La
galleria Boxart di Verona ospita, fino a fine
febbraio 2007, la mostra
Roberto Crippa – Il segno, la materia, il volo.
Roberto
Crippa (Monza, 1921 – Bresso, 1972) è una delle
presenze di maggior vivacità della stagione
informale italiana e allo stesso tempo, un caso
complesso, difficile da schematizzare entro precisi
registri. Attraverso le sue opere si nota una
costante formale che appare in tanti suoi colleghi e
coetanei, ma ad un’analisi più approfondita emergono
le Weltanschauungen che hanno segnato un’epoca e
hanno codificato molti cambiamenti in senso
qualitativo e quantitativo non solo nell’ambito
artistico ma anche dei “costumi” e degli stili di
vita.
Il caso
Crippa induce la critica a stabilire una
correlazione tra le forme artistiche che possono
caratterizzare il determinato periodo, le scelte
formali che lo collocano inesorabilmente all’interno
di un processo storico-artistico (che forse lo
stesso artista avrebbe sconfessato oppure dichiarato
estraneo alla propria intenzionalità) e le scelte
stilistiche personali, proprie, intime.
Il
concetto di multiformità , elaborato da Mukarovsky,
intende l’opera come risultante dallo stretto
connubio tra forma simbolica e contenuto psichico
(connubio visibile in misura maggiore nelle seconde
avanguardie, con il predominio del “dinamismo” che
provoca il rifiuto da parte di molti artisti del
concetto di stile) e caratterizza la produzione
artistica di Crippa. Lo stretto legame, allora,
dello stile di vita dell’artista con la sua arte
rappresenta un “combinarsi incessante di esperienze
esistenziali e culturali” in rapporto con i
movimenti artistici del secondo dopoguerra.
La
produzione artistica di Crippa fu per molto tempo
ignorata dalla critica, rimasta diffidente nei
riguardi del pittore. Guido Ballo nel 1971 vede la
ragione di tale diffidenza anche nell’atteggiamento
stesso di Roberto Crippa, “aggressivo fino alla
provocazione spavalda e tuttavia con un fondo di
ingenuità in questo mostrarsi sempre scoperto”.
Beniamino Joppolo in una “lettera immaginaria”
ribadisce e riconosce all’artista la virtù della
“estroversione in un mondo tutto macerato e reso
convulso dalla introversione”, introversione intesa
come schiavitù di fronte ai nostri limiti, ma
aggiunge una sorta di monito, di consiglio
all’artista: “Lascio alla tua capacità di
autoesaminarti, autoguardarti dentro e fuori, lo
stabilire le percentuali esatte dei due termini
della domanda [fino a qual punto ti avventi sul
mondo, affrontandolo direttamente e fino a qual
punto ti avventi sul mondo esterno come fatto
artisticamente già elaborato da altri?], che io ti
pongo solo perché penso che a te, più che ad altri e
a me, debba finalmente premere di prendere coscienza
di un fatto: la necessità di elaborare non opere
di altri per ripeterle, ma di elaborare il mondo
ancora non-arte, ancora infermo, ancora muto per
dargli una forma e un linguaggio. Ti prego
caldamente di abbandonare per sempre il vizio
artistico del ‘neo’ ”. L’invito a Crippa suona
quindi come uno stimolo a una personale autonomia
dell’arte rispetto al tutto e sottintende il rischio
di una perdita di identità per l’ “estroverso”
pittore. E il rischio è reale: per i circa
venticinque anni del suo lavoro, mostra una continua
e larga apertura a quello che avveniva attorno a
lui.

Trova il
modo migliore per esprimere l’irruente vena di una
giovanile intensità aderendo inizialmente ai temi e
agli stilemi del postcubismo come quasi tutti gli
artisti della sua generazione,. E’ quindi netto il
richiamo a Picasso, Braque, Gris e Rouault, come
pure l’influenza del neoplasticismo e del
surrealismo di cui erano portavoce Prampolini a Roma
e Soldati a Milano. Di questa “prima fase”, di
questo tentativo di andare miticamente “oltre
Guernica”, è presente in mostra un olio su tela del
1947 , in cui il segno flessibile e dinamico e le
marcate linee di contorno preannunciano una libertà
di indagine su tutto il mondo, una scoperta del
primitivo come forza originaria allo stato puro che
troverà la sua massima espressioni nelle “Spirali”
degli anni Cinquanta.
Anche gli
astrattismi geometrici, in una certa misura,
tendevano ad uno slancio nello spazio ideale (in
mostra due olii su tavola del 1950) che viene
superato e trova vitalità non nella figura
geometrica che sembra bloccare e fissare l’idea (e
l’artista sembra aver capito che quella
dell’astrattismo geometrizzante non è la Sua
strada), bensì in un “segno-gesto” che non ammette
mezzi termini. Quella richiesta di razionalità, di
ordine, di purezza che manifesta la grande vicinanza
al M.A.C. (Movimento Arte Concreta) nato a Milano
alla fine degli anni Quaranta, sembra venire
sorpassata dal vorticoso groviglio delle spirali.
Il segno è
pura energia di vita e che risponde alla vita stessa
di Roberto Crippa, ai suoi giri di aviatore
acrobatico (la passione per l’aviazione, tra
l’altro, lo porterà alla morte nel 1972). Le
“Spirali” (in mostra molti esempi dal 1950 al 1954)
diventano quindi immagini di un “avventuroso
diario”: “sono astratte, da considerarsi dunque
sulla linea degli sviluppi “ghestaltici” della più
autonoma percezione visiva, ma si affidano al
vitalismo del gesto puro, che si trasmette e si
concreta sulla superficie” (Guido Ballo).
Non sono
quindi mera contemplazione dell’oggetto ma
presuppongono l’azione, il fare, in stretto legame
con il dinamismo di Boccioni. Il cubismo in queste
opere è solo un sottofondo di strutture, che possono
richiamare la vita meccanica e industriale di oggi,
e che fungono da habitat per quel movimento, per
quella spericolata acrobazia e per quell’aggressività
molto vicina a Lucio Fontana e ai surrealisti. Lo
stesso Crippa nel 1955 scriverà che quelle matasse
di segni non volevano avere a che fare con l’
“astrattismo grafico”: si proponevano invece di
essere “discorsi nello spazio” bidimensionale, non
espanso nelle tre dimensioni come invece in Fontana.
Crippa non vuole mai uscire dalla “pagina”
pittorica, vuole riuscire a comunicare il Suo
discorso con mezzi assolutamente pittorici.
“Al segno – gesto, che era completamente astratto,
nel 1953 ho incominciato a dare forma più umana.
Sono nati i “totem”, fatti anche questi di
grovigli.” (intervista a
Roberto Crippa, da “Bolaffiarte”). Queste
figurazioni surreali, questi fantomatici personaggi
costituiti anch’essi di spirali, si apparentano a
quelli omonimi di Dova degli stessi anni e di
Peverelli.
Crippa
evitava ogni preziosità fin dagli inizi e, appena
sentì esaurirsi la potenzialità di questa “pittura
di azione”, non esitò a sperimentare la nuova
tecnica da lui definita dei collages (in
mostra tre sugheri del periodo che va dal 1957 al
1959): i quadri diventano oggetti in rilievo, con
sugheri, carta, amiantite ed altre materie.
Diventano pittura- scultura. Ne deriva una nuova
coscienza dell’oggetto, “l’oggetto è per Crippa
non il provvisorio strumento alienante della
personalità nell’anonimato dell’esperienza tangibile
buona per tutti, […] , ma al contrario un elemento
di suggestione tutta intera a un colloquio segreto
con il mondo che viene recuperato attraverso i
canali sotterranei dell’interrogativo perenne
dell’uomo sulle cose. Forse il frutto di meditazioni
[…]” (Raffaele de Grada).
Quello che
avviene è quindi una caduta della vitalità che aveva
contraddistinto gli anni del dopoguerra, e un
cambiamento dell’artista-uomo: Crippa diventa calmo,
ragionatore, convinto che l’aggressività dovesse
rivolgersi ad un fine di rinascita o almeno di
speranza. Al pari di Burri ‘piega’, entro una
struttura razionale, materiali dati, ma al contrario
di Burri, predilige materiali di diversa natura.
Crippa preferisce le cortecce, i sugheri e ama
organizzarli sulla tela con immediata naturalità,
freschezza: “Burri svolge una ricerca tecnica e
spaziale, ma pura, astratta. A me invece interessa
qualcosa di molto più vicino a noi, di più umano”(intervista
a Crippa del redattore di Settimo Giorno- 10
novembre 1960). E’ qui che si ha la piena
manifestazione di quella scoperta del primitivo di
cui parla Ballo e l’artista “ritorna a volare” nei
quadri appartenenti agli anni Sessanta. Con i
“Soli” o le “Eclissi” e con gli altri
“Landscape” con acceso cromatismo, acquista
immediatezza, ritorna quella vitalità irruente delle
Spirali, quell’aggressività poetica. Attraverso
queste opere si respira un’infantile felicità, un
elemento surreale sulla scorta di Arp, di Ernst, di
Brauner. “Nelle sue opere più recenti,
un’apparente semplicità, non riesce a nascondere
quella che è un’estrema tensione ed un messaggio di
magia visiva, ove la serenità estetica è intimamente
collegata ad un endotermismo passionale di un grande
amore per gli spazi panteisti” (Michel Tapiè).
In mostra
troviamo numerose opere dell’ultimo periodo, da
“Dakkars” ai vari “Sun” e “Soleil”, “dove la
fantasia riscatta il colore chimico dei tubetti e
raggiunge la sfera della poesia” (Marco
Valsecchi).
19 febbraio 2007
Silvia
Passerini
silviapasserini@sindromedistendhal.com