Hans Hartung

In principio era il fulmine


Dal 22 novembre all'11 marzo

Triennale Bovisa, Milano
Via Lambruschini 31

http://www.triennale.it/bovisa/hartung

Tutti i giorni 11.00-24.00

Lunedì CHIUSO

Ingresso libero

Courtesy: Ufficio stampa Triennale di Milano

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Redazione

 

L’arte non deve farsi soggiogare dalle ideologie ma deve essere essa stessa ideologia di libertà, di ricerca

 

È dedicata a un maestro dell’Informale europeo la mostra che inaugura il nuovo spazio espositivo della Triennale di Milano. Duemila metri quadrati dedicati all’arte e alla cultura, costruiti nell’arco di soli quattro mesi grazie all’accordo tra la Triennale e EuroMilano. Cultura e industria che si incontrano quindi, nel progetto di recupero del quartiere industriale della Bovisa, nella zona nord ovest di Milano. Uno spazio che si affianca con grande sintonia al Politecnico e ad altre aree culturali che stanno nascendo nella zona.

E lo sguardo della Triennale Bovina (Tbvs) è rivolto tutto al contemporaneo: una decisone nata da un’evidente necessità di Milano: essere inserita nei grandi circuiti dell’arte contemporanea, secondo il presidente Davide Rampello. Così all’appuntamento dedicato ad Hans Hartung, che occuperà gli spazi della Triennale fino a marzo, seguirà “Timer”, un’esposizione che diventerà annuale, per presentare le tendenze del mondo artistico contemporaneo.

La mostra “Hans Hartung. In principio era il fulmine” si apre a sei anni dall’importante retrospettiva alla Gam di Torino, in occasione della quale fu pubblicata in Italia l’autobiografia di Hans Hartung, “Autoritratto”.  È uno strumento fondamentale per comprendere l’opera dell’artista e questa mostra. A partire dal titolo stesso: “In principio era il fulmine”. Le prime pagine dedicate all’infanzia si aprono proprio sul ricordo della paura dei temporali. Nella casa della nonna, quando scoppiavano violenti temporale sul cielo di Lipsia, il piccolo Hans si rifugiava in un corridoio con la sorella, terrorizzato dalle esplosioni fragorose. Finché, ricorda Hartung, un giorno –avevo sei anni, ed ero un bambino- non mi tenni più. Mi decisi in un attimo. Aprii la porta della mia camera e mi ritrovai davanti alla finestra, faccia a faccia col temporale. Tremando per la mia temerarietà, aprii la finestra. Era dunque un temporale, quello, era spaventoso! Ma finalmente osavo affrontarlo. E ben presto troverà il modo più efficace per affrontarlo ed esorcizzarne la paura. Comincia a disegnare lo zigzagare dei fulmini sui quaderni di scuola, riproducendo gestualmente lo scoppio del fulmine: dovevo aver terminato di tracciare il loro zig zag sulla pagina prima dello schianto del tuono. Riproduceva la natura per batterla sul tempo Niente poteva accadermi se il mio segno era veloce quanto il lampo.  È da qui che inizia tutta l’arte e la poetica di Hans Hartung. I cui punti essenziali sono tracciati dallo stesso artista: la rapidità fulminea del tratto, la ricerca dell’istantaneità, la spontaneità.

Leggendo l’ “Autoritratto” scopriamo una biografia che si intreccia costantemente con la sua opera. Un’apparente contraddizione, vista la sua totale dedizione all’astratto. Ma gli eventi della sua vita sono stati inscritti dal suo tratto veloce e violento sulla tela.

Gran parte dell’infanzia Hartung la passa viaggiando al seguito del padre, importante medico e chimico. La permanenza a Lipsia e poi a Basilea, non è abbastanza prolungata per instaurare amicizie. In Hartung comincia a nascere un’identità da straniero. A Basilea il cielo torna ad avere un ruolo fondamentale nella vita di Hartung. Con un telescopio scopre un altro cielo, e grazie ai libri di astronomia supera il desiderio irrefrenabile di farsi missionario, che lo colse quando aveva appena dieci anni. L’Universo costituirà una suggestione fondamentale per la sua attività di pittore. Cercherà di riprodurne sulla tela l’ordine e l’energia espansiva.

Ben presto scopre l’amore per i grandi maestri della pittura nei musei di Dresda, dove vive con la famiglia durante la prima guerra mondiale. Continua a dedicarsi al disegno: disegno dopo disegno ero arrivato, infine, a non raffigurare più niente. Hartung riconosce l’originalità di un approdo all’astratto avvenuto in modo naturale, senza alcuna consapevolezza artistica, senza effettuare una vera scelta.  Decide di frequentare le vie tradizionali di accesso alla professione di pittore. Prima a Lipsia, poi, dal 1926, a Parigi. Passa giornate intere davanti a grandi maestri del Louvre, ma ama anche i contemporanei. È alla rincorsa dei migliori insegnati delle accademie. Ha un idea precisa di quello che dovrebbe essere la sua arte: ero alla ricerca di una legge, di una regola aurea: alchimista del ritmo, del movimento, del colore. Dal disordine apparente dovevo riuscire a dar vita a un movimento perfetto. Così sentivo che avrei fatto parte delle forze che reggono la natura. Come a sei anni, quando disegnava i fulmini. Si sviluppa una pittura che racchiude proprio questo: un’apparenza caotica, ma una grande armonia globale, sinfonia degli elementi che la compongono. Hartung ha vissuto sempre nel rapporto con l’altro da sé, con ciò che lo circonda, con la natura. Egli è in grado di trasfigurare questo rapporto e renderlo attraverso un linguaggio astratto. Il suo astrattismo rielabora quindi la realtà dei sentimenti, degli affetti, dei drammi, delle inquietudini.

Un’arte di questo tipo non può non insospettire i nazisti. E nel 1935 la Gestapo lo sottopone ad un duro interrogatorio dal quale Hartung si salva grazie all’intervento di un cugino procuratore. Un interrogatorio kafkiano, ricorda Hartung, dovuto forse ad alcuni incontri avuti con vecchi amici, o proprio a quella sua arte, per la quale, gli diranno nel corso della notte alla questura di Berlino, volevano mandarlo al manicomio.  Hartung lascia di nuovo la Germania per la Francia. Da questo momento, fino alla conclusione della guerra, la sua produzione è caratterizzata dal prevalere del nero, dal pessimismo e dall’opacità. La drammaticità si esprime in grovigli serrati di segni, nell’irrequietezza dei graffi.

Hartung non riesce a rimanere indifferente davanti a ciò che sta succedendo in Germania. Nel 1939 si arruola nell’esercito francese. Dopo l’occupazione nazista della Francia, Hartung cerca la via di fuga in Spagna. Ma viene arrestato appena mette piede sul suolo iberico. Passò nella durissima prigione di Figuerras tre mesi prima di essere mandato nel campo di concentramento di Miranca dell’Ebro. Da qui viene arruolato nell’esercito della Francia libera. In Alsazia fu gravemente ferito e congedato in seguito all’amputazione di una gamba nel 1944.

Nel dopoguerra Hartung ritorna a Parigi. Nel 1947 si aprirà la sua prima personale e stipulerà un primo contratto con un gallerista. Negli anni successivi la sua fama comincia a da affermarsi sempre più e Hartung potrà vivere della sua pittura. Dipingerà nelle case da lui stesso progettate (i cui progetti sono presenti in mostra).

In una sezione della mostra sono esposte tele realizzate a partire da disegni degli anni precedenti la guerra. A distanza di decenni Hartung torna su vecchi disegni, a dimostrare come il tratto fulmineo e l’urgenza d’espressione che caratterizzano il suo approccio alla tela, in realtà siano un’esplosione di una lenta riflessione interiore.

Dopo il periodo dei “disegni neri” nell’immediato dopoguerra Hans Hartung ritornerà a una pittura che esprime solidità ed energia.  In una tensione costante tra il segno e la macchia, i due elementi tra cui si muoverà sempre. A partire dagli anni Cinquanta il pittore raggiunge un periodo di serenità ad Antibes, che trova una corrispondenza nell’addolcimento del tratto e nell’apertura della cromia.

Hartung sarà sempre n grande sperimentatore. E affronterà il colore e la tela con gli strumenti più diversi. Negli anni Sessanta graffierà le campiture di colore, delineando al loro interno delle sottili tramature. La mostra ripercorre tutte queste tappe del percorso artistico di Hand Hartung. Si concentra anche sulla fotografia. Sono esposte numerose fotografie che indicano una continuità con la ricerca pittorica. Una grande attenzione alla luce ma anche alla creazione di immagini astratte a partire dai dati del reale.

Non viene invece lasciato spazio ad un’altra importante attività artistica di Hartung. Non troviamo infatti tra le duecento opere, provenienti tutte dalla Fondazione Hartung di Antibes, nemmeno una scultura.  Attività che fu invece molto importante, scoperta grazie all’amicizia con il grande sculture spagnolo Julio Gonzales (di cui in seconde nozze sposerà la figlia). Nelle sue sculture avremo ritrovato lo stesso groviglio di linee delle tele e dei disegni, la stessa dialettica tra macchia e segno. Poiché Hartung ritiene che della scultura fa parte anche l’aria sottesa dal segno e dalla materia che si muovono nello spazio.

Hartung chiude la sua biografia parlando della stretta relazione che intercorre tra la sua opera e la realtà, nonostante l’abbandono del figurativismo: Io mi sento fisicamente e psichicamente parte della realtà e mi sembra di non poter fare niente che non sia in direzione diretta e stretta con essa.

Vicinanza con la realtà. È la chiave di lettura dell’opera dell’artista che dà Fabrizio D’Amico nel saggio introduttivo all’autobiografia. Egli evidenzia il paradosso di una vicinanza al reale che produce l’astratto. Ma un astratto, appunto, dove è sempre possibile cogliere la carne viva e scoperta di una realtà sempre flagrante.

2 febbraio 2007

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

Titolo: Hans Hartung. In principio era il fulmine. Catalogo della mostra (Milano, 22 novembre 2006 - 11 marzo 2007). Ediz. italiana e inglese Prezzo € 49,00

Dati 295 p., ill., rilegato

Anno 2006

Editore: 5 Continents Editions

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