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Nella coscienza popolare, Paul Gauguin è
essenzialmente l’innovatore dell’arte pittorica e il teorico
del sintetismo. Eppure Gauguin, artista esule
per scelta e solitario viaggiatore oltreoceano, non è solo
un pittore all’avanguardia, bensì un artista poliedrico, i
cui interessi spaziano dalla pittura alla ceramica, dalla
scultura in legno alla fusione in bronzo.
È proprio questa immagine di artista completo ed eclettico
che si ricava dalla retrospettiva ospitata al Vittoriano
a Roma fino al 3 febbraio 2008.
Tra circa 150 quadri, xilografie, sculture, lettere
autografe è possibile esplorare l’opera dell’artista alla
luce del suo percorso umano a cui la sua arte è
ineluttabilmente connessa. Dal misterioso intreccio tra arte
e vita nascono, infatti, lavori ineguagliabili per
l’evocazione di atmosfere di mito e di sogno, di un mondo
puro e incontaminato.
“Se qualcuno vuole sapere chi sono deve cercarmi nelle
opere”, scrive Gauguin in uno dei suoi memoriali.
Giovane controcorrente, vagabondo senza fissa dimora, fa del
viaggio la sua principale fonte di ispirazione, un modo per
evadere dalla realtà e condurre un’esistenza mitica e
sognante.
Gauguin
è amante del mare e della libertà, è un cittadino del mondo,
insofferente al perbenismo e al fare bigotto delle menti
europee. All’Europa civilizzata oppone il suo amore per la
Bretagna selvaggia e primitiva, per i paesaggi caldi e
floridi della Martinica. All’ipotizzata civile modernità
continentale oppone la sua predilezione per la fulgida luce
della lontana Tahiti e il carattere sincero della sua gente.

È nel suono sordo degli zoccoli sul selciato della Bretagna
che egli ricerca, infatti, quella “nota” ispiratrice della
sua arte e, successivamente, a Tahiti, dove a stretto
contatto con gli indigeni e al ritmo della natura,
Gauguin vive un periodo denso di attività artistica e si
convince che l’opera primitiva e spontanea è l’unica in
grado di esprimere valori universali.
La complessa personalità di Gauguin, dunque, dà vita
a un’arte semplice e nel contempo carica del fascino
seduttivo dell’esotico, intrisa di tradizione e di
innovazione.
Dopo aver vissuto un’esistenza difficile, da artista amato
sì da buona parte della critica, ma pressoché privo di un
redditizio riscontro commerciale, Paul Gauguin
muore l’8 maggio 1903, senza la soddisfazione di veder
riconosciuta la sua opera come vera arte.
Solo nel 1906, a tre anni dalla sua morte, Vollard
organizza a Parigi una mostra in cui espone 227 opere
dell’artista: da allora nasce il mito di Gauguin e
quel maestro rifiutato, fuggiasco e incompreso, diventa il
capostipite delle avanguardie artistiche dei primi anni del
Novecento.
L’esposizione al Vittoriano permette di ammirare varie opere
scultoree provenienti dal museo di Santa Monica come una
“Cassetta di legno decorata”, una “Stecca per ventaglio con
ballerina”, una “Signora a passeggio”, il “Re del furore”,
alcuni acquarelli come “Malinconia” del 1894, vasi,
ceramiche, nonché alcune nature morte di Emile Bernard
e oli su tela di alcuni dei più cari amici di
Gauguin, come Wladyslaw Slewinski e Jakob
Meyer de Haan.

Di notevole interesse è il rilievo policromo in legno
“Cigni”, “La Conversazione” fatta arrivare dal museo di S.
Pietroburgo, “Upaupa” proveniente da Gerusalemme, il
trittico delle “Quattro stagioni”, il famosissimo “Cristo
giallo” e molte altre tele suddivise per fasi e introdotte
da un esaustivo commento biografico dell’artista.
È dunque una mostra antologica che ci restituisce un
Gauguin caparbio e sognatore che, a partire dalle sue
esperienze di irrefrenabile globe-trotter, non si
esime di riflettere sulla vita e sulla morte e di infondere,
alla sua arte, un profondo senso filosofico e religioso.
Diversamente dagli impressionisti, con cui pure aveva
esposto a Parigi nel 1879, Gauguin crede nella forza
evocatrice del dato naturale anziché nella mera descrizione
dello stesso. I suoi quadri, caratterizzati da ampie chiazze
di colori spesso molto intensi, colpiscono lo spettatore per
gli originali accostamenti cromatici, l’essenzialità delle
linee, la quotidianità delle scene.
Eppure, Gauguin non è un realista. È piuttosto un
artista che rifugge volontariamente dalla realtà per
sconfinare nell’incantevole dimensione dell’immaginazione,
del mito e del sogno.
Maria Domenica Mangialavori
mangialavoridomi@yahoo.it
22/01/2008
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