E’ una sensazione di straniamento quella che si
percepisce entrando a palazzo Zabarella, osservando
le opere di Giorgio De Chirico,
principale esponente della corrente Metafisica.
Lo sguardo si perde nelle desolate piazze italiane,
nelle perturbanti presenze dei manichini e negli
autoritratti polimorfi che chiudono l’excursus
visivo di un visitatore affascinato.
I curatori della mostra, Paolo Baldacci
e Gerd Roos, hanno riunito opere che
vanno dal 1908 agli ultimi anni della vita
dell’artista, suddividendo le aree in percorsi
tematici.
Ci si sposta, quindi, dai primi quadri simbolisti,
alle importanti opere del periodo metafisico, dagli
anni del ritorno al mestiere, alla fase delle “ville
romane”, senza tralasciare i lunghi studi sulle
piazze italiane e la rivisitazione dei grandi miti
classici, per concludere con l’analisi di un sé
stesso caleidoscopico.
Grazie ad un parallelismo analitico, il fruitore può
rendersi conto dei simboli che l’artista nasconde
all’interno dei suoi capolavori. Per questo,
visitare una mostra di De Chirico può
rappresentare un momento di catarsi, in cui ci si
libera dai classici luoghi comuni dell’arte. Non si
tratta, infatti, di codici facilmente
metabolizzabili, piuttosto, questa è un’arte pronta
a stupire e a mettere in discussione le capacità
percettive del fruitore in ogni momento. Al centro
dell’opera, e della poetica di De Chirico, si
colloca l’angoscia dell’uomo moderno.
La psicologia e, conseguentemente la psicanalisi,
hanno infatti rivoluzionato l’arte contemporanea
spalancando le porte del paradigma cognitivo e
dell’introspezione umana. L’ombra, il cielo e la
desolazione del contesto fisico diventano il
significato portante dell’opera stessa. I manichini
amorfi e privi di occhi, caratterizzati da segni a
prima vista insensati, simboleggiano la nascita di
una seconda vista, dell’Epopteia, ciò che i
greci definivano dono di poesia.
De Chirico ripropone un contesto ormai distante,
come il mondo antico, attraverso un linguaggio
innovativo, contemporaneo.
Fu coniato, così, il termine “metafisica” a
delineare una corrente artistica che si spinge al di
là della realtà sensitiva, che rappresenta la
capacità di ritrarre “Ciò che non si può vedere”,
come sostiene l’artista stesso. Un’arte che insegna
a oltrepassare le immagini tipiche della
quotidianità, che spinge ad osservare ciò che di
misterioso c’è nei semplici oggetti. Una pittura che
mostra la “tranquilla e insensata bellezza della
materia”, che stimola, dunque, all’indagine di
ogni singolo nodo della tela scoprendo che lì viene
posta la chiave di volta dell’opera stessa nella sua
espressione più alchemica.
Essa sancisce, quindi, l’unione avvenuta attorno al
1911 tra artisti quali: De Chirico,
Carrà, Savino e De Pisis.
È però De Chirico a dar vita all’intero
movimento, in quanto esso corrisponde ad una
particolare tappa della sua evoluzione stilistica.
Risulta, perciò, impossibile parlare dell’arte
metafisica senza analizzare in primo luogo la vita
del suo maggiore ideatore.
L’artista nato a Volos in Grecia nel 1888 e
trasferitosi, subito dopo, con la famiglia ad Atene,
studia presso il Politecnico per 3 anni dal 1903 al
1906. Sin da piccolo ha modo di rapportarsi all’arte
greca, elemento che influenzerà notevolmente le
sue successive produzioni, che come sarà possibile
verificare, oscilleranno tra lo sperimentalismo e la
classicità.
Nel
1906, dopo la morte del padre, lascia la Grecia per
trasferirsi a Firenze con la famiglia, osservando da
vicino l’arte italiana, soprattutto quella
rinascimentale, e impara da artisti come Lorenzo
Lotto, Raffaello, Michelangelo e Pollaiolo.
Nello stesso anno si trasferisce a Monaco di Baviera
dove ha la possibilità di proseguire gli studi
accademici e di entrare in contatto con grandi
teorici dell’arte come
Bocklin e Klinger, e con le teorie di grandi
filosofi come Schopenhauer, Nietzsche e Weininger.
Da loro trae numerosi insegnamenti grazie ai quali
elabora un solido pensiero artistico-filosofico.
Nel 1911 si trasferisce a Parigi con la madre per
raggiungere il fratello Andrea (anch’esso artista,
conosciuto come Alberto Savino). Frequenta qui i
grandi francesi del momento da Picasso a Derain, da
Brancusi a Braque.
Appartengono a questi anni opere come “L’enigma
dell’oracolo”, “Nostalgia dell’infinito” e
“L’incertezza del poeta” nelle quali l’artista
traduce in immagini la malinconia delle belle
giornate d’autunno della stimmung
Nietzschiana.
Nel 1916 ritorna in Italia e rimane colpito
dall’atmosfera di Ferrara che da allora
diviene il maggior esempio esplicativo di
città-sogno.
Inizia così ad elaborare la teoria secondo la quale
ogni oggetto ha due aspetti: uno reale e sempre
visibile, e l’altro alchemico e metafisico, che può
essere scorto solo da pochi individui,
indirizzandoli alla vera essenza delle cose. Sempre
in questo periodo viene internato all’ospedale
militare psichiatrico di Ferrara, dove incontra
Carlo Carrà con il quale dà inizio alla stagione
metafisica.
Opere come “Ettore e Andromaca” o le “ Muse
inquietanti” fanno da manifesto a questa intensa
stagione produttiva. L’artista applica i principi
freudiani della psicanalisi, divenendo così, maestro
di dadaisti e surrealisti.
Ma è attorno al 1919 che cambia rotta, abbandonando
lo sperimentalismo in nome di un ritorno al
mestiere: il suo linguaggio si avvicina all’arte
rinascimentale riducendo l’effetto di enigmaticità.
Famoso è il funerale fittizio che i surrealisti, con
a capo Andrè Breton, celebrarono nel 1926 non
riconoscendo più in lui il maestro di un tempo.
A questo periodo appartengo i molteplici
autoritratti in costume in stile classico-barocco, e
le romantiche ville romane.
La fama di De Chirico ha di lungo superato le sue
aspettative, quando in seguito ad una lunga
malattia, si spegne a Roma nel 1978.
Obiettivo della mostra, quindi, è quello di proporre
un excursus biografico dell’artista fornendo uno
sguardo complessivo di un personaggio che ha segnato
tangibilmente l’arte contemporanea.
In 12 sale espositive, contenenti più di cento
opere, si è riusciti a far emergere la sua
concezione di arte:“Vivere nel mondo come in un
grande museo di stranezze, pieno di giocattoli
curiosi e variopinti che cambiano aspetto e che
talvolta, come dei bambini noi rompiamo per vedere
come erano fatti dentro. E delusi ci accorgiamo che
erano vuoti”.
5
marzo 2007
Valentina
Zoccali
valentinazoccali@sindromedistendhal.com