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Amico
Aspertini fu uno dei pittori più amati da
Roberto Longhi per il suo sapore aspro nella
definizione delle forme, affilate, sul filo del grottesco e
dello spiacevole, per quel tanto d'espressionista che pare
rappresentare la quintessenza di un versante inquieto della
cultura padana che risale sino a Vitale da Bologna, crinale
meno praticato ma pure esistente della pittura emiliana, che
non vive solo di classicismo e composizione accademica.
La mostra di
Bologna, nelle sale della Pinacoteca Nazionale si
propone di illustrare il percorso interessante e particolare
di questo maestro capace di inseguire e aggiornarsi, con
interpretazioni sempre personalissime, su quanto avveniva in
varie parti d'Italia da Roma a Venezia a Ferrara.

Attratto dapprima dalle antichità cui si accosta con
particolare atteggiamento, rielaborandole da par suo, «uomo
capriccioso e di bizzarro cervello», come volle a definirlo
Vasari che ne delinea un sapido ritratto di praticone,
capace di dipingere con entrambe le mani. La mostra
documenta in modo rapido ma abbastanza esaustivo i primi
tempi di Aspertini, lo sguardo rivolto alla
particolare cultura degli anni di Alessandro Borgia. Dalle
attenzioni rivolte in ispecie a Pinturicchio e
Perugino, il pittore passa ad un accostamento
alle soluzioni adottate da Filippino Lippi e
anche Giovanni Antonio Boltraffio che fanno
giungere a Bologna loro opere per le chiese cittadine nei
primissimi anni del Cinquecento.
Si recupera una traccia anche per l'interesse che il pittore
dimostrerebbe nei riguardi della pittura di Durer,
di Giorgione, ma tali riferimenti appaiono più
vaghi e non sempre bene documentati. Se la stagione
lucchese, che segna anche la concezione del capolavoro di
Aspertini, gli affreschi che realizza nella chiesa di San
Frediano, è documentato dalla pala del Museo Nazionale di
Villa Guinigi, tre importanti ritratti accostati ad altri di
Boltraffio e Francia, testimoniavano la particolare
sensibilità che il maestro dispiega anche in questo campo.
Con il passare del tempo, Aspertini rivela un
crescente interesse per la maniera moderna di
Raffaello, Giorgione e
Michelangelo: a tutti questi maestri il pittore cede
in qualcosa e le opere maggiori denunciano una maggiore
monumentalità, volumi espansi e accresciuti. Nelle opere
minori, di formato ridotto, è invece con la cultura
ferrarese di Ludovico Mazzolino e
Ortolano che i legami sono più forti come visibile
nella sezione finale della mostra, quella in cui si avverte
un pittore che rischia di andare fuori tempo rispetto alle
soluzioni dei primi manieristi quali Parmigianino.
Interessante la sezione dei disegni, uno spazio è invece
dedicato anche alla miniatura, attività cui si dedicò,
insieme alla produzione di disegni per l'incisione libraria.
Si direbbe che la prima monografica sul pittore avrebbe
meritato lo sforzo di una raccolta maggiore di opere di
contesto. Soprattutto i vari passaggi dello stile del
pittore non sono sempre ben comprensibili, soprattutto per
un visitatore "non addetto". Anche se va apprezzata la
scelta semplice ma sempre efficace della scansione
cronologia, non sembra che la dichiarata influenza della
pittura veneziana sia stata sufficientemente documentata in
mostra attraverso confronti.
Una buona occasione, ad ogni modo, per seguire le fila della
cultura artistica a Bologna, soprattutto nei primi anni del
Cinquecento.
L'Aereopagita
dionigi_areopagita@yahoo.it
20 ottobre 2008
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