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Cosmè Tura
e Francesco del
Cossa
di
L'Areopagita
dal 23 settembre al 6
gennaio 2008
Ferrara, Palazzo dei
Diamanti
Corso Ercole I, 21
Tutti i giorni
9.00-19.00
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Ferrara
- La mostra sull'età di Borso d'Este,
curata da Mauro Natale, si presenta come una
grande summa dell'arte ferrarese compresa tra
gli anni 1450-1471, dalle delicatezze
tardo-gotiche di Pisanello, fino
alle follie espressive di Cosmè Tura,
al pathos eccitato di Ercole de' Roberti,
e alle lucide volumetrie pierfrancescane di
Francesco del Cossa.
L'ambizione della mostra è quella di documentare
la ricchezza e la varietà di stimoli che
fecondarono questo ambiente straordinario: dalla
cultura squarcionesca, a quella nordica; dalle
maestranze inglesi di scultura in alabastro
all'oreficeria francese di fine trecento.
L'aspetto più interessante è costituito proprio
dal desiderio di presentare al pubblico una
quantità di testi figurativi inerenti le arti
plastiche e la miniatura, secondo alcune delle
acquisizioni più importanti della storiografia
dai tempi della celebre
Officina
ferrarese di Roberto Longhi.
I libri miniati dialogano bene con alcuni
disegni, o con alcune opere pittoriche; le
sculture scelte sono esempi interessanti e
spesso misconosciuti di un linguaggio figurativo
che per troppo tempo è rimasto ristretto
all'analisi esclusiva della pittura.
Il
gotico internazionale intorno al 1450 è
documentato soprattutto dalla medaglistica di
Pisanello, di Matteo de' Pasti, e
di Jacopo Lixignolo, oltre che da
qualche disegno dello stesso Pisanello e da un
interessante
San Girolamo nel deserto di Bono da
Ferrara. Uno dei pezzi più straordinari
della mostra è rappresentato, nella seconda sala
dell'esposizione, dal così detto
Reliquario di
Montalto (foto 2), meraviglioso prodotto
dell'oreficeria tardo trecentesca francese,
giunto nel 1450 nelle mani di Lionello d'Este.
Spiace constatare tuttavia la mancanza di
qualche pezzo più sostanzioso per quanto
concerne la pittura di Pisanello: il
Ritratto di
Lionello dell'Accademia Carrara sarebbe
stato un tassello importante.
Interessante la piccola saletta dedicata al
misterioso e intrigante Michele Pannonio,
pittore d'origine ungherese, che appare essere
fondamentale mediatore tra la cultura
tardogotica, d'impronta oltralpina, e quella
rinascimentale squarcionesca, costituendo un
precedente fondamentale per Cosmè Tura. Le opere
proposte in mostra seguono la ricostruzione di
Boskovits (nel suo importante articolo del 1978:
Ferrarese
painting about 1450: Some new arguments,
in "The Burlington Magazine"). Se la
Madonna e santi
di Palazzo Cini, pare acquisire consistenza come
possibile opera d'apertura del catalogo del
maestro, maggiori perplessit à
lascia invece la
Crocifissione
di collezione privata che, visibile in questa
occasione dopo molto tempo, sembra in realtà di
altra mano, inconciliabile con i
Santi
della Pinacoteca Nazionale di Ferrara.
Tutto sommato deludente si rivela la sala con le
Muse di
Belfiore. Mancano alcuni pezzi
importanti, facenti parte del ciclo. Si è scelto
inoltre di esporre qui un capolavoro di
Roger van der Weyden, la
Deposizione
degli Uffizi, per documentare la presenza
del maestro a Ferrara nel 1449. La storiografia
ha ormai appurato che l'opera proviene da
Firenze e non è quella di cui fa cenno Ciriaco
d'Ancona come di proprietà di Lionello d'Este.
Discutibile, però, appare la scelta di esporre
la tavola, meravigliosa, insieme alle Muse
di Belfiore, per di più al centro della parete
che le accoglie per comporla simmetricamente,
spezzando il dialogo delle opere.
Comincia poi la serie impressionante di
capolavori di Cosmè Tura, il primo vero grande
artista ferrarese: dalla
Madonna con
Bambino di Washington (bello il confronto
con il Libro d'Ore miniato da Taddeo
Crivelli), alla
Pietà
del Correr (fig. 4), sino al meraviglioso
San Sebastiano
di Berlino, su fondo oro, alle varie versioni
della Madonna
dello Zodiaco, ai pannelli di un
polittico smembrato, databile al 1480 circa.
Questo è il nucleo qualitativamente più
convincente della mostra e dove essa ci appare
più solida, nonostante la mancanza di alcuni
documenti importanti,
in primis,
i pannelli superstiti del Polittico Roverella,
testimoniato in mostra solo dai due tondi
americani, in cattivo stato di conservazione.

Interessanti la scultura d'impronta turiana di
San Maurelio(già
attribuita a Cosmè e in mostra con
l'attribuzione a Paolo di Luca da Firenze) e i
vari libri miniati da Taddeo Crivelli e
Guglielmo Giraldi. Penso tuttavia che la
Crocifissione
di Basilea vada declassata a bottega di
Bartolomeo Vivarini.
Più debole mi sembra la sezione dedicata a
Francesco del Cossa del quale è
presente in mostra soltanto un vero e proprio
capolavoro, il
San Giovanni Battista di Brera, parte
dello smembrato Polittico Griffoni. Complesso
appare seguire il percorso del maestro dagli
anni della formazione fiorentina, all'attività a
Ferrara, sebbene ci siano riproposte
interessanti come la
Madonna con il
Bambino e angeli della National Gallery
di Washington, già attribuita a Cossa da Venturi
e Longhi, ma respinta da Zeri, qui assegnata
agli anni 1460-65 della sua attività.
Acquisizione importante sono invece i disegni
forniti da Cossa per un Paliotto fiorentino e
per alcune vetrate. Mentre mi pare che il
Ritratto d'uomo
di Madrid (fig. 1) difficilmente possa essere
compreso senza gli esempi di Antonello da
Messina. L'Annunciazione
di Londra, già parte della Pala del'Osservanza,
o, almeno, la Pala dei Mercanti della Pinacoteca
di Bologna, avrebbero certo reso maggiore
giustizia al maestro, anche se spettanti a una
fase successiva della sua attività.
Così
solo quattro opere per Ercole de' Roberti,
fra le quali l'indimenticabile e concitata predella
del Polittico Griffoni, con i
Miracoli di San
Vincenzo
Ferreri della Vaticana, mortificano un
artista che si muove con grande originalità
all'interno della cultura ferrarese del Quattrocento
e certo non come comprimario. L'ultima sala lascia
comunque una buona impressione, anche per la
presenza del bel
San Girolamo del Getty (di Ercole),
dell'intrigante
Madonna di Edimburgo (fig. 5), di maestro
ferrarese ancora anonimo, con la geniale trovata
della tela lacerata, a rivelare figurine esili di
una grazia tutta nuova, che Longhi pensava fosse
stata realizzata da un miniatore. Faccio molta
fatica, tuttavia, a pensare il tondo di Houston
(fig. 6), con l'Incontro
di Salomone con la Regina di Saba, al di
fuori dell'ambiente fiorentino nel quale era stato
collocato da Berenson (con una possibile
attribuzione a Domenico Veneziano), nè men che meno
vi vedo così stringenti legami con Francesco del
Cossa.
In
conclusione: una mostra piuttosto ben riuscita,
decisamente sopra la media rispetto a tante vere e
proprie prese in giro a cui abbiamo, anche di
recente, assistito. L'impossibilità, evidentemente,
di raggiungere prestiti importanti ne ha
ridimensionato, tuttavia, la portata e alcuni
artisti, gli stessi Ercole de' Roberti, e Francesco
del Cossa, sono apparsi un po' in tono minore
rispetto al loro reale ruolo.
Non solo mancano delle opere fondamentali, ma si
sarebbe rinunciato anche a qualche pezzo un po'
secondario, o di attribuzione dubbia.
Positivo
il ruolo attribuito alla miniatura e, soprattutto,
alla scultura, che certo potrà offrire in futuro
spunti di grande interesse e novità.
L'allestimento non è indimenticabile, ma realizzato
almeno con mano leggera, curato, con
un'illuminazione funzionale. Però i cartellini, in
ragione anche dell'affollamento delle stanze,
talvolta anguste, andrebbero collocati più vicino
alle opere.
L'Aereopagita
dionigi_areopagita@yahoo.it
27 dicembre 2007
Comunicato stampa
Le
cronache antiche e gli osservatori
contemporanei hanno trasmesso di Borso d’Este,
signore di Ferrara dal 1450 al 1471,
l’immagine di un uomo vanitoso, preoccupato
più della propria apparenza che delle arti e
della cultura. «Non si mostrò mai in
pubblico senza essere adorno di gioielli»,
scrive di lui papa Pio II Piccolomini, e
tale giudizio sembra confermato dai
cerimoniali ossessivi, dal fasto della vita
cortese, dalle spese esorbitanti di cui i
documenti amministrativi serbano precisa
memoria.
Oggi sappiamo, al contrario, che i vent’anni
del governo di Borso hanno avuto un ruolo
centrale nel campo della cultura figurativa:
il linguaggio ricercato ed eccentrico che ha
reso celebre l’arte ferrarese del
Quattrocento nasce proprio in questo periodo
come espressione caratteristica ed esclusiva
del signore e dalla sua corte.
La mostra Cosmè Tura e Francesco del
Cossa. L’arte a Ferrara nell’età di Borso d’Este,
organizzata da Ferrara Arte, con la
collaborazione della Pinacoteca Nazionale,
dei Musei Civici d’Arte Antica e delle
Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di
Ferrara, ripercorre la ricchezza di questa
parabola figurativa riunendo oltre 150 opere
di diversa tecnica, come dipinti, sculture,
miniature, disegni, medaglie, oreficerie e
tessuti provenienti dalle più prestigiose
istituzioni pubbliche e private di tutto il
mondo. Dal 23 settembre 2007 al 6 gennaio
2008, a Palazzo dei Diamanti e a Palazzo
Schifanoia, è offerta al pubblico
l’irripetibile occasione di ammirare,
eccezionalmente nel loro contesto
originario, gli straordinari capolavori
realizzati per una delle capitali del
Rinascimento.
Dopo la rassegna organizzata dal Museo Poldi
Pezzoli nel 1991 (Le Muse e il principe.
Arte di corte nel Rinascimento padano)
centrata sui rapporti tra la cultura
umanistica e la pittura al tempo di Leonello
d’Este, e quella a spettro più ampio e di
carattere generale di Bruxelles e Ferrara
nel 2003-04 (Gli Este a Ferrara. Una
corte nel Rinascimento), questa
esposizione intende rilanciare gli studi e
l’interesse per la storia della cultura
figurativa ferrarese, rimettendo in
discussione i campi di competenza e le
divisioni tradizionali tra i vari settori
tecnici della produzione artistica. La
scelta di questo tema e di questo taglio
espositivo è stata suggerita anche dalla
conclusione del decennale restauro degli
affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo
Schifanoia, unica testimonianza superstite
della irripetibile stagione borsiana, uno
dei cicli decorativi più importanti del
Rinascimento.
La cura scientifica della mostra e del
catalogo è affidata a Mauro Natale,
professore di Storia dell’arte
all’Università di Ginevra, affiancato da un
comitato scientifico di prestigio
internazionale.
La mostra prende avvio dagli anni esaltanti
del breve ma fecondo dominio di Leonello d’Este
(1441-1450), appassionato interprete della
cultura umanistica. Alle medaglie e ai
disegni di Pisanello, ai dipinti di Jacopo
Bellini e di Bono da Ferrara, ai fogli del
Breviario di Leonello, alle
sculture di Michele da Firenze è affidato il
compito di rievocare la varietà tecnica e
formale, la ricerca attorno all’antico, il
gusto per le pietre preziose che
caratterizzò la Ferrara di questi anni.
Segue l’affermazione di quella che Roberto
Longhi e la storiografia moderna hanno
definito "Officina ferrarese", che prende
forma in alcune imprese monumentali volute
dal principe negli anni 1455-1465, come la
celebre Bibbia di Borso e lo
Studiolo di Belfiore. Questi anni registrano
il passaggio dalle forme eleganti ed evasive
del gotico internazionale ad un nuovo gusto
che trova la sua ragion d’essere nella
sovrabbondanza dell’ornamento, nelle cromie
preziose e nella marcata espressività. Un
ruolo centrale e di guida spetta ai
miniatori, tra cui dominano Giorgio d’Alemagna
e Taddeo Crivelli, i quali elaborano un
linguaggio ornamentale che fonde il gusto
per la decorazione e l’espressività
tardogotica con le forme geometriche e
luminose del Rinascimento. Analoga
commistione formale caratterizza la pittura,
dominata a queste date dai lucidi cromatismi
di Rogier van der Weyden, dall’eleganza
esile di Angelo Maccagnino, cui ben presto
si affiancano l’eccentricità espressiva di
Cosmè Tura e di Michele Pannonio, del quale
si ricostruisce per la prima volta l’intero
percorso artistico.
Il fulcro della mostra è costituito dalla
consacrazione di questo codice espressivo ad
opera di Cosmè Tura e Francesco del Cossa.
L’età di Borso si nutre, infatti,
dell’antagonismo tra il primo, poliedrico
artista di corte, ed il secondo,
instancabile sperimentatore. Muovendosi tra
Mantegna e la pittura fiamminga, Tura
inventa un linguaggio fantasioso e, al
contempo, prezioso e popolare, decorativo ed
espressivo, imponendo la propria cifra
stilistica nei campi tecnici più svariati,
dagli affreschi alle barde da cavallo, dalle
monumentali pale d’altare alle soavi Madonne
dipinte in punta di pennello.
Di contro, Cossa compie un itinerario ben
distinto, che si risolve in una scrittura
più asciutta, morbida e plastica,
felicemente cromatica, naturalistica e
potentemente prospettica. Nelle sue Madonne,
nei suoi santi possenti, nei penetranti
ritratti, egli avvia un dialogo aperto con
la scultura contemporanea e con la luminosa
pittura fiorentina di Domenico Veneziano,
Andrea del Castagno e Alessio Baldovinetti.
Questa ricerca formale culmina con
l’esplosione attorno al 1470 di «una nuova
pazzia nell’arte ferrarese» (Longhi): la
decorazione del Salone dei Mesi a Palazzo
Schifanoia, uno dei cicli decorativi più
importanti del Rinascimento. Qui,
nell’ultima impresa collettiva voluta dal
Duca, fa irruzione sulla scena la terza
grande personalità di questa stagione,
Ercole de’ Roberti, mentre Francesco del
Cossa elabora un’abbagliante traduzione
visiva della cultura di corte e delle
ambizioni politiche di Borso che costituisce
il vertice espressivo della pittura
ferrarese.
La mostra si conclude proprio nel salone
affrescato dell’antica delizia estense, cui
un restauro durato quasi dieci anni ha
restituito piena leggibilità.
Orario
Aperto tutti i giorni, feriali e
festivi, lunedì incluso:
Palazzo dei Diamanti 9.00 - 19.00
Palazzo Schifanoia 10.00 - 20.00
Biglietto unico per le due sedi di
mostra: intero Euro 10,00, ridotto Euro
8,00, scuole Euro 4,00.
Una mostra organizzata da Ferrara Arte,
in collaborazione con la Pinacoteca
Nazionale, i Musei Civici d'Arte Antica
e le Gallerie d'Arte Moderna e
Contemporanea di Ferrara.
Catalogo edito da Ferrara Arte, a cura
di Mauro Natale.
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Musei
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Periodico registrato
il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore
Tommaso Martini
Direttore responsabile Edoardo
Semmola |
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