|
Il
respiro del mondo è un'esposizione artistica ad ingresso
gratuito allestita al Complesso del Vittoriano e aperta dal
9 al 20 settembre 2009. L'artista italiano Emilio Leofreddi,
classe 1958, vive e lavora a Roma; in questa mostra presenta
alcuni prodotti di una ricerca cominciata qualche anno fa e
che lo ha portato per sei mesi in India.
Aspettando di
entrare in un primo momento ci sembra di essere un po' fuori
posto tra coppie quasi eleganti e distinte signore con
accessori etnici molto chic. Basta poco però per accorgersi
che sulla scala per l'ingresso si mescolano stili di tutti i
generi, dal serio-accademico al casual all'alternativo, fino
allo stile da red carpet hollywoodiano che distingue senza
ombra di dubbio gli organizzatori dell'evento.
Entriamo nella
sala della mostra e cominciamo ad ammirare le opere: tante
tele quadrate tutte uguali, di colore beige, un po'
spiegazzate e con degli anelli applicati sul bordo, come
quelle che si usano a copertura dei carichi di mezzi di
trasporto (scopriremo poi che si tratta di tende da
campeggio fabbricate in India). Sopra queste tele troviamo
segni di matita, pittura a colori vivaci, disegni e scritte
scarabocchiate a mano ma anche riportate come stencil.
Quasi in tutte è
l'immagine della Terra a dominare al centro: ad essa si
sovrappone a volte un enorme cuore o una gigantesca
chiocciola (@) mentre tutt'intorno si dispongono piccole
figure in skateboard o a piedi che definiscono un percorso
attorno al globo terrestre.
Il viaggio,
soprattutto nella forma del volo è una costante: navi,
aerei, strane macchine volanti, piccoli furgoncini con le
ali e perfino un vascello appeso ad una mongolfiera il cui
pallone è, di nuovo, la Terra. Su tutto questo campeggiano
caratteri tipografici di tipo pubblicitario o che ricordano
le scritte stampate sulle casse in viaggio sulle grandi navi
mercantili; caratteri occidentali ma anche arabi. In piccolo
occhieggiano, a matita, disegnini, appunti e frasi di
canzoni famose, principalmente inni alla pace e alla
fratellanza nel mondo, come Imagine di John Lennon.
Proseguendo tra
un'opera e l'altra ci accorgiamo che l'atmosfera è man mano
cambiata, si è fatta più intensa: mentre il grande
mappamondo di stoffa sospeso sopra le nostre teste non
smette di girare, su una parete della sala è comparsa la
proiezione di un filmato che ci conquista col suo ritmo da
videoclip combinato ad una musica ipnotica e vagamente
orientaleggiante.
Le immagini, come
una sorta di micro diario di viaggio molto accelerato,
svelano la provenienza dell'iconografia delle opere:
schizzi, foto, insegne pubblicitarie, font.... tutti
materiali visivi raccolti in un ambiente lontano e diverso
dal nostro, quello indiano. Il sottofondo creato della
musica acuisce la sensazione di una leggera eccitazione,
come un fremito che serpeggia nell'aria, man mano che
andiamo alla scoperta di questo mondo di segni visivi.
Arrivati
ad un angolo della sala, alcuni post-it e una penna ci
incuriosiscono: sono lì per raccogliere i suggerimenti dei
visitatori. Su una parete infatti l'artista ha installato
quattro delle sue tele montandole non distese come fossero
dei quadri (come ha fatto con tutte le altre) ma
riportandole alla loro funzione di tende. Su ognuna di esse
è stampata l'immagine di un personaggio rappresentativo di
un continente, assieme ad una sua celebre frase.
Se per il Nord
America c'è Martin Luther King con il suo I have a dream,
l'Africa è rappresentata da Mandela con Non vi è alcuna
strada facile per la libertà mentre un aborigeno
australiano è stato scelto per l'Oceania grazie al suo
Quelli che smettono di sognare sono perduti.
Ma tra queste
frasi, tutte di grande impatto, forse quella che colpisce di
più è un'affermazione di Gandhi, scelto per rappresentare
l'Asia: Be the change you want to see in the world.
L'aiuto richiesto
al pubblico è di suggerire altri due personaggi che possano
rappresentare con il loro volto e il loro pensiero i due
continenti che mancano all'appello: l'Europa e il Sud
America.
Mentre riflettiamo
per cercare un nome da suggerire, ci spostiamo al piano
superiore per vedere le ultime opere, stavolta
prevalentemente in bianco e nero ma sempre con l'immagine
della Terra al centro con in evidenza la polarità delle due
parti di cui è composta. Per ultimo, notiamo una tela in cui
un enorme sole sovrapposto alla Terra è circondato
dall'indicazione delle fasi di inspirazione ed espirazione:
rappresenta il rito del saluto al sole (Surya namaskar) e,
contemporaneamente, allude anche al respiro del mondo
suggerito dal titolo.
Mentre la sala si
riempe, raggiungendo il massimo della sua capienza, quel
leggero fremito vitale diventa un banale cicaleccio che
copre la musica e mette fine al momento magico sperimentato
solo pochi minuti prima. Consumate ormai le opere, così come
il cocktail, non ci resta che avviarci verso l'uscita,
cercando di portare con noi l'emozione appena vissuta.
Lucia Ferroni
|