Where are we going?

Palazzo Grassi, Venezia 
Campo San Samuele, 3231

fino al 1 ottobre  2006

Tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00

www.palazzograssi.it

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Redazione

Dopo la cessione da parte della famiglia Agnelli, storica proprietaria di Palazzo Grassi, la sede espositiva più prestigiosa di Venezia  riapre al pubblico. Rinnovato nella struttura e nella sua vocazione culturale, proiettato nel panorama dell’arte contemporanea, secondo il gusto e gli interessi del nuovo proprietario, Francois Pinault. Grande magnate francese, tra gli uomini più ricchi del mondo e uno dei principali collezionisti europei, proprietario della casa d’aste Christie’s. Solo due anni per riaprire al pubblico Palazzo Grassi, restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando, che da molto tempo lavora al fianco di Pinault nel progetto ormai sfumato, di una collocazione della collezione personale in Francia. Ando è intervenuto creando spazi minimalisti, che si sposano perfettamente con la funzione espositiva dell’edificio, rispettando e valorizzando la struttura settecentesca.

La mostra inaugurale è un percorso nell’arte del secondo dopoguerra attraverso alcune opere significative della collezione Pinault. La curatela è stata affidata a un nome prestigioso, Alison Gingeras, collaboratrice del Guggenheim di New York. L’obiettivo dell’ambizioso progetto è rispondere alla domanda che dà il titolo all’esposizione: “Where are we going?”: un occhio sul panorama contemporaneo dell’arte, ma senza dimenticare i maestri del passato più prossimo, dal Minimalismo all’Astrattismo americano, dall’Informale europeo alla Pop Art dedicando molto spazio anche all’arte italiana degli anni Cinquanta e Sessanta. Un’intera sala è dedicata ai monocromi di Manzoni e a Fontana, del quale sono esposte alcune opere che mostrano la varietà della sua ricerca formale, un’altra all’Arte Povera.

“Where are we going” è un titolo preso a prestito da un’opera di Damien Hirst (Bristol, 1965) presente in mostra, una serie di vetrine disposte a formare una croce, che contengono scheletri di diversi animali e un teschio umano. L’opera, il cui titolo completo è “Where are we going? Where do we come from? Is there a reason?”, è una delle innumerevoli provocazioni del quotatissimo artista inglese di cui Pinault è uno dei principali collezionisti. La provocazione si dimostra per molti artisti la cifra dell’arte contemporanea. Ne sono un esempio le foto dedicate al sesso di Cindy Sherman (Glen Ridge, Usa, 1954), spaventose bambole che mostrano un’idea del sesso violenta, satanica, meccanica. Altro maestro della provocazione è l’italiano Maurizio Cattelan (Padova, 1960), la cui statua raffigurante Hitler in ginocchio, che ci volta le spalle, apre la mostra.

Altri artisti guardano al passato e alla classicità, come Giulio Paolini (Genova, 1940), o al mondo giocoso e ironico dell’infanzia come Jeff Koons (York, Usa, 1955) che ha realizzato alcune imponenti installazioni appositamente per la mostra.

La rivoluzione copernicana avvenuta nell’arte contemporanea secondo alcuni artisti che considerano il pubblico come centro dell’opera, è rappresentata dalla stanza che l’artista altoatesino Rudolf Stingel (Merano, 1956) ha rivestito con celotex e colle speciali, permettendo a ogni visitatore di lasciare un segno del suo passaggio, collaborando alla creazione dell’opera d’arte, affrancandosi dal ruolo di occhio passivo, per intervenire attivamente sul lavoro dell’artista. L’effetto ottenuto a Palazzo Grassi è molto originale: molti visitatori hanno scritto su fogli di fortuna (il biglietto della mostra, scontrini, cartoline, ecc…) dure stroncature alla mostra stessa. Messaggi che riportano una profonda delusione, a cui probabilmente contribuisce la mancanza  lungo tutto il percorso espositivo di panelli esplicativi o di un’audioguida. Il risultato è che grandi tele monocrome, animali vivisezionati, lastre di metallo o pesanti blocchi di cemento possono rimanere un mistero per il visitatore, spinto a negare lo statuto di arte a quello che vede, non messo nelle condizioni di dare un senso al lavoro degli artisti in mostra. “Where are we going” si limita a mostrarci duecento opere, metterle vicino, porle a confronto col passato, ma non pretende di darcene una spiegazione. Problema di poco conto per gli addetti ai lavori, ma situazione frustrante per i normali visitatori che però hanno la possibilità di interrogarsi liberi da ogni vincolo su ciò che hanno davanti, su cosa sia l’arte contemporanea e su dove stia andando. E, a giudicare dai commenti presenti nell’opera di Rudolf Stingel ne traggono conclusioni sconsolate.

L’esposizione lascia perplessi anche perché, al contrario di quanto ci si aspetterebbe dal titolo, indaga solo parzialmente le nuove tendenze dell’arte contemporanea e dei giovani artisti. Nonostante le duecento opere e i cinquanta artisti non riesce a presentare la complessità di un panorama in continuo mutamento. Ad esempio viene lasciato pochissimo spazio a forme di artistiche ormai fondamentali come la videoarte e le performance. La curatrice afferma, in un’intervista al “Giornale dell’arte” (N.25, aprile 2006), di aver voluto con questa mostra presentare la figura di Pinault, “tracciare un suo primo ritratto”. Insomma sembra che la domanda “Where are we going” sia circoscrivibile al collezionista francese e ai suoi collaboratori: dove sta andando le sua collezione e il futuro di Palazzo Grassi.

E intanto si prepara già la seconda grande mostra del nuovo corso di Palazzo Grassi “Picasso la joie de vivre  1945- 1948” che si aprirà l’undici novembre.

 

20 settembre 2006

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

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Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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