|
La
Galleria Borghese continua il suo percorso attraverso
le dieci grandi mostre, inaugurato 2 anni fa con
Raffaello, poi con Canova e ora, fino
al 14 settembre, al terzo appuntamento con Correggio.
Un progetto che si svilupperà sull’arco di dieci anni, che
ha l’intento di far dialogare le opere della collezione di
Scipione Borghese e dei suoi discendenti con
capolavori provenienti da musei di tutto il mondo. La mostra
dedicata a Correggio ha un fascino del tutto particolare,
poiché in queste sale i suoi dipinti possono dialogare
fisicamente con l’antico. “Correggio e l’antico” è,
infatti, il titolo per la mostra. Un titolo che già sposa
delle precise considerazioni critiche, cioè la convinzione
che, nel corso della sua vita, Correggio realizzò un
viaggio a Roma, nonostante non vi siano testimonianze e
nonostante l’ipse dixit del Vasari che per
secoli ha influenzato ogni approccio critico a questo
aspetto della biografia, della formazione e dell’arte di
Correggio.
Antonio Allegri, detto Correggio nasce a
Correggio probabilmente nel 1489 e qui muore nel 1534. La
sua biografia artistica è tutta concentrata Modena, dove
probabilmente si forma, Mantova, Parma, dove realizza la
Camera della Badessa nel convento di San Paolo e le
decorazioni per il duomo di San Giovanni Evangelista e il
suo piccolo borgo natale, dove passerà gran parte della
propria vita. Nelle sue Vite, scrive il Vasari: “Se
l’ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia, e stato a
Roma, avrebbe fatto miracoli”. Correggio fu per secoli
considerato pittore del “naturale”, formatosi senza aver mai
avuto esperienza dell’antico e senza aver mai visto le
grandi opere romane degli anni più fecondi del Rinascimento,
la rielaborazione del classico ad opera, soprattutto, di
Raffaello e Michelangelo. Secondo le riflessioni critiche
ormai comunemente accettate, Correggio ha compiuto un
viaggio a Roma, intorno agli ultimi anni del secondo
decennio del Cinquecento. L’allestimento all’interno della
Galleria pone costantemente a confronto dipinti e disegni
del maestro lombardo con sculture antiche e con le opere
degli altri grandi pittori del Cinque-Seicento, mostrandone
un sicuro legame e una certa influenza su Correggio.
È la camera di San Paolo a Parma, la prima opere che fu con
quasi certezza, realizzata dopo il soggiorno romano, poiché
sembrano chiare le influenze del Raffaello della Cappella
Chigi e delle Logge di Palazzo Farnese.
Al di là delle dispute critiche, quello che ci offre la
mostra “Correggio e l’antico” sono capolavori eccelsi,
capeggiati dalla Danae (1530-34), che appartiene alle
collezioni della Galleria Borghese dal 1827, anno in cui fu
acquistata da Camillo Borghese, una delle opere più
importanti conservate all’interno della Galleria. I dipinti
di Correggio dialogano anche con affreschi e decorazioni
dell’edificio. In particolare la volta del salone del piano
nobile, realizzata da Giovanni Lanfranco nel Seicento.
Lanfranco fu uno degli artisti maggiormente influenzati
dalle opere di Correggio, che, dopo diversi decenni rimaste
quasi sconosciute, furono riscoperte, apprezzate e prese ad
esempio, sul finire del Cinquecento.
Tutte
le opere di Correggio presenti in mostra esprimono tenerezza
e gioia, delicatezza e grazia che sono le caratteristiche
più evidenti dei suoi dipinti, ma testimoniano anche la sua
grande abilità nella resa dell'erotismo. L’approdo a
tematiche erotiche da parte di Correggio risale agli ultimi
dieci anni di vita. Furono realizzate attraverso la
rappresentazione di scene mitologiche o appartenenti alla
tradizione classica, come era caratteristico per i soggetti
licenziosi nel Rinascimento. Gli “Amori di Giove”,
serie di quattro dipinti realizzati per Federico II
Gonzaga, comprendono “Ganimede e l’aquila”, “Giove
e Io” (entrambe dal Kunsthistorische Museum di Vienna),
“Leda” (dal Staatliche Museen di Berlino) e “Danae”.
Sono dipinti che esaltano la sensualità dei corpi, le loro
forme e rotondità, conservando dolcezza e grazia.
Correggio è maestro nella resa dei moti dell’animo,
delle emozioni, di quelli che all’epoca venivano definiti
“affetti”. In opere come “Martirio dei santi Placido,
Flavia, Eutichio e Vittorino” (dalla Galleria Nazionale
di Parma) o nelle Madonne, Correggio è in gradi di creare
delle linee di sguardi e di gesti, che si caricano di
tensione emotiva e si fanno veicolo di sentimenti.
Marco Fusini
redazione@sindromedistendhal.com
10 agosto 2008
Dal 22 maggio alla Galleria Borghese la terza monografica
del ciclo “Dieci grandi mostre”
Correggio e l’antico
Con il sostegno di Enel, della Compagnia di San Paolo e
dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, per la
prima volta a Roma una mostra sul pittore che dipingeva
l’aria
Dal 22 maggio al 14 settembre si terrà a Roma la prima
mostra mai dedicata ad Antonio Allegri detto il Correggio:
l’unico dei tre artisti appartenenti alla cosiddetta triade
rinascimentale, con Raffaello e Michelangelo,
a cui non sia mai stata dedicata un’esposizione complessiva,
terzo appuntamento del programma “Dieci grandi mostre”,
messo a punto dal Soprintendente speciale per il polo
museale romano Claudio Strinati e dalla direttrice
della Galleria Borghese Anna Coliva.
Correggio fu riconosciuto dai suoi contemporanei come sommo
artista, alla pari di Michelangelo e di Raffaello, e tutti
gli studiosi lo hanno da sempre considerato tra i massimi
artisti della storia dell’arte, tuttavia la sua fama non è
mai divenuta universale come quella degli altri due
protagonisti. E’ una anomalia da sempre percepita dalla
critica, che ha provato anche a rispondervi: l’unica
spiegazione può essere semplicemente perché Correggio non
lavorò a Roma, non lasciò alcuna opera in quello che nel
Cinquecento era il più grande palcoscenico artistico del
mondo e solo le opere che qui venivano dispiegate divenivano
modello universale.
60 capolavori tra dipinti, disegni e opere dell’antico per
cercare nelle opere di Correggio la risposta alla domanda
non se ma quanto cambiò, grazie al contatto con la
Roma di inizio Cinquecento, la sua visione dello spazio,
della composizione, delle forme, poiché la sua miracolosa
originalità provinciale, che il campanilismo parmense
soprattutto nell’Ottocento ha tentato di avvalorare, va
ormai considerata come una vecchia leggenda. Non sono mai
state trovate tracce documentarie ma ci sono nelle sue opere
innumerevoli indizi di “romanità” e infatti ormai la critica
è quasi unanime nel dare per certo che Correggio a Roma ci
sia stato, forse intorno al 1518‐19.
La mostra della Galleria Borghese, curata da Anna Coliva,
vuole ribaltare il problema e partire proprio da Roma: come
sede fisica della mostra ma anche come confronto ideale e
come centro del problema. Partire da un’assenza: la mancanza
di prove documentarie; per ribadire una presenza: l’idea di
Roma nell’opera del Correggio, la peculiarità della sua
interpretazione delle “forme” romane. Correggio e
l’antico, quindi: perché per gli artisti del
Rinascimento Roma è sinonimo dell’antico, la presa di
coscienza della sua immanenza, la vitalità della classicità
che solo a Roma era materia viva e non insegnamento
accademico. Fu lo stesso per Raffaello, e si è provato a
dimostrarlo in la mostra precedente; lo è stato per tutti
gli artisti che qui si sono recati e che qui lo hanno
compreso. E’ a Roma che l’artista poté confrontarsi con le
risposte che, al tema dell’antico, avevano dato Raffaello e
Michelangelo e il contatto con le loro opere romane darà a
Correggio, dal 1518 in poi, al ritorno a Parma gli elementi
per affrontare l’impresa delle cupole, una grandiosità
completamente nuova, una plasticità e monumentalità che ne
cambiarono per sempre la visione.
Se a Raffaello si riconosceva l’arte suprema di esprimere
gli effetti degli animi, a Correggio apparteneva quella dei
corpi. Se la critica d’arte antica assegnava a Raffaello la
palma del disegno, a Correggio spettava quella del
“colorito”, che significava la capacità di fondere il colore
con la luce come fosse cera sul fuoco. Ma si tratta di un
giudizio superato: oggi tutti riconoscono a Correggio la
grande capacità di disegnatore, al contrario di quanto gli
rimproverava Vasari. Come scrisse un grande esperto di
Correggio, “può una matita dipingere l’aria?”
Saranno più di 20 le tele di Correggio esposte a Roma con
alcune novità assolute. Si potranno vedere insieme per la
prima volta la Danae della Galleria Borghese,
Giove ed Io e Il ratto di Ganimede dalla
Kunsthistorisches di Vienna, Educazione di Cupido
dalla National Gallery di Londra e Venere e Cupido
addormentati e spiati da un satiro dal Louvre. Dipinti
che ritraggono scene mitologiche e che consacrano Correggio
come artista di sommo livello. Le ultime due tele citate,
dipinte tra 1523 e il 1525 e concepite come una coppia, sono
le uniche che, insieme ai celeberrimi Amori di Giove,
trattano argomenti profani. Di questa sensazionale serie
raffigurante scene amorose tratte dalle Metamorfosi
di Ovidio e commissionate al Correggio dal duca di Mantova
Federico Gonzaga per essere donate all’imperatore di Spagna
Carlo V, saranno esposte la Danae, Giove ed Io e
Il ratto di Ganimede (il quarto dipinto della serie, la
Leda, dalla Gemäldegalerie di Berlino, è inamovibile
per ragioni conservative).
Alle opere di soggetto mitologico saranno affiancati circa
venti capolavori raffiguranti temi religiosi, dove il
rapporto tra Correggio e l’antico è allo stesso modo
significativo per scelte formali e compositive. Come per il
Noli me tangere dal Prado, la Madonna del latte
da Budapest, Quattro Santi dal Metropolitan, l’Adorazione
dei Magi dalla Pinacoteca di Brera, Matrimonio
mistico di Santa Caterina da Capodimonte e la Madonna
Campori dalla Galleria Estense di Modena. Opere dalla
quali emerge il Correggio pittore degli affetti,
della grazia, del colore, della morbidezza e della luce.
Viene spesso indicato come il pittore delle difficoltà e
dell’indipingibile perché nessuno meglio di lui seppe
raffigurare l’aria, i vapori, le nebbie e tutto ciò che è
impalpabile e inafferrabile.
E’ per accompagnare il visitatore in questo percorso ideale
che la mostra romana è concepita ponendo a confronto i
dipinti di Correggio con la scultura classica, ad
evidenziare le sue fonti ideali; mentre lo svolgersi
cronologico delle sue opere permetterà di seguire il
mutamento stilistico e l’ampiezza di respiro che il contatto
con Roma portò nella sua concezione. Dai temi mitologici ai
capolavori raffiguranti soggetti religiosi la mostra della
Galleria rappresenta la monografica più completa mai fatta
su Correggio, con la sola eccezione delle inamovibili grandi
pale d’altare e delle cupole, di cui sono presenti
pregevolissimi disegni preparatori.
Il catalogo, curato da Anna Coliva, è edito da Federico
Motta Editore.
|