Willem de Kooning

Late painting


Dall'19 ottobre all'11 febbraio 2007

Museo Carlo Bilotti Roma
Viale Fiorello La Guardia, 4

www.museocarlobilotti.it

Tutti i giorni 9.00-19.00

Lunedì CHIUSO

Intero: 6€ Ridotto: 4€

 

 

Willem De Kooning. Late paintings” è la seconda mostra ospitata all’interno del Museo Carlo Bilotti, il nuovo spazio espositivo (aperto da maggio 2006) destinato ad accogliere mostre temporanee di arte contemporanea (la mostra precedente era dedicata a tre mostri sacri come Damien Hirst, Jenny Saville, David Salle – leggi recensione) e la donazione dell’imprenditore Carlo Bilotti. Una donazione che era stata accolta in primavera con grandissima clamore dalla stampa e dai politici romani, anche se il suo effettivo valore storico-artistico non è sicuramente elevato.

Certamente è stata un’ottima occasione per restaurare l’edificio dell’Aranciera a Villa Borghese.  “Le sole cose che restano dopo la nostra morte sono quelle che doniamo alla collettività, poiché che le generazioni future sono la continuazione della nostra vita”. Sono parole di Carlo Bilotti, che oggi suonano come un testamento poiché l’imprenditore italo-americano è morto venerdì (17 novembre 2006) nella sua casa di New York. Probabilmente la donazione di maggior valore fatta da Bilotti al suo paese d’origine non è quella dell’Aranciera di Villa Borghese, ma sono le sculture che costituiscono il MAP- Museo all’aperto realizzato a Cosenza, sua città natale. Una serie di lavori di importanti artisti del Novecento (gli italiani Emilio Greco, Pietro Consagra, e stranieri come Dalì, Sacha Sonso – due opere del MAP sono state spostate nel cortiletto antistante il museo romano[1]). Altro grande progetto ancora allo stadio embrionale è quello di un nuovo spazio espositivo, all’interno della Cappella di Villa Adda, sempre nel cuore di uno dei parchi storici di Roma. Un museo in cui, secondo le dichiarazioni che accompagnarono l’inaugurazione della prima mostra del Museo Carlo Bilotti, dovranno confluire le opere della Bilotti Chappel, donate dall’imprenditore (si è parlato in particolare di un Museo Damien Hirst). Ma ora che Bilotti è morto già sale la preoccupazioni che questo progetti possa inabissarsi.

Intanto al Museo Bilotti continua il programma di mostre temporanee. La mostra in corso non ha alcun legame diretto con il padre del museo. È curata da Julie Sylvester, curatrice associata per l’arte contemporanea dell’Ermitage di San Pietroburgo (dove le opere in mostra son state esposte prima di raggiungere Roma) e realizzata grazie alla collaborazione della Willem de Kooning Foundation di New York.

All’importante figura di Willem De Kooning (Rotterdam, 1904-New York, 1997) non era mai stata dedicata una personale a Roma. Anche in questo caso non si tratta di un’esposizione monografica ma di uno sguardo sugli ultimi anni di attività dell’artista. Il Museo ospita una ventina di opere tutte realizzate negli anni Ottanta, da collocarsi tra due poli fondamentali della vita artistica e umana di De Kooning. Agli inizi del decennio il pittore si liberò dal problema dell’alcol, ma a partire dal 1987 le sue condizioni di salute si aggravarono e nel 1989 la moglie morì di cancro. Questi due momenti hanno importanti ripercussioni sulla produzione artistica. Da una parte la rinascita dei primi anni Ottanta, dall’altra la decisioni di abbandonare la pittura nel 1990. De Kooning morì  nel 1997, passando gli ultimi anni della sua vita divorato dalla sindrome di Alzheimer.

Le opere di quest’ultimo decennio mostrano, quindi, una regressione rispetto alle complesse, piene, soffocanti opere che lo avevano reso celebre negli anni Cinquanta. Lo spazio si semplifica ed è dominato da linee che creano sinfonie di colori (per le quali la critica ha parlato di riferimenti a Henri Matisse) lasciando ampio spazio a campiture bianche. È l’evoluzione di una tendenza sempre più astratta che fin dai decenni precedenti si era allontanata dalle opere più conosciute di De Kooning, che contengono ancora un germe figurativo. Opere in cui figure umane, quasi sempre femminili, si trovavano dozzinalmente soffocate all’interno della cornice del quadro, deformate, snaturate anche nei colori. Una violenza che ha fatto rilevare una vicinanza con l’espressionismo europeo e riferimenti figurativi che lo rendono una figura sui generis nel panorama sia dell’Action Painting che dell’Espressionismo astratto, a cui i critici lo associano.

De Kooning, di origine olandese e formazione europea (studiò all’Accademia di Rotterdam), fu uno degli artisti europei che emigrarono a New York negli anni Venti (nel 1926), prima delle leggi razziali in Germania e della Seconda guerra mondiale, preparando il terreno per il grande esodo che sposterà l’asse del mondo dell’arte da Parigi agli Stati Uniti. A questa generazione di artisti appartiene anche una figura molto importante per De Kooning, il pittore armeno Arshile Gorky che viveva a New York dal 1920. La loro concezione dell’arte e le loro opere sono molto diverse, ma i quadri esposti in questa mostra evidenziano un’influenza della pittura di Gorky (che era morto suicida nel 1948) su De Kooning nell’ultima produzione di quest’ultimo.

La mostra si conclude con un piccolo allestimento fotografico in una nuova sala aperta negli spazi del primo piano. Una serie di fotografie documenta alcuni momenti del rapporto dell’artista con Roma, di cui si ricordano due lunghi soggiorni (nel 1959 e nel 1969), tra gli artisti di via Margutta e le esposizioni della Galleria La Tartaruga.


 

[1] Si tratta delle sculture “Ettore e Andromaca” di Giorgio De Chirico e “Grande Cardinale seduto” di Manzù.

 

Sito curato da Tommaso Martini (spleen85@yahoo.it;)
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