Una mostra diversa quella
organizzata dal MUSEION di Bolzano. Una collettiva di artisti scelti
dalla curatrice Letizia Ragaglia non in base alla
frequentazione di un unico tema o all’appartenenza ad un’unica corrente
artistica. Gli artisti sono stati scelti in quanto operanti in gruppo. Ci
vengono presentate nove opere e nove collettivi di artisti, provenienti da
tutto il mondo.
Questo tipo di esperienza
creativa è legato ad una concezione dell’opera d’arte come momento aperto,
luogo del confronto e del dibattito, risultato creativo plurale. Non solo
però arte come risultato delle interazioni tra due o più individui-artisti.
Questa idea dell’opera si allarga e va ad influenzare il rapporto con il
visitatore stesso. Anche quest’ultimo rientra infatti in questa tensione
polifonica, è portato a relazionarsi con l’opera, interagire con essa e
quindi con gli artisti che la hanno concepita. Il visitatore diviene così un
nuovo stadio di avanzamento nel processo di realizzazione dell’opera d’arte
stessa, completando l’originario lavoro di gruppo.
Siamo quindi invitati ad
entrare all’interno di una sala operatoria ricostruita da gelitin.
Una sala operatoria fantastica e infantile, dove troviamo peluche giganti,
giocattoli e diversi materiali di scarto: “Operazione Lila” (2004).
Possiamo giocare con i pazienti e gli strumenti messi a disposizione.
Un’opera nata soprattutto per i bambini (era stata commissionata
dall’ospedale di Merano), poiché sono i bambini che possono inventare gli
oggetti e la realtà, dando ad essa una nuova e concreta interpretazione. Il
gruppo getlin è costituito da quattro ragazzi viennesi.
Del tutto particolare
l’invenzione di Superlfux. Il gruppo danese ha ricreato in una
stanza del museo l’ambiente stilizzato di una tipica festa campestre danese.
Con tanto di giochi, popcorn e birra. Quest’ultima è la vera invenzione e
opera collettiva di Superflux. Si tratta infatti della Free Beer.
Una birra open source, la cui ricetta consultabile in rete (www.freebeer.org)
può essere liberamente utilizzata da chiunque per produrre la Free Beer,
anche per commercializzarla. Basandosi sulla legge della Creative Licence
Commons il gruppo coinvolge potenzialmente nell’opera chiunque lo
voglia, in qualunque parte del mondo decida di utilizzare la loro ricetta.
La birra prodotta da Superflux si trova in vendita con due
particolari etichette realizzate appositamente per la mostra all’interno del
Museion (ma sinceramente, non è piacevole!).
Sempre nella logica della
libera condivisione operano Clegg & Guttmann che hanno
realizzato per bolzano una “public library” (operazione già portata a
termine in alcune città tedesche). I due artisti realizzano delle piccole
biblioteche da collocare in luoghi pubblici, lasciando completamente libero
l’accesso a chiunque voglia fermarsi a leggere i libri messi a disposizione.
Nelle sale del museo si trova la documentazione di questi lavori. Una
soluzione non convenzionale all’interno delle città supersorvegliate in cui
viviamo e dove tutto è attentamente sorvegliato. Può quindi risultare strano
e inconcepibile la soluzione di biblioteche in cui i libri sono abbandonati
al caso della città.
Ben più spiazzante l’opera
di A 12, un gruppo di dodici artisti fondato nel 1993 e che
opera tra Genova e Milano. In due momenti diversi del percorso espositivo ci
troveremo in due stanze uguali in tutto e per tutto. Un déjà vu che, secondo
la curatrice, si riallaccia alla spazio culturale altoatesino: tutto è
doppio.
Elmgreen & Dragsen
sono due artisti berlinesi che, anch’essi in modo accidentale, si richiamano
alla situazione bolzanina, in particolare alla nascita del nuovo MUSEION.
Hanno realizzato infatti una catasta di musei d’arte contemporanea in
miniatura che si ispirano alla forma del white cube.
Il video di Allora &
Calzadilla colpisce per la sua crudezza, nel mostrare un maiale che
arrostito sul fuoco, mentre lo spiedo gira in quanto legato all’albero
motore di una macchina. Sullo sfondo di questa immagine un testo recitato da
un cantante di reggaeton, tipica musica giovanile del Sud America. I
due artisti infatti, originari di Philadelhpia e di Cuba, vivono da più di
dieci anni a Porto Rico. Il ritmo musicale scelto è quindi un’affermazione
identitaria mentre le parole parlano di forma di vita sociale che si
possono trovare in natura.
Il gruppo Bernadette
Corporation si mostra molto attento ala questione del lavoro
comunitario degli artisti. Per loro l’artista deve affermare una sua nuova
natura per combattere gli stereotipi che ormai gli son stati accollati. Una
delle vie per farlo è proprio quella di affermare la propria identità
collettiva, cercando al contempo di negare l’idea romantica dell’artista,
per sostituirvi una visione professionale dell’attività di questi gruppi.
Claire Fontaine,
coppia di artisti parigini, concepiscono l’arte come una forza collettiva,
uno sprone per capire la realtà e prenderne coscienza. Sullo sfondo di
riproduzioni di famose opere Pop, Claire Fontane incide col fuoco
che l’artista è un ready made. Nega duplicemente la sua identità, già
rinnegata nella rinuncia ai propri nomi sostituiti da un fittizio nome
collettivo. L’artista deve rinunciare a se stesso per divenire coscienza
critica della società.
Infine l’opera “Confine
immaginario” realizzata da Eleonora Chiari e Sara Goldschmied (goldiechiari)
che si presentano come delle guerrigliere pronte a combattere contro i
luoghi comuni, i sancta sanctorum della società contemporanea ma
anche contro l’assuefamento dei sensi. L’opera in questione è uno sciacquone
che nel momento in cui viene attivato emette l’inno italiano. Una tale
soluzione non poteva non suscitare grande scandalo, tanto che l’opera è
stata sequestrata due volte e attualmente non è visibile nelle sale del
museo.
30 ottobre 2006