L’arte non deve farsi soggiogare dalle ideologie ma
deve essere essa stessa ideologia di libertà, di
ricerca
È dedicata a un maestro dell’Informale europeo la
mostra che inaugura il nuovo spazio espositivo della
Triennale di Milano. Duemila metri quadrati
dedicati all’arte e alla cultura, costruiti
nell’arco di soli quattro mesi grazie all’accordo
tra la Triennale e EuroMilano. Cultura e industria
che si incontrano quindi, nel progetto di recupero
del quartiere industriale della Bovisa, nella
zona nord ovest di Milano. Uno spazio che si
affianca con grande sintonia al Politecnico e ad
altre aree culturali che stanno nascendo nella zona.
E lo sguardo della Triennale Bovina (Tbvs) è
rivolto tutto al contemporaneo: una decisone nata
da un’evidente necessità di Milano: essere inserita
nei grandi circuiti dell’arte contemporanea,
secondo il presidente Davide Rampello.
Così all’appuntamento dedicato ad Hans Hartung,
che occuperà gli spazi della Triennale fino a
marzo, seguirà “Timer”, un’esposizione che
diventerà annuale, per presentare le tendenze del
mondo artistico contemporaneo.
La mostra “Hans Hartung. In principio era il
fulmine” si apre a sei anni dall’importante
retrospettiva alla Gam di Torino, in occasione della
quale fu pubblicata in Italia l’autobiografia di
Hans Hartung, “Autoritratto”. È uno
strumento fondamentale per comprendere l’opera
dell’artista e questa mostra. A partire dal titolo
stesso: “In principio era il fulmine”. Le
prime pagine dedicate all’infanzia si aprono proprio
sul ricordo della paura dei temporali. Nella casa
della nonna, quando scoppiavano violenti temporale
sul cielo di Lipsia, il piccolo Hans si rifugiava in
un corridoio con la sorella, terrorizzato dalle
esplosioni fragorose. Finché, ricorda Hartung,
un giorno –avevo sei anni, ed ero un bambino- non
mi tenni più. Mi decisi in un attimo. Aprii la porta
della mia camera e mi ritrovai davanti alla
finestra, faccia a faccia col temporale. Tremando
per la mia temerarietà, aprii la finestra. Era
dunque un temporale, quello, era spaventoso! Ma
finalmente osavo affrontarlo. E ben presto
troverà il modo più efficace per affrontarlo ed
esorcizzarne la paura. Comincia a disegnare lo
zigzagare dei fulmini sui quaderni di scuola,
riproducendo gestualmente lo scoppio del fulmine:
dovevo aver terminato di tracciare il loro zig zag
sulla pagina prima dello schianto del tuono.
Riproduceva la natura per batterla sul tempo
Niente poteva accadermi se il mio segno era veloce
quanto il lampo. È da qui che inizia tutta
l’arte e la poetica di Hans Hartung. I cui punti
essenziali sono tracciati dallo stesso artista: la
rapidità fulminea del tratto, la ricerca
dell’istantaneità, la spontaneità.
Leggendo l’ “Autoritratto” scopriamo una biografia
che si intreccia costantemente con la sua opera.
Un’apparente contraddizione, vista la sua totale
dedizione all’astratto. Ma gli eventi della sua vita
sono stati inscritti dal suo tratto veloce e
violento sulla tela.
Gran parte dell’infanzia Hartung la passa
viaggiando al seguito del padre, importante medico e
chimico. La permanenza a Lipsia e poi a Basilea, non
è abbastanza prolungata per instaurare amicizie. In
Hartung comincia a nascere un’identità da
straniero. A Basilea il cielo torna ad avere un
ruolo fondamentale nella vita di Hartung. Con
un telescopio scopre un altro cielo, e grazie
ai libri di astronomia supera il desiderio
irrefrenabile di farsi missionario, che lo colse
quando aveva appena dieci anni. L’Universo
costituirà una suggestione fondamentale per la sua
attività di pittore. Cercherà di riprodurne sulla
tela l’ordine e l’energia espansiva.
Ben presto scopre l’amore per i grandi maestri
della pittura nei musei di Dresda, dove vive con la
famiglia durante la prima guerra mondiale. Continua
a dedicarsi al disegno: disegno dopo disegno ero
arrivato, infine, a non raffigurare più niente.
Hartung riconosce l’originalità di un approdo
all’astratto avvenuto in modo naturale, senza alcuna
consapevolezza artistica, senza effettuare una vera
scelta. Decide di frequentare le vie tradizionali
di accesso alla professione di pittore. Prima a
Lipsia, poi, dal 1926, a Parigi. Passa giornate
intere davanti a grandi maestri del Louvre, ma ama
anche i contemporanei. È alla rincorsa dei migliori
insegnati delle accademie. Ha un idea precisa di
quello che dovrebbe essere la sua arte: ero alla
ricerca di una legge, di una regola aurea:
alchimista del ritmo, del movimento, del colore. Dal
disordine apparente dovevo riuscire a dar
vita a un movimento perfetto. Così sentivo che avrei
fatto parte delle forze che reggono la natura.
Come a sei anni, quando disegnava i fulmini. Si
sviluppa una pittura che racchiude proprio questo:
un’apparenza caotica, ma una grande armonia globale,
sinfonia degli elementi che la compongono. Hartung
ha vissuto sempre nel rapporto con l’altro da sé,
con ciò che lo circonda, con la natura. Egli è in
grado di trasfigurare questo rapporto e renderlo
attraverso un linguaggio astratto. Il suo
astrattismo rielabora quindi la realtà dei
sentimenti, degli affetti, dei drammi, delle
inquietudini.
Un’arte di questo tipo non può non insospettire i
nazisti. E nel 1935 la Gestapo lo sottopone ad
un duro interrogatorio dal quale Hartung si
salva grazie all’intervento di un cugino
procuratore. Un interrogatorio kafkiano, ricorda
Hartung, dovuto forse ad alcuni incontri avuti
con vecchi amici, o proprio a quella sua arte, per
la quale, gli diranno nel corso della notte alla
questura di Berlino, volevano mandarlo al manicomio.
Hartung lascia di nuovo la Germania per la
Francia. Da questo momento, fino alla conclusione
della guerra, la sua produzione è caratterizzata dal
prevalere del nero, dal pessimismo e
dall’opacità. La drammaticità si esprime in grovigli
serrati di segni, nell’irrequietezza dei graffi.
Hartung
non riesce a rimanere indifferente davanti a ciò che
sta succedendo in Germania. Nel 1939 si arruola
nell’esercito francese. Dopo l’occupazione nazista
della Francia, Hartung cerca la via di fuga
in Spagna. Ma viene arrestato appena mette piede sul
suolo iberico. Passò nella durissima prigione di
Figuerras tre mesi prima di essere mandato nel campo
di concentramento di Miranca dell’Ebro. Da qui viene
arruolato nell’esercito della Francia libera. In
Alsazia fu gravemente ferito e congedato in seguito
all’amputazione di una gamba nel 1944.
Nel dopoguerra Hartung ritorna a Parigi. Nel
1947 si aprirà la sua prima personale e stipulerà un
primo contratto con un gallerista. Negli anni
successivi la sua fama comincia a da affermarsi
sempre più e Hartung potrà vivere della sua
pittura. Dipingerà nelle case da lui stesso
progettate (i cui progetti sono presenti in mostra).
In una sezione della mostra sono esposte tele
realizzate a partire da disegni degli anni
precedenti la guerra. A distanza di decenni
Hartung torna su vecchi disegni, a dimostrare
come il tratto fulmineo e l’urgenza d’espressione
che caratterizzano il suo approccio alla tela, in
realtà siano un’esplosione di una lenta
riflessione interiore.
Dopo il periodo dei “disegni neri” nell’immediato
dopoguerra Hans Hartung ritornerà a una
pittura che esprime solidità ed energia. In una
tensione costante tra il segno e la macchia, i due
elementi tra cui si muoverà sempre. A partire dagli
anni Cinquanta il pittore raggiunge un periodo di
serenità ad Antibes, che trova una corrispondenza
nell’addolcimento del tratto e nell’apertura della
cromia.
Hartung
sarà sempre n grande sperimentatore. E
affronterà il colore e la tela con gli strumenti più
diversi. Negli anni Sessanta graffierà le campiture
di colore, delineando al loro interno delle sottili
tramature. La mostra ripercorre tutte queste tappe
del percorso artistico di Hand Hartung. Si
concentra anche sulla fotografia. Sono
esposte numerose fotografie che indicano una
continuità con la ricerca pittorica. Una grande
attenzione alla luce ma anche alla creazione di
immagini astratte a partire dai dati del reale.
Non viene invece lasciato spazio ad un’altra
importante attività artistica di Hartung. Non
troviamo infatti tra le duecento opere, provenienti
tutte dalla Fondazione Hartung di Antibes,
nemmeno una scultura. Attività che fu invece molto
importante, scoperta grazie all’amicizia con il
grande sculture spagnolo Julio Gonzales
(di cui in seconde nozze sposerà la figlia). Nelle
sue sculture avremo ritrovato lo stesso groviglio di
linee delle tele e dei disegni, la stessa dialettica
tra macchia e segno. Poiché Hartung ritiene
che della scultura fa parte anche l’aria
sottesa dal segno e dalla materia che si muovono
nello spazio.
Hartung chiude la sua biografia parlando della
stretta relazione che intercorre tra la sua opera e
la realtà, nonostante l’abbandono del
figurativismo: Io mi sento fisicamente e
psichicamente parte della realtà e mi sembra di non
poter fare niente che non sia in direzione diretta e
stretta con essa.
Vicinanza con la realtà. È la chiave di lettura
dell’opera dell’artista che dà Fabrizio
D’Amico nel saggio introduttivo
all’autobiografia. Egli evidenzia il paradosso di
una vicinanza al reale che produce l’astratto. Ma un
astratto, appunto, dove è sempre possibile cogliere
la carne viva e scoperta di una realtà sempre
flagrante.