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Scriveva
Leonardo Sciascia che la prigione di Aldo Moro, “si trova in
un luogo insospettato ed insospettabile, in un luogo
inaccessibile alla polizia, in un luogo che gode di
immunità”. Era l’agosto del 1978, il 16 marzo dello stesso
anno il presidente della Democrazia Cristiana era stato
rapito in via Fani, a maggio il suo corpo era stato
ritrovato nella Renault rossa in via Caetani. A collegare
queste due strade, una a nord di Roma, una in pieno centro,
via Montalcini, alla Magliana Nuova. Via Montalcini 8 è
l’indirizzo presso il quale, secondo le sentenze dei
tribunali, Aldo Moro fu tenuto prigioniero durante i 55
giorni che precedettero la sua esecuzione. L’interno 1 di
questo tipico edificio anni Settanta, si trasformerà nella
sede del cosiddetto “processo del popolo”. È questo il luogo
in cui Moro ha scritto le ottantasei lettere indirizzate ai
familiari, ai compagni di partito, al papa. Le lettere che
sono tra le prove usate da Sciascia per il suo duro attacco
alla scelta della DC di non trattare con le BR, al centro
del suo libro “L’affaire Moro” (1978). Un indirizzo che
racchiude ancora tanti misteri, così vicino alle abitazioni
dei membri della banda della Magliana.
All’interno dell’appartamento, intestato a Anna Laura
Bracchetti, che l’aveva acquistato nel dicembre del 1977,
dietro un tramezzo, si trovavano i 3,24 metri quadrati in
cui Moro visse la sua prigionia. È da qui che l’artista
genovese Francesco Arena è partito per la sua opera “3,24
mq”. Si tratta di una ricostruzione della cella di Moro,
inserita all’interno di un parallelepipedo in legno, che
ricorda i cassoni utilizzati per il trasporto di opere
d’arte. Pochi oggetti all’interno: una branda, un comodino
con sopra fogli, penna, carta igienica e una bottiglia
d’acqua, una bacinella, un wc chimico e un ventola
elettrica. Nel saggio “La cella” di Stefano Chiodi in
catalogo, si legge: “Un’opera politica, non sulla politica
[…] un’opera sul divenire politica dell’arte in un’opera”,
perché quei 3,24 mq contengono soprattutto continue
trasformazioni, quella del parallelepipedo in cassa e poi in
cella, quella di Aldo Moro che, sempre secondo Sciascia, da
uomo di potere diviene soltanto uomo, e mostra nelle sue
lettere un’umanità sempre più nuda.
L’installazione del giovane artista, classe 1966, inaugura
l’attività della Fondazione Nomas, circa ducento metri
quadrati di spazio espositivo in via Somalia, nella zona
nord-est di Roma. Il nome della Fondazione deriva dal
temrine che gli antichi romani usavano per definire i popoli
nomadi che vivano la fascia sahariana dell’Africa e che non
furono mai sottomessi da nessun invasore, un riferimento
che, secondo i titolari della Fondazione, Raffaella e
Stefano Sciaretta, può ben rappresentare la “liberta,
indipendenza e assenza di vincoli” che caratterizza la loro
posizione nel mondo dell’arte contemporanea. I due
collezionisti intendono con la Fondazione dare spazio e
supportare giovani artisti.
Marco Fusino
6 agosto 2008
Comunicato stampa:
La Fondazione Nomas nasce dal cammino compiuto da due
collezionisti romani, Raffaella e Stefano Sciarretta. Le
loro parole esprimono con chiarezza le ragioni che li hanno
spinti a concretizzare tale progetto: “Collezionare è
un’esperienza che ci ha reso mobili, liberi, aperti fino a
desiderare la creazione di un organismo che approfondisse il
viaggio fin qui percorso. Nomas è punto d’arrivo e di
partenza al tempo stesso, non soltanto per proseguire oltre,
ma per sostenere i progetti di tutti coloro che attraverso
l’arte contemporanea intendono suggerire altre strade e
nuovi viaggi.”
Il progetto apre con l’opera di un giovane artista italiano,
Francesco Arena, dal titolo 3.24 mq. Il dato numerico del
titolo fa riferimento allo spazio della cella di un
prigioniero. Come scrive Stefano Chiodi in catalogo: “La
cella è il rifacimento in scala 1:1 dell’ambiente ricavato
all’interno di un appartamento in via Montalcini 8 a Roma,
dove, in base alle testimonianze di Anna Laura Braghetti,
Prospero Gallinari e Mario Moretti, tra il 16 marzo e il 9
maggio 1978 Aldo Moro avrebbe trascorso i suoi ultimi
cinquantacinque giorni di vita prigioniero delle Brigate
Rosse. Trenta anni fa… La cella è un’opera d’arte
politica…Un’opera politica, non un’opera sulla politica. Non
sul detto, sul meccanismo visibile, sul gergo, i simboli, e
neppure, anche se questo è il suo punto di partenza, sulla
storia politica italiana. Piuttosto sulla politica come
processo di cui l’arte è una componente (necessaria, è il
postulato).”
La scelta dell’opera di Francesco Arena, oggi trentenne, è
stata dettata da una riflessione: il tempo dei nostri giorni
sembra scorrere troppo in fretta, tanto velocemente da
travolgere anche la memoria del passato. Ricordare è
talvolta un esercizio doloroso, ma indispensabile per
mantenere viva la coscienza.
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