Al
Museo Andersen di Roma sono in corso due mostre,
tanto interessanti quanto diverse per genere e
pubblico. Si tratta di George Lilanga, visibile fino
al 1 aprile e di Tony Oursler fino al 25 marzo.
La mostra
principale è dedicata all’artista africano scomparso
ormai da due anni George Lilanga
(1934-2005), che con oltre 100 opere occupa le sale
del museo. Noto come il Picasso d’Africa per
il successo commerciale e per l’intensità del
colore, Lilanga travolge lo spettatore con i suoi
dipinti dai titoli ironici, con le sue sculture
colorate e gioiose, con i suoi diavoletti allegri.
La mostra è carina e scivola via. Contrasta, con
questa atmosfera da festa, l’introduzione
all’esposizione, o meglio il pannello che ci saluta
all’ingresso della sala. Ricorda a quale istituzione
spetta il compito di autenticare le opere del
maestro tanzanese. Questo provoca una strana
sensazione nello spettatore. Si trova poi conferma
nelle pagine web di exibart, e si capisce che sulla
mostra grava una polemica tra veri e falsi. Problema
da attribuire anche alla fertilità dell’artista che
ha prodotto molto, aiutando, suo malgrado, il
mercato del falso.
Una sala
laterale è invece dedicata a Tony Oursler
(1957), che è presente con una sola
videoinstallazione molto efficace, Gargoyle
del 1990. Oursler, insieme a Bill Viola,
Michelangelo Pistoletto, Charles Sandison e Maurizio
Mochetti, è stato selezionato per una serie di
Maxxi Installazioni, visibili in tempi diversi,
nella sala del museo.
Gargoyle è il doccione (un sistema di scarico
dell’acqua) classico, rivisitato dall’artista in
versione contemporanea. Rappresentato qui in forma
di drago in ferro, plastica e frammenti di specchio,
parla attraverso un video e si fa portavoce di un
messaggio. Un messaggio volutamente incomprensibile
per via della lingua (per gli stranieri essendo il
testo in inglese) e della distorsione della voce.
Due i personaggi del video, uomini di età ed
esperienze diverse, che raccontano una loro vicenda.
Dei personaggi si vede solo la testa, come è nello
stile dell’autore, che rende ancora più
allucinatoria l’esperienza. Lo spettatore senza
rendersene conto cade nella trappola
dell’autore: quello di farci avvicinare alla testa
del drago per cercare di capire il messaggio, che
rimane invece impenetrabile.
21 marzo 2007
Margherita
Antinori
deserticoblu@yahoo.it