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Aperta fino al 7
giugno, la mostra Hiroshige – Il maestro della natura
presenta 200 opere dell'artista giapponese Utagawa Hiroshige,
vissuto nella prima metà del 1800. In questo caso, molto
probabilmente, non è la fama di un grande nome ad attirare
lo spettatore al Museo Fondazione Roma ma sono gli stessi
colori e la raffinatezza delle immagini usate per promuovere
l'evento che ci invitano ad entrare.
All'ingresso della
mostra ci accoglie un ponte di legno, dal quale ammiriamo
piccoli angoli di giardini orientali, pareti di carta di
riso che celano sagome di figure umane in abiti
tradizionali. Rumore d'acqua e suoni della natura ci
introducono alle opere della prima sezione, dedicata per
l'appunto alle immagini di piante, fiori e animali e creano
nell'ambiente un un'atmosfera rarefatta, sospesa nel tempo.
Fin da subito delle immagini esposte ci colpisce come
l'artista padroneggi i principi della composizione, come sia
capace di creare equilibri perfetti tra le forme in formati
inusuali, alti e stretti. Spesso le opere presentano una
relazione tra gli elementi in primo piano e lo sfondo
retrostante e tutte le stampe sono caratterizzate da una
fusione perfetta di immagini e parole, nella forma di
ideogrammi.
Dopo gli elementi della vita naturale, la mostra ci presenta
vedute e scene di vita contemporanea, alcune delle quali,
soprattutto quelle affollate di personaggi, perdono
quell'equilibrio delicatissimo raggiunto dall'artista
soprattutto quando mantiene molto stretta la sua gamma di
toni.
Ecco probabilmente
spiegato perché sono le immagini con la neve quelle rimaste
più famose di Hiroshige, perché proprio in queste stampe
dominate dal bianco, gli altri tre o quattro toni, tra cui
predomina un blu profondissimo, sono meravigliosamente
accordati e creano un risultato di grande raffinatezza.
Assieme ai
soggetti, possiamo ammirare anche l'aspetto più concreto e
materiale delle stampe, le imperfezioni della carta e il
leggero incavo creato dalla pressione della matrice di legno
sul foglio, finché arriviamo ad una piccola sala in cui è
possibile vedere da vicino gli strumenti della tecnica
silografica e, attraverso un video e alcune stampe esposte,
capire attraverso quali fasi si arriva a questi straordinari
risultati. Scopriamo allora di essere di fronte ad una
tecnica tutt'altro che meccanica, come il termine stampa
potrebbe suggerire, frutto invece di un lavoro di
collaborazione tra più figure (artista, incisore, stampatore
ed editore) e legato a molte variabili che dipendono
dall'abilità manuale di chi esegue le varie fasi. Le
immagini del video svelano la finezza e la precisione
necessarie nell'incisione sulla tavola di legno di ciliegio
per ottenere quei segni talvolta così minimi e quasi sempre
perfetti, ammirati fino ad un momento prima. Si viene
colpiti poi da quanti passaggi sono necessari nella stampa,
visto che ne è richiesto uno con una diversa matrice per
ogni colore e anche dall'abilità dello stampatore
nell'esercitare una pressione variabile a seconda della
sfumatura che si vuole ottenere.
Altri dettagli
dell'allestimento rendono il percorso nella mostra una
continua scoperta, come ad esempio i timbri da apporre sul
proprio diario di viaggio e lo spazio in cui è possibile
cimentarsi nella scrittura di ideogrammi su piccole
lavagnette in cui i segni vanno tracciati con le dita
intinte nell'acqua. Tutti gli elementi dell'esposizione sono
curati al fine di immergere il visitatore in un'atmosfera
dolce, rarefatta, in un contesto il più possibile in
sintonia con le opere che presenta. Indubbiamente, questo
obbiettivo viene raggiunto molto bene: la mostra merita che
gli si dedichi una visita di almeno due ore, preferendo
giorni e orari di minore affluenza per poterne godere al
meglio. Peccato che, come già accaduto per l'esposizione
precedente nella stessa sede, sembra che gli organizzatori
diano più importanza all'aspetto scenografico che a quello
funzionale anche nell'uso della luce. Il risultato è
un'illuminazione perfettamente in linea con l'atmosfera che
si vuole creare ma che non soddisfa appieno le necessità di
una visione ottimale delle opere e in questo caso il difetto
diventa palese riguardo alle stampe più grandi, illuminate
solo per metà.
Lucia Ferroni
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