura di una chiesa sconsacrata, in una
strada a ridosso della caotica e celebre Oxford Street.
La galleria è nata
nel 2001 per ospitare rassegne di fotografia e arte
contemporanea e presentare ad un pubblico internazionale,
non solo i lavori di artisti attivi nella Russia odierna, ma
anche retrospettive ed eventi in collaborazione con
istituzioni culturali russe e britanniche.
Un ambiente
ottimale per “Bright, Bright Day”, una
raccolta suggestiva di 45 fotografie scattate dal regista
Andrej Tarkovskij tra Russia e Italia, in un arco
di tempo compreso tra il 1979 e il 1984.
La mostra è il
seguito di un primo nucleo di foto polaroid, presentato
tempo addietro con il titolo di “Instant Light”, ed è
stata organizzata, in collaborazione con la Tarkovskij
Foundation, nel contesto più ampio di un Festival di cinema
e giornate di studio, dedicato al 75° anno dalla nascita del
celebre regista e al centenario del padre e poeta,
Arsenij.
Andrej
Tarkovskij, genio indiscusso del cinema, non solo russo,
ma internazionale, scomparve prematuramente per un cancro,
mentre era in esilio in Europa, nel 1986.
Nei
suoi film il regista ha saputo interpretare storie
umanissime, intrise di simboli, immagini oniriche, spunti
autobiografici, in cui la nostalgia per la propria terra si
fonde all’amore per la natura e alla ricerca della bellezza.
Un linguaggio fortemente poetico, una vera rivoluzione nel
modo di fare cinema, non solo per le inquadrature complesse,
cariche di significato, e la narrazione lenta, quasi
pittorica, ma anche per un uso particolare dei suoni, capace
di attivare nello spettatore un’intensa esperienza emotiva.
Negli scatti di
Tarkovskij, pur trattandosi di fotografie private, si
ritrova la stessa poetica dei suoi film, una malinconia
soffusa per lo scorrere del tempo e la fugacità della vita,
la necessità di fermare persone e cose, prima che si
dissolvano.
Tarkovskij
aveva ricevuto l’inseparabile polaroid come regalo da
Michelangelo Antonioni.
Le immagini che il
regista russo scatterà in meno di un decennio testimoniano
le sue peregrinazioni tra Est e Ovest, un viaggio interiore
in cui volti amati, paesaggi e simboli assumono atmosfere
oniriche, in cui distanze e differenze geografiche passano
in secondo piano.

Come in molte foto
dell’epoca, i colori appaiono virati verso tonalità
bluastre, tuttavia il taglio tradisce composizioni accurate,
e i soggetti appaiono trasfigurati dal ricordo e dalla luce.
Arte e vita si
fondono. Le foto di Tarkovskij tradiscono riferimenti
al cinema e alla poetica personale, e, non a caso, la
White Space Gallery arricchisce la rassegna con
proiezioni di scene tratte dai film.
Gli scatti russi
rivelano un immaginario personale ed intimo, sulla scia de “Lo
Specchio” (1974), mentre i paesaggi romantici del
soggiorno italiano si tramutano in scenari malinconici,
fondali estranei di un esilio, in cui diversi personaggi,
dallo sceneggiatore Tonino Guerra, con il
quale il regista realizza “Nostalgia” (1983), allo
stesso Antonioni, si inseriscono in maniera
accidentale.
Le foto ci narrano
storie segrete, tra sogno e ricordo; trame fatte di case
isolate, alberi contorti, insoliti tagli di luce, ombre,
vasi di fiori, affetti familiari. C’è poi la metafora
ricorrente del cane e quell’inquietudine esistenziale che,
nei toni dolci e nelle inquadrature enigmatiche, sa lasciare
spazio all’immaginazione inquisitiva dello spettatore.
All’esposizione si
accompagna il lancio del libro edito dal fotografo
Stephen Gill, con articoli di importanti critici e
la più esauriente selezione di foto polaroid scattate da
Tarkovskij, nonché foto di famiglia realizzate da Lev
Gornung, poemi del padre Arsenij e un saggio del
regista sulla fotografia.
La mostra nel 2008
si trasferirà a Mosca e poi a Verona.
Claudia Colia
claudiacolia@sindromedistendhal.com
30dicembre 2007
Immagini:© Andrey
A. TArkovsky. Courtesy: White Space Gallery
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