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Redazione

In mostra i delicati equilibri dei mobile di Calder

di Lucia Ferroni

Roma. Palazzo delle Esposizioni.

Fino al 14 febbraio 2010.

Una mostra antologica da visitare fino al 14 Febbraio 2010

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Allestita al Palazzo delle Esposizioni fino al 14 Febbraio 2010, la mostra intitolata Calder propone un percorso antologico attraverso l'opera dell'artista statunitense scomparso alla metà degli anni '70.

Si tratta di un'occasione unica e affascinante di ammirare dal vivo il lavoro di un artista capace di reinventare la scultura e il suo modo di relazionarsi con lo spazio, creando così delle opere che molto più di altre meritano di essere apprezzate dal vero.
 

Anche se si comincia con la produzione meno nota di Alexander Calder, il percorso della mostra incuriosisce fin da subito: nella prima sala ci troviamo davanti una serie di animali e altre figure tridimensionali realizzate con un filo di ferro modellato. Queste opere ci fanno pensare: si intuisce in esse una riflessione sui concetti di spazio e rappresentazione da parte dell'artista.

In particolare quello che colpisce e disorienta è vedere una linea di contorno in un contesto, quello della scultura, che in genere lavora componendo volumi nello spazio. In queste opere è come se la convenzione arbitraria che sta alla base del disegno, cioè la linea di contorno, venisse applicata alle tre dimensioni, moltiplicandosi ulteriormente attraverso le numerose ombre proiettate sul pavimento, intrecciate in un affascinante intrico. Neanche il tema della qualità del segno (verrebbe da dire grafico) rimane estraneo a questa riflessione, visto che la variazione dello spessore del filo di ferro utilizzato riesce a comunicare differenti sensazioni e modulare lo sviluppo della forma. Soltanto poche opere dunque e già i concetti di volume e scultura sembrano messi in discussione.

Un'altra opera molto interessante che pare quasi ipnotizzare i visitatori, raccolti in semicerchio, con lo sguardo ammirato e divertito è Small sphere and heavy sphere.

Si tratta di un'installazione composta da cinque bottiglie di vetro, un barattolo di latta, un gong e una cassa di legno disposti a terra, più una piccola sfera bianca una rossa più grande che pendono dal soffitto, unite da un'asticella. Con meraviglia ci rendiamo conto di essere di fronte niente meno che ad un'opera d'arte generativa, datata 1932.

L'artista ha infatti definito una serie di condizioni iniziali creando un campo di forze all'interno del quale è il caso a generare differenti configurazioni, non solo visive ma anche sonore. Una periodica leggera spinta da parte degli addetti del museo alla sfera più piccola mette in moto una serie di oscillazioni imprevedibili che portano la sfera a colpire o a schivare i vari oggetti, ottenendo una partitura di suoni sempre differente. Proprio il particolare equilibrio creato dall'artista nel bilanciamento delle due sfere fa sì che il dondolìo sia diverso ad ogni rotazione, generando continua sorpresa in chi rimane ad ammirarlo.

Di grande intensità è anche l'opera intitolata L'albero, un capolavoro che cattura per la sua potenza, per il modo in cui contrappone leggerezza e staticità.

Il percorso attraverso la produzione di Alexander Calder continua poi seguendo un processo di astrazione delle figure e presentando anche alcuni suoi lavori pittorici. Queste gouache però, viste di fronte alle sculture, appaiono più come dei momenti di ricerca transitori, finalizzati alla realizzazione delle opere tridimensionali di fronte alle quali quasi sfigurano.

Dei mobile, oltre alle infinite combinazioni ottenibili a partire dalla composizione di movimenti semplici, quello che affascina è il fatto che presentano quasi sempre un doppio livello di movimento: quello della struttura nel suo complesso assieme a quello indipendente delle singole parti. Questo rafforza la sensazioni di trovarsi di fronte a una sorta di organismo vitale, soprattutto laddove le forme che richiamano foglie o petali di fiori si combinano ad elementi lineari dalle curve sinuose.

In molte opere il movimento è leggerissimo e lo spettatore è catturato a contemplare il delicato equilibrio creato tra le parti che si influenzano a vicenda.

Calder gioca inoltre consapevolmente con le ombre delle sue opere in movimento installando dietro di esse un pannello a volte colorato per raccoglierle. Solo raramente invece sfrutta i riflessi di luce che questi meccanismi possono creare: è il caso delle foglie di alluminio e del pesce realizzato con frammenti di vetro e altri materiali riflettenti.

A livello di sensazione generale, il vocabolario di forme di Calder richiama alla mente qualche eco dell'opera di Mirò ma in maniera meno marcata di come potrebbe sembrare a prima vista, anche grazie alla ristretta gamma di toni utilizzata nei mobile.

La prova del collegamento tra i due artisti però c'è e si trova in una delle fotografie realizzate da Ugo Mulas dentro e fuori i numerosi studi di Calder: in uno di essi compare infatti proprio un dipinto del pittore spagnolo. In queste foto, esposte in mostra in una apposita sezione, non solo emerge il lato umano e giocoso di Calder ma Mulas riesce anche nel difficile compito di rendere fotograficamente le esili sculture di filo di ferro, con una gamma molto contrastata di neri e bianchi su uno sfondo grigio scuro.

L'unico piccolo rimpianto resta nel constatare come quelle opere che probabilmente erano pensate come dei meccanismi da muovere e coi quali giocare, come accade nel documentario su Calder proiettato in mostra, a causa del loro statuto di opere d'arte, siano diventate qualcosa da proteggere con cura al punto di chiedere ai visitatori la cortesia di non soffiarci sopra.

 Lucia Ferroni

20 novembre 2009

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola