"Io non riproduco la vita, faccio una dichiarazione sui
valori umani. La mia opera si occupa di persone che conducono
un'esistenza di pacifica disperazione. Mostro il vuoto, la
fatica, l'invecchiamento, la frustrazione. Queste persone non
sanno reggere la competitività. Sono degli esclusi, degli esseri
psicologicamente handicappati." (Duane Hanson)
Attraversando la grande sala del museo di Arken
(Copenhagen) in cui vengono presentate una trentina di opere di
Duane Hanson (1925-1996), si ha come
l’impressione di trovarsi in uno spazio di confine tra museo e
realtà. Nello spazio istituzionalizzato del museo Hanson
propone le sue figure tridimensionali, figure umane
iperealistiche, che sembrano richiamati direttamente dalla
realtà quotidiana. La mostra danese è dedicata all’American
dream. Questi uomini, donne, vecchi e bambini incarnano il
fallimento del sogno americano. Sono carichi di rassegnazione,
disperazione. La loro immobilità ne enfatizza il vuoto e la
solitudine. Non sono tipi umani, ma individui che portano sulle
proprie spalle una storia e il peso dell’american dream.
Hanson non attua una stereotipizzazione del reale ma riesce
a infondere nelle statue una grande umanità, un soffio vitale.
Lavoratori, giovani studenti, casalinghe, poliziotti, vecchi,
tutti colti nel momento dell’abbandono, negli istanti di riposo.
Come sottolinea Thomas Buchsteiner, curatore
della mostra, il messaggio dell’opera di Hanson ci
permette di affrontare con più consapevolezza la quotidianità.
Ci rendiamo conto che queste statue sono gli uomini che
circondano la nostra esistenza, portatori della medesima
rassegnazione e malinconia che però noi non vediamo quando ci
passa accanto per strada. La cogliamo e ci induce a riflettere
solo nel momento in cui viene trasposta in uno spazio altro da
quello del reale ed esorcizzata nell’artificiale. Per questo
molti critici hanno parlato a proposito di Hanson di una realtà
più reale del reale.
In trent’anni di attività Hanson ha creato poco più di un
centinaio di sculture. I soggetti sono per lo più rappresentanti
della middle-class americana, le vittime dell’american dream,
realtà che Hanson conobbe durante la propria giovinezza.
L’artista nacque nel 1925 in Minnesota da emigranti svedesi che
lo allevarono in un ambiente rurale, improntato al rispetto dei
valori americani. IN questo contesto scoprì comunque ben presto
le proprie doti artistiche e negli anni quaranta cominciò a
studiare arte prima all’Università of Washington di Seattle poi
di nuovo in Minnesota dove conobbe importanti scultori come Carl
Milles, anch’egli svedese di origini. Risale al 1967 il suo
primo lavoro con soggetto umano realizzato in resina e fibra di
vetro. Alla fine degli anni Sessanta Hanson si trasferisce nella
capitale dell’arte, a New York, dove rimane solo quattro anni,
prima di raggiungere la Florida. Hanson morirà di cancro nel
1996, malattia diagnosticatali per la prima volta quasi trent’anni
prima.
Le
operazioni tecniche che permettono a Hanson di realizzare
le proprie sculture sono molto complesse. Il punto di partenza
sono modelli vivi. Hanson realizzi dei calchi in una
miscela di silicone e intonaco delle varie parti del corpo
direttamente su uomini, donne, bambini, ecc… Ogni figura creata
da Hanson però, rispecchia un’idea, non degli uomini
reali. Il risultato quindi è frutto di un assemblaggio ci calchi
da corpi diversi. Il calco viene riempito con plastica liquida e
fatto asciugare, prima di essere assemblato a formare l’intero
corpo. Hanson colora poi le statue con un aerografo prima
di vestirle, spesso con vestiti appartenenti agli stessi
modelli.
La mostra “Duane Hanson. Sculptures of the American dream”
rimarrà aperta fino al 3 giugno nel grande Art Axis dell’Arken
Museum of Modern Art, sorto nel sobborgo di Ishøj, a sud di
Copenhagen. Un importante spazio per l’arte contemporanea, sorto
in una zona isolata, vicino al mare, che con la sua sagoma a
forma di nave domina la baia di Køge.
Il progetto fu commissionato alla fine degli anni Ottanta al
giovane architetto danese
Soren Robert Lund,
allora solo venticinquenne, e inaugurato nel 1996.
30
marzo 2007
Tommaso Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com