Il Whitney Museum di New York ospita in questi
mesi un’importante retrospettiva di uno degli artisti
italiani più conosciuti ed apprezzati all’estero. Una
mostra itinerante organizzata dal Museum of Conterporary
Art di Chicago (dove ha ottenuto grande successo in
primavera) che rimarrà aperta in una delle più
importanti istituzioni museali newyoresy fino al 14
ottobre.
Il protagonista è Rudolf Stingel, meranese
di nascita (classe 1956), adottato dalla Grande mela
dove espose per la prima volta sul finire degli anni
Ottanta. È Francesco Bonami a curare il percorso
attraverso una carriera artistica multiforme, che ha
fatto proprie differenti tecniche e soluzioni artistiche
ed è in continua evoluzione.
Il visitatore è accolto da una grande stanza ricoperta
di celotex dove è invitato a lasciare il segno del
proprio passaggio: l’opera più famosa al grande pubblico
di Stingel, presente alla Biennale 2001 (curata
dallo stesso Bonami) e attualmente esposta anche
alla mostra
Sequence 01 di Palazzo Grassi. Un’opera che
dialoga con la tradizione dell’Espressionismo astratto
in cui però i segni che si trasferiscono sulla
superficie non sono espressione dell’individualità di
un’artista, ma della centinaia di differenti
individualità incarnate dai visitatori della mostra.
Altrettanto interessanti per il rapporto che istaurano
con il pubblico sono i monocromi argentati, realizzati
seguendo delle precise istruzioni che furono pubblicate
nel 1989 nel libricino “Instruction”. Stingel dà così
vita a superfici create in modo meccanico con un
procedimento che può essere seguito da chiunque, dando
forma ancora una volta a espressioni di diverse di
individualità.
Un ricordo delle sue origini altoatesine le
superfici in polistirolo nelle quali Stingel stesso
lascia delle impronte camminandoci sopra con degli
scarponi. L’effetto è quello di un manto di neve violato
da un solitario viandante. Quest’opera come le
precedenti mette in luce il particolare approccio di
Stingel ai materiali, che son sempre materiali non
nobili e ancora poco frequentati nell’arte, che
costringono lo spettatore a instaurare con l’opera un
rapporto diverso da quello tradizionale. Ne sono un
ulteriore esempio i tapetti
Ma la tradizione non è assente nel lavoro di Stingel.
Negli ultimi anni è tornato all’iniziale interesse per
la pittura su tela. In mostra vengono presentati
alcuni oli su tela di grandi dimensioni. A partire da
“Alpino (1976)”, un autoritratto che riprende l’immagine
impressa sulla carta di identità dell’artista ai tempi
del servizio militare. Un confronto con una fase delle
propria vita non ancora coinvolta nella vocazione
d’artista. In questo caso, come nella serie di ritratti
“After Sam” siamo davanti a delle opere fotorealistiche,
che appaiono più degli ingrandimenti fotografici che dei
lavori di pittura. Il titolo di quest’ultima seria si
riferisce al fatto che soggetto dei tre quadri di grande
formato è l’artista stesso fotografato da Sam Samore in
uno stato di malinconia.
Nell’esposizione troviamo inoltre alcune opere di
scultura, le tele ricoperte di smalto e olio e la carta
da parati d’orata che riprende motivi decorativi e
floreali tradizionali.
La mostra riesce a dare una visione molto completa della
varietà della proposta artistica di questo artista,
sempre improntata però, sottolinea Bonami, a
mettere in discussione e demistificare il momento della
creazione artistica e l’idea stessa di arte.
23 agosto 2007
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
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