
“Willem De Kooning. Late
paintings” è la seconda mostra ospitata all’interno del Museo Carlo
Bilotti, il nuovo spazio espositivo (aperto da maggio 2006) destinato ad
accogliere mostre temporanee di arte contemporanea (la mostra precedente era
dedicata a tre mostri sacri come Damien Hirst, Jenny Saville, David Salle –
leggi recensione) e la donazione dell’imprenditore
Carlo Bilotti. Una donazione che era stata accolta in
primavera con grandissima clamore dalla stampa e dai politici romani, anche
se il suo effettivo valore storico-artistico non è sicuramente elevato.
Certamente è stata un’ottima
occasione per restaurare l’edificio dell’Aranciera a Villa Borghese. “Le
sole cose che restano dopo la nostra morte sono quelle che doniamo alla
collettività, poiché che le generazioni future sono la continuazione della
nostra vita”. Sono parole di Carlo Bilotti, che oggi suonano come
un testamento poiché l’imprenditore italo-americano è morto venerdì (17
novembre 2006) nella sua casa di New York. Probabilmente la donazione di
maggior valore fatta da Bilotti al suo paese d’origine non è quella
dell’Aranciera di Villa Borghese, ma sono le sculture che costituiscono il
MAP- Museo all’aperto realizzato a Cosenza, sua città natale. Una
serie di lavori di importanti artisti del Novecento (gli italiani Emilio
Greco, Pietro Consagra, e stranieri come Dalì, Sacha Sonso – due opere del
MAP sono state spostate nel cortiletto antistante il museo romano).
Altro grande progetto ancora allo stadio embrionale è quello di un nuovo
spazio espositivo, all’interno della Cappella di Villa Adda, sempre nel
cuore di uno dei parchi storici di Roma. Un museo in cui, secondo le
dichiarazioni che accompagnarono l’inaugurazione della prima mostra del
Museo Carlo Bilotti, dovranno confluire le opere della Bilotti
Chappel, donate dall’imprenditore (si è parlato in particolare di un
Museo Damien Hirst). Ma ora che Bilotti è morto già sale la
preoccupazioni che questo progetti possa inabissarsi.
Intanto al Museo Bilotti
continua il programma di mostre temporanee. La mostra in corso non ha alcun
legame diretto con il padre del museo. È curata da Julie Sylvester,
curatrice associata per l’arte contemporanea dell’Ermitage di San
Pietroburgo (dove le opere in mostra son state esposte prima di raggiungere
Roma) e realizzata grazie alla collaborazione della Willem de Kooning
Foundation di New York.
All’importante figura di
Willem De Kooning (Rotterdam, 1904-New York, 1997) non era mai
stata dedicata una personale a Roma. Anche in questo caso non si tratta di
un’esposizione monografica ma di uno sguardo sugli ultimi anni di attività
dell’artista. Il Museo ospita una ventina di opere tutte realizzate
negli anni Ottanta, da collocarsi tra due poli fondamentali della vita
artistica e umana di De Kooning. Agli inizi del decennio il pittore
si liberò dal problema dell’alcol, ma a partire dal 1987 le sue condizioni
di salute si aggravarono e nel 1989 la moglie morì di cancro. Questi due
momenti hanno importanti ripercussioni sulla produzione artistica. Da una
parte la rinascita dei primi anni Ottanta, dall’altra la decisioni di
abbandonare la pittura nel 1990. De Kooning morì nel 1997, passando
gli ultimi anni della sua vita divorato dalla sindrome di Alzheimer.
Le opere di quest’ultimo
decennio mostrano, quindi, una regressione rispetto alle complesse, piene,
soffocanti opere che lo avevano reso celebre negli anni Cinquanta. Lo spazio
si semplifica ed è dominato da linee che creano sinfonie di colori (per le
quali la critica ha parlato di riferimenti a Henri
Matisse) lasciando ampio spazio a campiture bianche. È l’evoluzione
di una tendenza sempre più astratta che fin dai decenni precedenti si era
allontanata dalle opere più conosciute di De Kooning, che contengono
ancora un germe figurativo. Opere in cui figure umane, quasi sempre
femminili, si trovavano dozzinalmente soffocate all’interno della cornice
del quadro, deformate, snaturate anche nei colori. Una violenza che ha fatto
rilevare una vicinanza con l’espressionismo europeo e riferimenti figurativi
che lo rendono una figura sui generis nel panorama sia dell’Action
Painting che dell’Espressionismo astratto, a cui i critici lo
associano.
De Kooning, di
origine olandese e formazione europea (studiò all’Accademia di Rotterdam),
fu uno degli artisti europei che emigrarono a New York negli anni Venti (nel
1926), prima delle leggi razziali in Germania e della Seconda guerra
mondiale, preparando il terreno per il grande esodo che sposterà l’asse del
mondo dell’arte da Parigi agli Stati Uniti. A questa generazione di artisti
appartiene anche una figura molto importante per De Kooning, il
pittore armeno Arshile Gorky che viveva a New York dal 1920.
La loro concezione dell’arte e le loro opere sono molto diverse, ma i quadri
esposti in questa mostra evidenziano un’influenza della pittura di Gorky
(che era morto suicida nel 1948) su De Kooning nell’ultima produzione
di quest’ultimo.
La mostra si conclude con un
piccolo allestimento fotografico in una nuova sala aperta negli spazi del
primo piano. Una serie di fotografie documenta alcuni momenti del rapporto
dell’artista con Roma, di cui si ricordano due lunghi soggiorni (nel 1959 e
nel 1969), tra gli artisti di via Margutta e le esposizioni della Galleria
La Tartaruga.