La
Francia partecipa alla 52esima Esposizione
internazionale di Venezia con un contributo molto
originale per il proprio Padiglione ai Giardini.
Merito dell’artista Sophie Calle,
parigina, classe 1953, che porta in Biennale il suo
progetto “Abbia cura di sé”. Centosette donne
da tutto il mondo reinterpretano a loro modo
la mail ricevuta da Calle stessa con la quale
il suo fidanzato troncò il loro rapporto.
Il
progetto inizia il 9 giugno di un anno fa. La
Calle pubblica su Le Monde un annuncio
del tutto simile a quello con cui normalmente si
cercano i lavori più convenzionali. Ma la sua
richiesta non è di questo tipo: “Sophie Calle,
artista scelta per rappresentare la Francia alla 52a
Biennale di Venezia, ricerca persona entusiasta che
possa svolgere la funzione di commissario
dell'esposizione. Richieste referenze e inglese
corrente. Retribuzione da pattuire. Inviare CV e
lettera di presentazione all'indirizzo: scbiennale@galerieperrotin.com".
Centinaia di risposte, tra le quali la scelta ricade
sul suo connazionale Daniel Buren,
artista concettuale nato a Boulogne-Billancourt nel
1938. Coinvolta la maison francese Chanel
come sponsor, ha dato il via all’allestimento del
Padiglione francese. Contributi video, fotografie,
oggetti, musiche, lettere realizzate tra la altre
anche da Luciana Litizzetto (che legge
la lettera tagliando una cipolla, scoppiando in un
ambiguo pianto finale e una maledizione alle
cipolle), frutto della personale lettura che ogni
donna ha proposto della lettera. Le partecipanti al
progetto sono state scelte in base a un lungo elenco
di professioni, tra le quali, quella di mediatrice
familiare, esegeti dei testi ebraici, attrici,
scrittrici, sessuologhe, pagliacci, e altre
professioni più o meno stravaganti. Il risultato è
un’opera ricchissima che si inserisce in una poetica
sempre attenta all’indagine dell’intimità, al
pedinamento psicologico. Nei suoi quasi trent’anni
di attività ha realizzato opere, definite da molti
concettuali, come “Suite Venitienne” (1980),
resoconto dello spionaggio per due settimane di uno
sconosciuto tra le calli di Venezia. Ancora a
Venezia con “L’hotel” (1981), realizzato
fotografando le stanze di un albergo per fermare i
segni del passaggio dei clienti. “The adress book”
(1983), nasce fortuitamente dal rinvenimento di una
rubrica telefonica per strada. Chiama tutti i numeri
presenti, chiedendo un ritratto del proprietario
della rubrica, che sarà ricomposto in un mosaico
pubblicato settimanalmente su Liberation.
Ancora una storia d’amore finita sarà al centro
dell’installazione “Doleur exquise”
(1984), resoconto di un viaggio a Bombay conclusosi
con l’addio del fidanzato. Un’opera che svolge una
dichiarata funzione catartica, ricercata anche nel
lavoro realizzato per la Biennale.
Ad
arricchire “Abbia cura di sé”, la trovata
della giovane critica italiana Laura Leuzzi
che aveva partecipato alle “selezioni” del curatore
ma non era stata scelta. Lezzi decise di reagire
usando la stessa arma di Sophea Calle. In
aprile pubblica su Le Monde un annuncio
rivolto a tutti i critici ai quali è stato preferito
Buren. Li invita a raccolta ai Giardini della
Biennale nei giorni dell’inaugurazione per un
Salon des refusés del tutto particolare, al
quale prendono parte i Commissaires refusés,
una finta protesta che in realtà è un contributo
all’artista francese. Da questo progetto nasce il
sito internet
www.commissairesrefusesdesophiecalle.net e un
video realizzato da Stefano Scialotti in occasione
della strana riunione dei curatori mancati della
Calle. (Nella foto, tratta dal sito
www.commissairesrefusesdesophiecalle.net , i
curatori all'ingresso della Biennale).